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[LIVE REPORT] GLI ATROCI + VICOLO INFERNO + THE EIL @ IRON MUSIC STORE 26/09/2026 [ITA]

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Una premessa, prima di cominciare. Questo non vuole essere una recensione e non troverete voti, pagelle o valutazioni tecniche delle band. Non è il mio mestiere e, soprattutto, non è quello che voglio raccontare. Ci sono persone che fanno questo lavoro con competenza e che lascio molto volentieri a occuparsi di tecnica, prestazioni e analisi.
Io ero lì come spettatrice.
Quello che segue è semplicemente ciò che ho visto, sentito e portato via con me da quella sera. Le mie sensazioni, le mie impressioni, le cose che mi hanno fatto sorridere, quelle che non hanno trovato un punto d'incontro con me e quelle che, invece, sono rimaste sulla pelle. Perché un concerto, prima ancora di essere qualcosa da analizzare, è qualcosa che si vive. E questa è la serata che ho vissuto io.
Sono arrivata all'evento invitata da MVO Concerti, senza sapere esattamente che forma avrebbe preso la serata. All'inizio c'è sempre quel momento un po' sospeso: gli organizzatori che sistemano le ultime cose, gli artisti che si muovono nello spazio, le persone che arrivano, e tu che non conosci praticamente nessuno e cerchi di capire dove stare senza sembrare quella che è capitata lì per errore.
Poi, lentamente, quel momento passa.
E cominciano gli incontri.
I primi sono stati quelli con The Eil, e credo che la loro serata, per me, sia cominciata ancora prima che salissero sul palco. Sono una di quelle band che riescono a farti sentire a tuo agio quasi immediatamente. Persone alla mano, disponibili, con cui puoi parlare senza quella distanza che a volte esiste tra chi è sul palco e chi è dall'altra parte.
E poi c'è il cantante.
Un personaggio. Di quelli che, esteticamente, difficilmente passano inosservati. Ma è bastato parlarci per scoprire quanto fosse piacevole la persona dietro quell'immagine. E la stessa sensazione l'ho avuta con gli altri componenti della band: persone con cui, nel corso della serata, mi sono trovata a condividere diversi momenti e con cui spero sinceramente di poter incrociare di nuovo la strada.
Prima del concerto è arrivato anche un piccolo brindisi con un bicchierino d'amaro. Una cosa minuscola, probabilmente irrilevante se la si guarda da fuori. Ma sono proprio queste piccole cose a cambiare il modo in cui vivi una serata. Non sei più soltanto una persona venuta a guardare una band. Per qualche momento sei dentro quel piccolo mondo.
Poi sono saliti sul palco.
E qui è successa una cosa che mi è piaciuta particolarmente: The Eil non appartengono esattamente al territorio musicale che frequento di più, eppure sono riusciti a trascinarmi dentro il loro concerto.
La loro energia arrivava prima ancora di qualsiasi altra cosa. Li guardavo e mi divertivo. A un certo punto mi sono persino ritrovata a muovere il corpo a tempo, cosa che per me è già una dichiarazione abbastanza importante.
E poi c'era quel loro modo di stare insieme sul palco, quella sensazione di divertimento che non sembrava costruita.
A un certo punto il cantante ha preso una bottiglia di amaro e ha bevuto sul palco.
E ho pensato che, evidentemente, quel piccolo brindisi di prima non era stato un episodio isolato.
C'è solo un piccolo dettaglio che ho notato e che mi è rimasto impresso: quando The Eil sono saliti sul palco, il loro logo ancora non compariva sullo schermo e ho visto il cantante cercare di farlo presente. Era evidente che ci tenesse, e forse proprio per questo me ne sono accorta anch'io.
E poi c'è stata The Eil TV.
Io ho un motivo preciso per cui preferisco stare dietro le quinte: davanti a una telecamera non sono esattamente nel mio elemento. Mi piace osservare, ascoltare, raccogliere storie e poi trasformarle in parole. Essere io quella che deve parlare davanti a una telecamera è tutta un'altra faccenda.
Naturalmente The Eil sono riusciti a coinvolgere anche me nel loro format.
Sono stata intervistata.
Ero imbarazzatissima.
Spero sinceramente che quella registrazione rimanga per sempre negli archivi della band. In caso contrario, potrei essere costretta a bloccare tutti i loro profili e a segnalarli.
È una minaccia affettuosa.
Credo.
La cosa bella, però, è che la serata con loro non è finita quando sono scesi dal palco. Siamo rimasti a parlare, a scherzare, a condividere ancora un po' di tempo. E forse è proprio questo che mi ha conquistata: non c'era una linea netta tra "concerto" e "resto della serata". Era tutto parte della stessa cosa.
Poi sono arrivati i Vicolo Inferno.
E qui faccio quello che ho promesso all'inizio: racconto soltanto la mia esperienza.
Sul palco ho visto una band piena di energia, con una forte voglia di coinvolgere il pubblico. Si vedeva quanto il cantante e gli altri componenti stessero dando tutto e, guardandomi intorno, era evidente che quella energia arrivasse a diverse persone nella sala. Accanto a me, per esempio, c'era una signora che partecipava con un entusiasmo incontenibile.
Io, invece, non sono riuscita a trovare lo stesso punto d'incontro.
Non è mancato l'impegno e non è mancata l'energia. Semplicemente, quella sera, quella musica non è riuscita a raggiungermi nel modo in cui avrei avuto bisogno.
E quando mi accorgo che una musica non mi sta parlando, faccio fatica a fingere il contrario.
Non credo che tutte le band debbano necessariamente lasciarci qualcosa. A volte una musica trova immediatamente una parte di noi e a volte passa davanti senza riuscire ad aprire quella porta. E non penso che sia necessario trasformare ogni mancato incontro in un giudizio.
Quella sera, semplicemente, io ero altrove.
E poi sono arrivati Gli Atroci.
E lì è cambiata la sala.
Non li avevo mai visti dal vivo e, forse proprio per questo, mi sono trovata a guardarli con gli occhi di chi non conosce già quello spettacolo. Nel frattempo, però, il pubblico aveva cominciato ad arrivare. La sala si è riempita, e con lei è cambiata completamente l'energia dell'ambiente.
A un certo punto ho smesso di guardare il palco.
Ho guardato loro.
Il pubblico.
E ho visto uomini adulti tornare bambini.
Li vedevo saltare, cantare, ridere alle battute tra una canzone e l'altra, seguire gli sketch, reagire alle provocazioni, ridere quando si parlava del merchandising. Erano completamente dentro quello che stava succedendo.
E la cosa che mi ha colpita non era soltanto il fatto che si stessero divertendo.
Era la felicità.
Quella felicità un po' disarmante che hanno i bambini quando vedono arrivare qualcosa che aspettavano da tempo.
Mi sono chiesta quante di quelle persone fossero cresciute con Gli Atroci. Quante volte avessero ascoltato quelle canzoni durante l'adolescenza. Quanti ricordi fossero rimasti legati a quella musica e fossero improvvisamente tornati tutti insieme, nello stesso momento, dentro quella sala.
Non posso sapere cosa passasse realmente nella testa di quelle persone.
Ma potevo guardarle in faccia.
E si vedeva.
Ricordo soprattutto un ragazzo che avevo accanto, arrivato con la sua compagna. Era completamente esaltato. Saltava, cantava, si girava verso di lei con un'espressione di felicità assoluta, come se volesse condividere con lei la prova che quei suoi miti fossero finalmente lì davanti a lui.
E quella scena mi è rimasta dentro.
Perché in quel momento non stavo più semplicemente guardando un concerto.
Stavo guardando un pezzo di passato di qualcuno tornare presente.
Gli Atroci, poi, hanno fatto tutto il resto.
Il cantante è salito sul palco vestito.
E ha iniziato a spogliarsi.
Un pezzo alla volta.
Alla fine era in mutande.
Io non li avevo mai visti prima, quindi a ogni canzone mi chiedevo quanto sarebbe durata ancora questa progressiva scomparsa dell'abbigliamento.
La risposta era: abbastanza.
E mi ha fatto ridere moltissimo.
Ma mi è piaciuto soprattutto il loro modo di stare insieme. Le battute, gli sketch, le cavolate tra un pezzo e l'altro, quella complicità giocosa che sembrava appartenere alla band prima ancora che al pubblico.
Non c'era bisogno di costruire una distanza tra palco e sala.
Sembrava che si stessero semplicemente divertendo tutti insieme.
E forse era proprio quello il segreto.
Prima ancora del concerto, tra l'altro, dietro le quinte, un membro degli Atroci mi aveva già insegnato qualcosa che, a 34 anni, non sapevo esistesse: l'O-ring.
Non entrerò nei dettagli.
Diciamo soltanto che c'era di mezzo del rossetto e che, grazie a loro, ho acquisito una nuova conoscenza che non avevo richiesto ma che, evidentemente, adesso fa parte del mio patrimonio culturale.
Una serata istruttiva, sotto diversi punti di vista.
E mentre tutto questo accadeva, c'era un'altra cosa che continuava a colpirmi: quanto stavo bene lì dentro.
Anche con MVO Concerti mi sono trovata immediatamente a mio agio. Non mi sono mai sentita di troppo, mai fuori posto, mai come qualcuno che dovesse semplicemente occupare uno spazio e poi andarsene.
Mi sono ritrovata persino all'ingresso, a parlare con loro mentre arrivavano le persone, a dare una mano quando serviva, a scambiare qualche battuta con chi entrava.
Erano cose semplicissime.
Ma la serata era fatta di quelle cose.
Gli artisti, gli organizzatori, il pubblico. Persone che si parlavano, ridevano, si prendevano in giro, si incontravano senza quella patina di formalità che a volte rende gli eventi stranamente impersonali.
E io, che all'inizio ero entrata con quel piccolo imbarazzo di chi non conosce nessuno, alla fine mi sono ritrovata fuori a parlare con gli artisti dopo i concerti.
Non avevo più la sensazione di essere arrivata in un posto estraneo.
Mi sentivo a casa.
Ed è una sensazione che non mi capita spesso.
Forse è questo, alla fine, che mi porto via da quella sera.
Non una classifica delle band. Non un voto. Non una valutazione tecnica.
Mi porto via The Eil e un brindisi con l'amaro, una telecamera che avrei volentieri evitato e delle persone con cui ho riso fino a sentirmi immediatamente a mio agio.
Mi porto via una band che non è riuscita a incontrarmi musicalmente, senza per questo aver bisogno di trasformare quel mancato incontro in una sentenza.
Mi porto via Gli Atroci e la faccia di quel ragazzo che sembrava essere tornato adolescente davanti ai propri miti.
Mi porto via un cantante finito in mutande, un O-ring spiegato con il rossetto e una quantità di cose che non pensavo sarebbero entrate nella mia serata.
E soprattutto mi porto via quella sensazione difficile da spiegare, quella che arriva quando per qualche ora persone che non si conoscevano finiscono tutte nello stesso posto e, quasi senza accorgersene, costruiscono qualcosa insieme.
Sono arrivata per assistere a un evento.
Sono tornata a casa con la sensazione di averne fatto parte.

 

Alessia Buccino

Giovedì, 01 Ottobre 2026