Rosacroce nasce a Milano nel 2024 da Selephais e Gauze, entrambi provenenienti da percorsi di musica elettronica sperimentale. Come avviene il passaggia all'experimental black metal e cosa vi ha spinto a fondere questi mondi?
Quando ci siamo conosciuti abbiamo scoperto di avere gli stessi identici gusti musicali che spaziano dall’elettronica al black metal e abbiamo deciso di inserire tutte queste influenze all’interno di un unico progetto e così sono nati i Rosacroce.
Al centro del progetto c’è la dualità Rosa/Croce, incarnata da una figura femminile rituale e da una presenza maschile oscura. Quanto è consapevole e strutturata questa dualità nel vostro rapporto creativo e performativo?
All’inizio è stato tutto molto naturale e spontaneo e solo in seguito abbiamo deciso di costruire un mondo intorno a questi due archetipi. Man mano che la band prendeva forma abbiamo realizzato che la dualità era parte integrante dell'identità della band e così abbiamo elaborato delle figure specifiche e una narrazione dietro di esse.
Vivete il progetto come un’entità unica o come due archetipi che si scontrano e si completano all’interno dello stesso rituale sonoro?
Entrambe le cose…viviamo la band con la stessa identica intensità ma allo stesso tempo manteniamo le nostre personalità “opposte” per dare vita al nostro sound. Abbiamo entrambi la stessa visione di come vogliamo fare musica e questo ovviamente ci aiuta molto nel processo creativo, ma allo stesso tempo ci piace mantenere visibile questo tema degli opposti: il femminile e il maschile, la voce eterea e gli scream, il sole e la luna ecc…
Affondate le radici nell’esoterismo cristiano, nell’alchimia e nel folklore occulto italiano. Quali tradizioni o testi specifici hanno influenzato di più la costruzione del vostro immaginario?
Ci ispiriamo moltissimo al folklore italiano proprio perché entrambi siamo affascinati da certe tradizioni esoteriche e racconti del passato. Inoltre ci piacciono molto le credenze popolari dei nostri nonni e il lato più occulto del cristianesimo. Entrambi siamo sempre stati a contatto con quella realtà un po’ magica e un po’ religiosa che è sempre stata presente nelle nostre famiglie. Ad esempio le credenze sul malocchio o sulle streghe sono tra le cose che ci ispirano di più proprio perché ne siamo venuti a contatto fin da quando eravamo piccoli.
Il richiamo alla linea rosacrociana non è solo estetico. Cosa rappresenta per voi oggi, in un contesto di black metal contemporaneo, il simbolismo della Rosa e della Croce?
La Rosa e la Croce sono simboli che abbiamo preso in prestito dalla filosofia rosacrociana che rappresentano non solo la vita e la morte ma anche il processo alchemico del ciclo di rinascita e trasformazione. Questa è parte integrante della narrazione che c’è dietro il nostro progetto. La dualità ritorna costantemente non solo nei testi e nella musica ma anche nella nostra estetica e nelle nostre visuals. Persino sul palco teniamo molto conto di questo simbolismo indossando crocifissi e portando le rose rosse con noi ad ogni live.
Chiese abbandonate, boschi e incontri notturni: quanto l’ambientazione fisica (o mentale) di Milano e dell’Italia del Nord ha contribuito a plasmare questo immaginario?
Milano e la Lombardia hanno sicuramente contribuito a costruire il nostro immaginario. Ci sono moltissimi luoghi interessanti qui come le chiese, i paesaggi e i castelli. Tuttavia ci portiamo dietro anche le atmosfere delle zone in cui siamo cresciuti ovvero il centro e il sud italia.
L’EP prende il nome dal veleno di Giulia Tofana, sostanza invisibile e “liberatrice”. Perché proprio questa figura storica e questo tipo di veleno come punto di partenza del vostro universo?
Volevamo partire iniziando a raccontare una storia italiana e quella di Giulia ci sembrava perfetta essendo una storia antica che si sposa benissimo con il nostro immaginario molto gotico e allo stesso tempo anche molto attuale considerato che parla di liberazione e senso di giustizia. Ci piaceva l'idea di raccontare chi fosse Giulia Tofana, come mai producesse delle pozioni velenose e perché le vendesse alle donne che volevano liberarsi dei propri mariti violenti e infedeli.
Nei testi di Acqua Tofana si parla di “poison your heart”, di “not enough to love you in this life” e di qualcuno che muore tra le braccia. È un veleno letterale, metaforico, o entrambi?
Entrambe le cose. Volevamo usare la metafora del veleno per raccontare il lato più tossico di una storia d’amore. Il testo riguarda proprio questa tematica: l'amore che si trasforma in qualcosa di malato e che porta alla distruzione e alla morte. Sono temi purtroppo molto attuali.
L’intero EP viene descritto come “frammenti di un processo rituale”. Esiste una struttura narrativa precisa che collega i sette brani, o preferite lasciare l’ascoltatore libero di ricostruire il rituale?
L’ordine della tracklist introduce il rituale in base a come lo avevamo immaginato, dunque ogni canzone segue un preciso ordine narrativo…però l’ascoltatore è libero di interpretarlo e ricostruirlo come preferisce ovviamente.
Antimonos apre l’EP. Cosa rappresenta questo titolo e perché avete scelto di iniziare il percorso proprio da lì?
Antimonos è il nome di un elemento contenuto dentro la soluzione chimica dell’Acqua Tofana e infatti la melodia è nata proprio riprendendo pezzi della strumentale della traccia Acqua Tofana. Ci sembrava perfetta per introdurre l’EP.
In Sulphur Mercury compaiono immagini di veleno nelle vene, “kuroi-tsuki” e un incubo da cui non si scappa. Come si intreccia qui il simbolismo alchemico dello zolfo e del mercurio?
Il testo è molto criptico e molto oscuro e volutamente volevamo suggerire un immaginario esoterico che richiamasse il simbolismo dietro agli elementi alchemici dello zolfo e del mercurio. Sono simboli opposti ma che insieme danno vita ad un equilibrio…l’incubo da cui non si scappa rappresenta varie cose tra cui il ciclo eterno di trasformazione e rinascita che è onnipresente in alchimia. In questo caso però entrambi gli elementi rappresentano qualcosa di oscuro e di opprimente….da qui infatti il concetto di veleno e di incubo che sono menzionati nel testo.
Notturno è forse il brano più “lirico” e liturgico. Le frasi in latino (“dum respira, nox meritur / vita morsque, nuptis iunctae”) e l’immagine della luna e del sole che non possono cantare all’unisono: cosa racconta questo pezzo all’interno del rituale?
Notturno richiama ancora gli opposti ma in questa fase del processo alchemico gli opposti non riescono a incontrarsi. Dunque questa traccia si sofferma proprio sul sentimento della solitudine.
Il brano (+) è quasi un monologo di odio rivolto prima all’altro e poi a se stessi, con gesti di auto-violenza fisica. È il punto di frattura interiore dell’EP?
Questo brano parla di depressione e infatti lo avevamo immaginato proprio come un punto di rottura….dopo il tema della solitudine di Notturno arriva la depressione di (((+))) che crea questo senso di smarrimento, anche grazie alla strumentale che è molto diversa rispetto alle tracce precedenti. Il testo è molto oscuro, tuttavia nelle parti vocali volevamo unire sia le voci urlate della Croce distrutta sia le voci eteree della Rosa. Le voci femminili sono poco udibili ma sono presenti in sottofondo come a far pensare ad una rosa che germoglia, che non è ancora fiorita.
Gorgones richiama esplicitamente la Medusa (sguardo di pietra, serpenti, “custos Inferorum”). Quale ruolo ha questa figura femminile terribile e sacra nel vostro pantheon?
Abbiamo voluto prendere la figura di Medusa perché anche lei rappresenta perfettamente i due opposti: sia il carnefice sia la vittima, se ci basiamo sul racconto del mito greco. Inoltre quando abbiamo scritto la canzone abbiamo immaginato immediatamente qualcosa che avesse a che fare con la mitologia greca…. è stata praticamente la musica a suggerirci il tema della traccia!
Chaos chiude con “Draco Volans”, “Nigredo” e l’immagine di una ghost town in cui si viene abbandonati per l’eternità. È il momento della dissoluzione o della possibile trasformazione alchemica?
Sì esatto: Chaos rappresenta il chaos alchemico ovvero la distruzione totale. Il Drago rappresenta la violenza e la putrefazione a cui segue la rinascita. Il processo alchemico è rappresentato proprio dalla metafora della città abbandonata e distrutta… appunto il Nigredo. Dopo questa fase caotica si trova l’Albedo ovvero la rinascita e la purificazione. Volevamo chiudere proprio così l’EP e questa traccia la suoniamo sempre per ultima quando ci esibiamo live.
Provenite dall’elettronica sperimentale: quanto pesa ancora quel background nella costruzione delle texture industrial e degli ambient sacri che permeano l’EP?
Entrambi mettiamo le nostre influenze dei nostri progetti elettronici solisti dentro la musica della band tanto che inseriamo molta sperimentazione in ogni brano che scriviamo per i Rosacroce. Non è qualcosa che pianifichiamo in anticipo: semplicemente ci piace integrare anche il lato più elettronico e sperimentale della nostra personalità artistica.
Come lavorate concretamente in duo? Chi scrive i testi, chi costruisce le strutture, e in che misura il processo rimane fluido o invece ritualizzato?
All’inizio avevamo dei ruoli più definiti, ma andando avanti con il processo creativo alterniamo le cose….se all’inizio Gauze scriveva le basi e Selephaïs i testi, poi col tempo le cose si sono alternate rendendo il percorso più fluido.
Il vostro black metal non è “puro”: industrial noise, gothic, suggestioni di musica sacra e classica. Dove tracciate il confine tra estremismo e eleganza?
Non lo tracciamo: dosiamo estremismo e eleganza in base al nostro gusto personale e a cosa vogliamo esprimere. In questo senso è tutto molto spontaneo. Ci piace suonare la musica che vorremmo ascoltare….dunque se ci piace come esce fuori un brano siamo soddisfatti.
In un’Italia in cui il black metal underground ha spesso percorsi molto definiti, dove collocate i Rosacroce? Vi sentite parte di una scena o preferite restare un’entità isolata?
Ci piace sentirci parte della scena ma vogliamo anche mantenere le caratteristiche che ci contraddistinguono e non abbiamo paura di sembrare troppo diversi.
L’EP è presentato come un’esperienza immersiva più che una raccolta di canzoni. Avete già in mente di portare questo universo sul palco, o preferite mantenerlo come rituale da studio?
Stiamo già portando sul palco questo narrazione e cerchiamo di rappresentarla sempre al meglio ad ogni live. Chi viene spesso a vederci sa che i nostri live hanno una coreografia e una scenografia ben precisa. Ci piace regalare le rose al pubblico e spesso le mangiamo e ne sputiamo i petali. Inoltre tendiamo sempre a indossare qualcosa con le croci…i nostri live sono dei veri e propri rituali magici.
Dopo Acqua Tofana, quale sarà il prossimo passo del vostro “processo alchemico”? Nuovo materiale, approfondimento del concept, o qualcosa di completamente diverso?
Stiamo lavorando ad un nuovo concept che trae ispirazione sempre dall’occulto e dall’esoterismo. Offriremo una nuova visione dei Rosacroce al pubblico partendo da quello che abbiamo già costruito con il nostro primo EP portandolo però ad un nuovo livello sia sonoro che visivo.
Se un ascoltatore dovesse entrare nel vostro universo simbolico per la prima volta, da quale brano gli consigliereste di iniziare e perché?
Probabilmente da Notturno e Acqua Tofana perché rappresentano perfettamente le nostre influenze e il nostro stile. Sono l’introduzione perfetta all’immaginario dei Rosacroce.
Dopo tutte queste domande tocca a voi l'ultima battuta!
Speriamo di vedere sempre più persone prendere parte al nostro rituale e speriamo che chi già ci segue possa apprezzare la nostra evoluzione e continuare a seguirci. Grazie mille per questa bellissima intervista!