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ORGG - Vox Profana - BLACKZine.com

Non tutti i viaggi iniziano con

una partenza. Alcuni cominciano molto prima, in una zona silenziosa dove un’idea prende forma lentamente, senza chiedere attenzione. ORGG nasce esattamente lì, in un tempo che precede la sua stessa esistenza ufficiale, quando Vulak, chitarrista e fondatore, custodiva già da anni una visione che non voleva essere solo musicale, ma qualcosa di più stratificato, dove memoria, territorio e immaginario potessero fondersi fino a diventare un linguaggio unico.
Il 2018 è semplicemente il momento in cui questo impulso sotterraneo trova un varco e si manifesta. L’ingresso di L. alla voce e di Iblis al basso nelle fasi iniziali trasforma quell’idea in presenza concreta, qualcosa che smette di essere trattenuto e comincia a respirare. Da quel punto in avanti, ORGG non si costruisce per tentativi, ma si sviluppa seguendo una direzione già impressa fin dall’origine.
Anche il nome si inserisce in questa traiettoria senza deviazioni. “Orgg”, che in ladino significa “orco”, non è una scelta estetica, ma una dichiarazione di appartenenza. Dentro quella parola si muovono le leggende delle Dolomiti, il folklore di montagna, una dimensione antica e inquieta che non ha bisogno di essere spiegata. Allo stesso tempo, l’orco assume una valenza più profonda, diventando una metafora dell’uomo quando perde il contatto con il limite, quando si trasforma in qualcosa che consuma, deturpa e distrugge.
Entrare nel mondo di ORGG significa quindi attraversare una soglia e ritrovarsi in un paesaggio che non è mai neutrale. Le Dolomiti non sono solo uno scenario, ma un archivio vivo, un luogo che trattiene ancora le tracce della Guerra Bianca. Non si tratta di un semplice riferimento storico, ma di una ferita che continua a esistere, incisa in uno dei contesti naturali più maestosi e indifferenti. È proprio questa contraddizione a diventare il cuore del progetto: la coesistenza tra la bellezza assoluta del paesaggio e la tragedia che lo ha attraversato.
Per la band, questo legame non è soltanto concettuale, ma profondamente personale. I ricordi d’infanzia di L. e di Vulak si intrecciano con quei luoghi, tra fortini abbandonati e gallerie scavate nella roccia, dove il silenzio non è mai vuoto ma carico di una presenza difficile da definire. Camminare in quei territori significa percepire qualcosa che non si è mai davvero dissolto, ed è da questa percezione che nasce l’esigenza di trasformare tutto in musica.
In questo senso, ORGG si allontana in modo netto da qualsiasi forma di retorica bellica. La guerra non viene mai raccontata come celebrazione, ma come frattura, come annientamento dell’uomo. Il centro della narrazione non è il conflitto tra eserciti, ma il confronto tra l’essere umano e qualcosa di immensamente più grande. La montagna, il gelo, la neve e il silenzio assumono un ruolo centrale, fino a mettere in discussione la stessa idea di “nemico”. Non si tratta di una forza che combatte o giudica, ma di una presenza che esiste indipendentemente dall’uomo e che, proprio per questo, ne ridimensiona ogni illusione di controllo.
La natura, all’interno della visione di ORGG, diventa quindi molto più di uno sfondo. È una forza che accompagna, sovrasta e sopravvive, un elemento che spesso pesa quanto, se non più, delle figure umane coinvolte. È il luogo in cui si consuma la tragedia, ma anche ciò che resta quando tutto il resto scompare. Questo rapporto tra uomo e ambiente si riflette anche nella scrittura, dove la ricerca storica convive con una dimensione più intima. I testi, curati da L. e Vulak, si basano su fonti precise e su uno studio attento della Storia e del folklore locale, ma trovano una profondità ulteriore nelle lettere dei soldati, frammenti di umanità che permettono di entrare in contatto diretto con la fragilità di quelle vite spezzate.
Il risultato è un linguaggio che non si limita a raccontare, ma cerca di far emergere una dimensione emotiva, trasformando eventi e testimonianze in esperienza. Anche il suono segue questa logica. Le influenze iniziali, legate al black metal degli anni ’90 e a realtà come Immortal, Burzum e Dissection, hanno contribuito a definire un primo approccio basato su intensità, atmosfera e tensione epica. Con il tempo, però, questo linguaggio si è trasformato, diventando sempre più personale e legato all’identità narrativa della band.
Il processo creativo riflette questa doppia natura. L’impulso iniziale nasce spesso in modo istintivo, da un riff, da un’immagine o da una suggestione, ma viene poi sviluppato attraverso un lavoro più strutturato, necessario per mantenere coerenza con il concept e con il contesto evocato. Ogni brano diventa così uno spazio da costruire, un ambiente sonoro capace di trasmettere non solo un’idea, ma una sensazione precisa.
Nel corso degli anni, la line-up ha subito cambiamenti che hanno lasciato tracce nel modo di comporre e di interpretare la musica, senza però alterare il nucleo originario del progetto. Oggi ORGG si presenta come una realtà più solida e consapevole, rafforzata da un’intesa sia umana che musicale, pronta a portare questo percorso anche sul palco. Dal vivo, infatti, la band non cerca di replicare fedelmente i dischi, ma di trasmetterne l’essenza in una forma più diretta e fisica, mantenendo intatta l’atmosfera attraverso elementi visivi e performativi.
Le diverse uscite discografiche segnano tappe fondamentali di questo percorso. The Great White War rappresenta il momento in cui ORGG prende forma in modo concreto, mostrando già gli elementi che ne definiranno l’identità. Dimonios si configura invece come un’evoluzione naturale, più matura e consapevole, anche grazie a un approccio sonoro più organico. Con Indomita, infine, emerge una riflessione più profonda sulla resistenza, non intesa in senso eroico, ma come una forza che persiste nonostante la distruzione, il tempo e il dolore.
All’interno di questa traiettoria, alcuni brani assumono un valore particolare. “Dolomia” rappresenta un legame diretto con le origini e con il percorso vissuto dalla band, mentre “The Enemy Beyond The Enemy” sintetizza in modo efficace la dimensione più malinconica e consapevole del progetto, mettendo in evidenza l’insensatezza della guerra e il rapporto complesso tra uomo e ambiente.
Osservando ORGG oggi, emerge con chiarezza come il progetto abbia superato i confini di una semplice band per diventare qualcosa di più articolato. È un luogo in cui memoria e presente si incontrano, una visione che unisce folklore e storia, una narrazione che prende forma attraverso suono, parole e atmosfera. Ma soprattutto è uno spazio in cui la fragilità umana viene messa a confronto con una realtà più grande, che non offre risposte né consolazione, ma continua a esistere, immutabile.
In questo equilibrio tra personale e universale, tra distruzione e persistenza, ORGG trova la propria identità più autentica, lasciando dietro di sé non una conclusione, ma una traccia che continua a risuonare anche dopo la fine del viaggio.

 

Alessia Buccino

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