Ci sono confini che
esistono soltanto perché abbiamo imparato a riconoscerli. Linee tracciate dalla mente per dare ordine al mondo, distinguere ciò che ci attrae da ciò che ci respinge, ciò che consideriamo vitale da ciò che associamo alla fine, ciò che chiamiamo naturale da quello che definiamo artificiale. Ma cosa accadrebbe se, anziché continuare a rispettare queste separazioni, provassimo ad attraversarle? Se scoprissimo che le rive sulle quali abbiamo costruito le nostre certezze non sono poi così distanti, o che il fiume stesso è soltanto una costruzione della nostra percezione?
È da questa crepa che si può cominciare a guardare i Ponte del Diavolo. Non per trovare una spiegazione definitiva alla loro musica, ma per avvicinarsi a un universo nel quale le opposizioni perdono progressivamente la loro rigidità, lasciando emergere forme nuove, contraddittorie e difficili da classificare. Il loro nome evoca un passaggio, un collegamento tra dimensioni apparentemente incompatibili. Eppure, per Erba del Diavolo, il punto non è necessariamente unire due rive separate. È mettere in discussione la necessità stessa di considerarle tali.
Quando parla del diavolo come ponte tra ragione e desiderio, la cantante non immagina una riconciliazione tra due forze in conflitto, ma la possibilità che quel conflitto non sia mai stato così netto come siamo abituati a pensare. La mente costruisce categorie, applica filtri, stabilisce gerarchie; basta però cambiare prospettiva perché ciò che appariva ripugnante riveli una bellezza inattesa, oppure perché una forma apparentemente definita mostri un'altra natura. È un modo di osservare la realtà che non cerca di addomesticarla, ma accetta che possa sfuggire continuamente alle nostre classificazioni.
In questa prospettiva, il Ponte del Diavolo non è tanto una struttura che conduce da un luogo a un altro, quanto un punto dal quale la distinzione tra i due luoghi comincia a vacillare.
Nati nell'underground torinese nel 2020, i Ponte del Diavolo hanno costruito la propria identità attraverso esperienze musicali differenti, trovando una dimensione comune in cui doom, black metal, post-punk e wave possono convivere senza essere costretti a una sintesi convenzionale. La definizione di *blackened post-punk*, che la band ha scelto di abbracciare, nasce anche dalla stanchezza verso etichette troppo restrittive. Essere identificati esclusivamente con il black metal o con il doom significava lasciare fuori una parte sostanziale della loro musica. La nuova definizione non risolve necessariamente il problema delle classificazioni, ma ne rende evidente il limite: non pretende di descrivere un genere perfettamente codificato, quanto piuttosto di indicare un territorio nel quale componenti differenti possono incontrarsi.
Non c'è, nei loro racconti, una frattura originaria da ricomporre. Abro ricorda un processo fluido e naturale, mentre Kratom individua nelle prime introduzioni dei sintetizzatori qualche perplessità iniziale, ormai superata. Non emerge quindi il racconto di una band costretta a negoziare continuamente le proprie differenze, ma quello di un organismo musicale che ha imparato a riconoscere le possibilità offerte dalla convivenza di linguaggi diversi.
Questa libertà si manifesta anche nella struttura della formazione. Due bassi non costituiscono soltanto una scelta inconsueta sul piano strumentale, ma aprono un modo differente di concepire la composizione. Le frequenze, le funzioni ritmiche e le possibilità espressive dello strumento permettono alle due linee di svilupparsi senza limitarsi a duplicarsi. Un basso può sostenere la batteria secondo una funzione più tradizionale, mentre l'altro può allontanarsi da quel ruolo e cercare traiettorie autonome.
È proprio nello spazio che si crea tra queste funzioni che prende forma una parte riconoscibile del suono dei Ponte del Diavolo. Kratom e Abro condividono alcuni aspetti del proprio approccio, ma portano con sé sensibilità differenti: più ruvida e punk quella di Kratom, più metallica e malinconica quella di Abro. La loro sovrapposizione non produce una semplice somma di elementi, bensì una materia sonora in continua evoluzione, nella quale le differenze individuali rimangono percepibili senza compromettere l'identità collettiva.
La musica, del resto, non nasce necessariamente già compiuta nella mente di chi propone un riff. Alcune idee rimangono vicine alla loro forma originaria, altre vengono completamente trasformate durante il lavoro comune. Non esiste una regola valida per ogni brano, e forse è proprio questa assenza di un metodo rigido a permettere alla scrittura di conservare una componente imprevedibile.
Con *De Venom Natura*, questa identità si è fatta più fisica e istintiva. Il tempo trascorso insieme e l'intensa attività dal vivo hanno inciso profondamente sul modo in cui la band affronta i propri brani. Suonare ripetutamente lo stesso materiale significa imparare a riconoscere, attraverso il corpo prima ancora che attraverso una riflessione consapevole, quali passaggi possiedano una forza particolare e quali direzioni meritino di essere sviluppate. La memoria muscolare permette inoltre di liberare l'esecuzione dalla necessità di controllare ogni singolo movimento, lasciando spazio a una partecipazione più intensa.
A questo processo si aggiunge il lavoro costante sul suono con Dano, il fonico che segue la band anche in studio. Il risultato non dipende quindi soltanto dall'esperienza accumulata sul palco, ma da una ricerca condivisa che accompagna il gruppo nella definizione della propria materia sonora.
Anche la registrazione rispecchia questa esigenza di preservare una dimensione umana. La sezione ritmica è stata registrata in presa diretta, mentre diverse piccole imperfezioni sono state lasciate intenzionalmente, perché contribuiscono a mantenere vivo il carattere del disco. Non si tratta di una dichiarazione di guerra alla tecnologia, né di un rifiuto ideologico dell'intelligenza artificiale. Per Kratom, il punto è più semplice: una musica privata di quella componente umana rischia di perdere proprio ciò che la rende interessante. La tensione, la dinamica e le irregolarità non sono necessariamente difetti da correggere, ma elementi capaci di conservare la vitalità di un'esecuzione.
È qui che il titolo dell'album comincia a rivelare la propria natura. *De Venom Natura* non nasce da un progetto teorico elaborato a tavolino. Erba racconta che la band si è accorta soltanto a posteriori di quanto numerosi brani ruotassero attorno a qualcosa di tossico, intossicante o capace di trasformare chi vi entra in contatto. Quando il filo comune è diventato evidente, il processo creativo aveva già preso forma. La battuta con cui la cantante lascia aperta la possibilità che tutto dipenda anche dal consumo di sostanze è perfettamente coerente con il suo modo di sottrarsi alle interpretazioni troppo solenni: persino quando affronta questioni profonde, non sente il bisogno di rivestirle di una gravità artificiale.
Il veleno, tuttavia, non è soltanto un'immagine di morte o distruzione. Nella riflessione di Erba, esiste in relazione a chi lo riceve. Una sostanza non è sufficiente, da sola, a definire l'avvelenamento: è nell'incontro che accade qualcosa. Il confine tra veleno e avvelenato non è quindi assoluto, perché nessuno dei due termini acquista pienamente significato senza l'altro. La stessa logica mette in discussione la separazione tra naturale e artificiale. Anche ciò che l'essere umano crea appartiene alla materia della natura; a cambiare è la forma, non l'origine ultima della sostanza.
È una prospettiva che attraversa il disco senza trasformarlo in un trattato. Il veleno non viene necessariamente identificato con una forza esterna che minaccia un equilibrio originariamente puro. Può essere una relazione, un processo, un'esperienza capace di alterare ciò che incontra. E proprio perché non tutto ciò che trasforma è soltanto distruttivo, la decomposizione può diventare un'immagine dalla quale non distogliere lo sguardo.
*Lunga vita alla necrosi* porta questa ambiguità già nel titolo. La necrosi appartiene al linguaggio della morte cellulare, eppure la sua presenza qui viene sottratta alla necessità di una lettura univoca. Quando si chiede a Erba se rappresenti una fine, una liberazione o una trasformazione, la cantante rifiuta di stabilire quale interpretazione debba prevalere. Non le interessa consegnare al pubblico una spiegazione intellettuale già confezionata: preferisce che chi ascolta possa fare propria l'immagine, senza che il significato venga chiuso prima ancora di aver avuto il tempo di sedimentare.
Lo stesso atteggiamento emerge parlando di *Il veleno della natura*, brano che rimanda direttamente alla riflessione sulla relazione tra sostanza e organismo. Erba rimanda alla risposta precedente, quasi a suggerire che non sia necessario ripetere una spiegazione quando il nucleo della questione è già stato espresso. Il veleno non ha bisogno di un'altra definizione: occorre piuttosto riconoscere la rete di relazioni nella quale prende forma.
Con *Spirit, Blood, Poison, Ferment!*, invece, il riferimento alchemico sembra invitare a immaginare un processo di trasformazione. Ma anche qui Erba distingue con decisione l'interesse per un'immagine dalla volontà di costruirvi attorno un sistema interpretativo. Se avesse voluto fare l'alchimista, osserva, avrebbe scelto di fare l'alchimista. Il suo desiderio è sempre stato quello di cantare. Il brano custodisce qualcosa di profondamente personale, ma ciò che conta è che chi lo ascolta possa entrare in contatto con la sua natura e appropriarsene attraverso la propria esperienza.
Kratom, dal canto suo, risponde con una sintesi spiazzante: nel crogiolo entrano il THC e Satana, ne esce Amore. In poche parole, la serietà del processo alchemico incontra l'ironia, la provocazione e un'immagine che non cerca di rendersi immediatamente decifrabile. Non è necessario scegliere tra queste dimensioni: possono coesistere, proprio come nella musica della band.
Anche *Delta-9 (161)* si sottrae alla tentazione di una spiegazione definitiva. Il titolo richiama il nome del principio attivo del THC, ma Kratom chiarisce che non intende stabilire un significato deterministico per il brano. Lo considera un'esperienza personale, paragonabile a quella di chi assume una sostanza: un'esperienza che non può essere interamente trasferita da una persona all'altra attraverso una spiegazione verbale. Il riferimento chimico fornisce un punto di accesso, non una chiave capace di esaurire ogni possibilità di lettura.
È una distinzione importante, perché mostra come i Ponte del Diavolo non rifiutino il pensiero, ma la pretesa che il pensiero possa esaurire l'esperienza. Le parole possono essere centrali oppure risultare superflue. Erba stessa non ha una risposta pronta quando le si chiede quanto contino il linguaggio e la possibilità di ferire attraverso la voce. Kratom riconosce invece alla musica e all'arte una natura multidimensionale: talvolta le parole occupano il centro della comunicazione, altre volte è meglio lasciarle da parte.
La stessa apertura attraversa il rapporto tra sensualità, oscurità, decadenza, violenza e bellezza. Per Kratom, ogni cosa possiede una dualità intrinseca, e una visione davvero univoca può esistere soltanto quando riesce a integrare anche il proprio opposto. Non si tratta semplicemente di cercare il bello nel brutto, ma di riconoscere che una realtà osservata da un solo lato rimane inevitabilmente incompleta.
In questo senso, il carattere dei Ponte del Diavolo non risiede soltanto nella compresenza di elementi musicali differenti. È un principio che si estende al modo stesso in cui la band concepisce le immagini, il suono e la relazione con chi ascolta. La contraddizione non è un ostacolo da eliminare, ma una condizione da abitare.
Eppure, sarebbe riduttivo immaginare questo universo come qualcosa di esclusivamente astratto. Torino ne costituisce una presenza concreta, fatta di atmosfera, vita quotidiana e appartenenza a una scena. Abro riconosce quanto la città abbia inciso sulla band, tanto a livello sottile quanto nelle dinamiche della sua realtà musicale. Non occorre evocarla esplicitamente in ogni brano perché continui a essere presente: può sedimentare nelle sensibilità, nelle relazioni e nel modo in cui un gruppo si riconosce nel luogo da cui proviene.
L'immaginario esoterico associato a Torino trova così spazio senza dover diventare una spiegazione universale della musica. È una delle componenti di un ambiente più ampio, una presenza che può influire senza determinare ogni scelta. Anche qui, il rapporto non è di causa ed effetto assoluto, ma di reciproca appartenenza.
A rendere visibile questo universo contribuisce l'artwork di Francesco Dossena, che per Erba non
rappresenta un elemento accessorio, ma una componente imprescindibile dell'identità del disco. La copertina non deve limitarsi a illustrare la musica: appartiene allo stesso spazio espressivo, partecipa alla costruzione dell'immaginario e offre un'altra possibilità di accesso a ciò che l'album contiene. Suono e immagine possono dialogare senza che l'uno debba necessariamente tradurre l'altra in un linguaggio più esplicito.
La scelta di chiudere *De Venom Natura* con *In the Flat Field* dei Bauhaus aggiunge un ulteriore legame con una parte fondamentale del background di Erba. La cantante parla del brano con un entusiasmo diretto, senza sentire il bisogno di giustificare la scelta attraverso un'analisi teorica: è una canzone che ama profondamente, e la band ha voluto suonarla perché le piace moltissimo. La semplicità della risposta non riduce il significato del gesto. Al contrario, ricorda che dietro ogni costruzione concettuale esiste anche un rapporto immediato con la musica, fatto di affetto, riconoscimento e desiderio di suonare.
Se si cerca una linea che colleghi i primi EP a *De Venom Natura*, forse la si trova proprio in questa libertà di non dover rendere ogni scelta coerente con un racconto prestabilito. Anche quando le domande si fanno più serie, i Ponte del Diavolo non sembrano interessati a produrre risposte che possano essere facilmente trasformate in dichiarazioni programmatiche. La loro identità emerge dalle scelte, dal modo di lavorare insieme, dalle sonorità e dalle immagini, ma anche da ciò che preferiscono lasciare aperto.
A volte, questa attitudine assume una forma decisamente meno filosofica. Quando si chiede alla band cosa abbia perso lungo il percorso e cosa non abbia mai voluto abbandonare, Erba risponde raccontando il sacrificio del bidet, diventato difficile da mantenere durante le trasferte sempre più frequenti all'estero. La soluzione, naturalmente, è stata un bidet portatile chiamato Culo Clean, che la cantante vorrebbe addirittura trasformare in sponsor ufficiale della band.
Dopo aver attraversato veleno, necrosi, alchimia e dualità, la risposta riporta tutto su un piano quotidiano e irresistibilmente concreto. Non è una parentesi da correggere o da rendere più seria per proteggere l'immagine del gruppo. È parte della stessa intervista, e mostra come l'ironia possa convivere con una ricerca artistica consapevole senza indebolirla. I Ponte del Diavolo non hanno bisogno di restare intrappolati nel personaggio evocato dal loro nome. Possono parlare di ciò che non si lascia classificare e, subito dopo, celebrare un accessorio da viaggio con la stessa naturalezza.
Resta, infine, la domanda su ciò che dovrebbe sopravvivere all'ultimo suono di *De Venom Natura*. Kratom non vuole suggerire al pubblico come sentirsi, né imporre un'interpretazione del disco. Una volta che un'opera viene affidata agli ascoltatori, il suo significato entra in una dimensione collettiva, dove ciascuno può stabilire una relazione personale con ciò che sente. La risposta più semplice che riesce a dare è anche la più concreta: gli piacerebbe che rimanesse la voglia di ascoltarlo ancora.
La band continua ad alternare concerti e scrittura, mantenendo una produttività che non sembra essersi esaurita con la pubblicazione dell'album. E Kratom lascia trapelare un'indiscrezione: all'inizio del 2027 arriverà una sorpresa. Non aggiunge dettagli, e forse è giusto così. Per il momento, quella possibilità rimane sospesa oltre il confine del presente, senza bisogno di essere anticipata o definita.
Forse è proprio questo il punto in cui il nome dei Ponte del Diavolo torna a rivelare qualcosa di essenziale. Non tutte le domande devono condurre a una risposta, non tutte le trasformazioni possono essere spiegate mentre accadono, e non tutto ciò che appare incompatibile deve necessariamente essere ricondotto a un ordine superiore. A volte è sufficiente attraversare, lasciarsi alterare dall'incontro e accettare che ciò che ne emerge non coincida più con la forma di partenza.
Il veleno, in fondo, non è soltanto ciò che entra nel corpo. È ciò che accade quando due realtà si incontrano e nessuna delle due rimane esattamente quella di prima. Nei Ponte del Diavolo, questa possibilità attraversa la musica, le parole, le immagini e persino il modo in cui il significato viene lasciato nelle mani di chi ascolta.
Non c'è una formula conclusiva da custodire, né un'interpretazione da considerare definitiva. C'è una materia viva che continua a trasformarsi, un confine che forse non è mai stato davvero un confine e un ponte che non promette necessariamente di condurre da qualche parte.
A volte, attraversarlo significa semplicemente scoprire che le rive non erano mai state così lontane.
Alessia Buccino