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[LIVE REPORT] DARK FUNERAL, BEHEMOTH & DIMMU BORGIR @ ALCATRAZ, MILANO – 13/10/2026 - Vox Profana - BLACKZine.com

Arrivare all'Alcatraz

a Milano intorno alle cinque del pomeriggio, da sola, per seguire una serata di questa portata in veste di collaboratrice di Blackzine, significava avere davanti ancora un po' di tempo prima che la musica prendesse il sopravvento. La fila cominciava a formarsi, ma nell'aria non si avvertiva ancora quella tensione elettrica che spesso accompagna l'attesa di un grande concerto. Le persone sembravano tranquille, quasi raccolte in una parentesi sospesa, in attesa che qualcosa cominciasse davvero.
Poi, lentamente, la situazione ha iniziato a cambiare. Altre persone si sono aggiunte alla fila, che si è allungata sempre di più, fino a girare intorno all'edificio. Eppure, almeno in quel primo momento, l'atmosfera è rimasta sorprendentemente rilassata. L'eccitazione sembrava ancora trattenuta, come se il pubblico non avesse fretta di trasformare l'attesa in un'esplosione collettiva.
Alle sei sono state aperte le porte. Considerando la quantità di persone radunate all'esterno, mi aspettavo forse un ingresso più complicato, qualche rallentamento, quella confusione che inevitabilmente può accompagnare eventi di queste dimensioni. Invece, l'organizzazione si è dimostrata abbastanza efficiente e l'accesso è avvenuto rapidamente.
Anche all'interno, almeno inizialmente, è rimasta quella sensazione di calma. Il pubblico si è riversato subito dentro, desideroso di conquistare il proprio posto e avvicinarsi al palco, ma, superato quel primo movimento, l'atmosfera è rimasta ancora lontana dalla febbre che ci si potrebbe aspettare da una serata capace di riunire nomi come Dark Funeral, Dimmu Borgir e Behemoth.
Nel frattempo ho incontrato alcune persone che già conoscevo. Piccoli incontri che hanno accompagnato l'attesa, mentre il tempo continuava a scorrere verso l'inizio dello spettacolo.
Poi sono arrivati i Dark Funeral. E con loro, finalmente, qualcosa è cambiato.
Quella calma iniziale ha cominciato a dissolversi, lasciando spazio a quel friccicore difficile da spiegare a parole, a quell'agitazione che si avverte nell'aria quando sai che sta per succedere qualcosa. L'atmosfera è diventata elettrica e, non appena la band ha cominciato a suonare, il palco si è trasformato nel centro di una scarica di energia travolgente.
I Dark Funeral mi sono piaciuti tantissimo, ma ciò che mi ha colpita più di ogni altra cosa è stato il loro modo di coinvolgere il pubblico. Non si trattava soltanto di eseguire i brani con potenza e precisione: sapevano stare sul palco, dominarlo, renderlo uno spazio che sembrava appartenere loro da sempre. Si muovevano con una naturalezza e una sicurezza capaci di catturare l'attenzione, senza lasciare che tra loro e chi li stava guardando si creasse una distanza.
E, del resto, stiamo parlando dei Dark Funeral. Se non sanno tenere il palco loro, viene spontaneo chiedersi chi potrebbe farlo.
Ma la vera forza di quell'esibizione, almeno per me, è stata anche nella risposta che arrivava dalla sala. Il pubblico cantava, partecipava, urlava, rideva. Non era una massa di persone ferme a osservare una band dall'altra parte del palco: era una comunità che rispondeva alla musica, la restituiva agli artisti e contribuiva a darle una forma ancora più potente.
È stato questo a colpirmi profondamente: la sensazione di una famiglia riunita dalla stessa passione, in cui la distanza tra chi suona e chi ascolta sembra assottigliarsi fino quasi a scomparire. Per qualche momento, non c'erano più soltanto una band sul palco e un pubblico davanti a essa. C'era un'unica energia che attraversava la sala, alimentata da entrambe le parti.
Ed è forse proprio questo che cerco in un concerto: non soltanto assistere a qualcosa di grande, ma sentirmi parte di qualcosa che, da sola, nessuna delle persone presenti avrebbe potuto creare.
La loro esibizione si è aperta con *Unchain My Soul*, dando immediatamente il via a una scarica di energia che ha trovato nel pubblico un interlocutore tutt'altro che passivo. I Dark Funeral hanno poi proseguito con *The Arrival of Satan's Empire* e *The Secrets of the Black Arts*, richiamando due momenti fondamentali del proprio repertorio. Con *Let the Devil In* la loro presenza ha continuato a dominare la sala, fino a *Where Shadows Forever Reign*, che ha chiuso una performance breve ma capace di lasciare il segno. Cinque brani, nessuna dispersione: i Dark Funeral sono arrivati, hanno preso possesso del palco e hanno trasformato quell'attesa inizialmente tranquilla in un'esperienza condivisa, dove l'energia della band e quella del pubblico sembravano alimentarsi a vicenda.
Con la conclusione dei Dark Funeral, salutati dal cantante che ha cominciato a sventolare la bandiera, si è aperta una lunga pausa dedicata alla preparazione dello spettacolo successivo. E se fino a quel momento l'energia della sala era stata alimentata soprattutto dalla connessione tra la band e il pubblico, adesso era l'attesa a occupare ogni spazio. Si percepiva un fermento diverso, una tensione crescente, quella sensazione che accompagna i minuti prima di qualcosa che desideri vedere da tempo.
Per quanto mi riguarda, aspettare i Behemoth significava anche fare i conti con una debolezza personale che non ho alcuna intenzione di nascondere: Nergal. Ci sono artisti che ammiri per la musica, altri che riescono ad attirare la tua attenzione per la loro presenza scenica, e poi ci sono quelli per cui basta sapere che stanno per salire sul palco per farti sentire addosso un'eccitazione del tutto particolare. Per me, Nergal appartiene decisamente a quest'ultima categoria. E mentre l'attesa continuava ad allungarsi, non vedevo l'ora che arrivasse il momento di vederlo finalmente in azione.
A rendere quei minuti ancora più intensi è stato il video proiettato sul grande telone che copriva il palco. Non un semplice intervallo riempito da immagini, ma una vera introduzione all'universo dei Behemoth. Le sequenze, costruite con grande cura, mostravano Nergal e gli altri membri della band, accompagnando il pubblico verso quello che stava per accadere. Il risultato era suggestivo, capace di catturare lo sguardo e di alimentare contemporaneamente stupore ed euforia. Mentre le immagini scorrevano, l'impressione era che lo spettacolo fosse già cominciato, anche se i protagonisti non avevano ancora messo piede davanti a noi.
Poi, all'improvviso, il telone è caduto.
E sono arrivati loro.
L'ingresso dei Behemoth ha spezzato l'attesa e dato forma a tutta l'energia che si era accumulata fino a quel momento. Nergal ha preso possesso del palco con una presenza magnetica, dominando la scena e catalizzando gli sguardi. La sua energia era palpabile, ma non era soltanto lui a sostenere lo spettacolo: anche gli altri membri della band contribuivano a costruire una performance compatta, potente, concepita per occupare ogni centimetro del palco e tenere il pubblico dentro la propria dimensione.
La scaletta, articolata come quella di un vero headliner, ha accompagnato uno spettacolo in cui anche i cambi d'abito di Nergal seguivano l'evoluzione dei brani, contribuendo a rinnovare l'impatto visivo della performance. Ogni elemento sembrava concorrere a un disegno più ampio, nel quale musica, immagine e presenza scenica si sostenevano a vicenda.
L'unico piccolo rimpianto riguarda ciò che, per ragioni legate al luogo e alle inevitabili esigenze di sicurezza, non è stato possibile vedere. Sapendo che in altri contesti i Behemoth possono arricchire il loro spettacolo con effetti pirotecnici e fiamme, mi è dispiaciuto non poter assistere anche a quella componente della loro produzione scenica. Sarebbe stato interessante vedere lo show nella sua veste più completa, con il fuoco a intensificare ulteriormente l'impatto visivo della performance. Ma si tratta di una mancanza che non ha compromesso il risultato: anche senza quegli elementi, lo spettacolo è stato fantastico.
E poi c'era la sala. Strapiena, attraversata da un'eccitazione che sembrava aspettare proprio quel momento per liberarsi. Si vedeva quanto il pubblico desiderasse quell'esibizione, quanto fosse coinvolto e quanto la presenza dei Behemoth rappresentasse uno degli appuntamenti più attesi della serata. Guardandomi intorno, era difficile non lasciarsi trascinare da quell'entusiasmo collettivo.
Sono rimasta davvero contenta di ciò che ho visto. I Behemoth hanno portato sul palco una potenza che non dipendeva soltanto dalla musica o dalla spettacolarità della loro immagine, ma dalla capacità di trasformare una sala gremita in uno spazio completamente assorbito dalla performance. E per me, che aspettavo quel momento con un entusiasmo tutto personale, vederli finalmente lì è stata una soddisfazione enorme.
Con i Behemoth, la sensazione è stata quella di assistere a uno spettacolo in cui ogni brano riusciva a trovare il proprio spazio, senza che nessuno finisse per essere soltanto un passaggio verso il successivo. Aspettavo questa esibizione con un entusiasmo difficile da contenere e, quando me li sono trovati finalmente davanti, ho avuto la conferma che tutta quell'attesa aveva un senso. Non mi hanno delusa, nemmeno per un istante.
La loro forza non risiedeva soltanto nella potenza della musica o nella cura della componente visiva, ma nella capacità di mantenere il pubblico costantemente coinvolto. Sul palco sembrava non esistere un momento di quiete: Nergal si spostava da una parte all'altra con un'energia impressionante, passando in pochi istanti da un lato del palco alla postazione rialzata del chitarrista, mentre gli altri membri si scambiavano continuamente posizione, alimentando un movimento incessante. Era come se lo spazio a loro disposizione non bastasse mai a contenere tutta quell'energia.
Ogni gesto contribuiva a rendere la performance ancora più intensa. Le espressioni di Nergal, i movimenti, la sua presenza scenica e quella capacità di occupare il palco senza lasciare che l'attenzione si disperdesse facevano parte di un insieme in cui nulla sembrava separato dalla musica. Anche i cambi d'abito accompagnavano l'evoluzione dello spettacolo, aggiungendo nuove sfumature a una presenza scenica già di per sé magnetica.
Eppure, ridurre tutto a Nergal sarebbe ingiusto. I Behemoth funzionavano come un organismo compatto, nel quale ogni componente contribuiva alla stessa tensione. La sensazione era quella di una band completamente immersa nella propria esibizione, capace di muoversi, suonare e interagire mantenendo sempre alta l'intensità. Il pubblico rispondeva a quella carica, e la sala gremita sembrava restituire alla band ogni frammento dell'energia ricevuta.
Tra i brani eseguiti, *Ora Pro Nobis Lucifer*, *Blow Your Trumpets Gabriel*, *Chant for Eschaton 2000* e *Conquer All* hanno fatto parte di una scaletta che attraversava diverse anime del repertorio. Ma se dovessi indicare un momento particolarmente personale, non potrei non citare *O Father O Satan O Sun!*, una delle canzoni a cui sono più legata. Sentirla dal vivo, dentro uno spettacolo di questa intensità, ha avuto un significato speciale.
La verità, però, è che non riesco a isolare un singolo brano come il momento decisivo della serata. Mi sono rimasti impressi tutti, proprio perché i Behemoth sono riusciti a dare a ciascuno una propria forza, mantenendo viva l'attenzione dall'inizio alla fine. Non c'era bisogno di aspettare la mia canzone preferita per sentirmi coinvolta: bastava lasciarsi trascinare da quello che succedeva sul palco.
E voglio essere chiara su una cosa: questo entusiasmo non nasce dal desiderio di celebrare una band a prescindere, né dalla necessità di scrivere qualcosa di positivo a tutti i costi. Nasce dal fatto che desideravo assistere a questo concerto da molto tempo e che, una volta arrivato quel momento, i Behemoth sono riusciti a restituirmi esattamente ciò che speravo di trovare, forse persino di più. Raccontarlo con partecipazione non significa perdere lucidità, ma riconoscere il valore di un'esperienza che mi ha lasciato sinceramente soddisfatta.
Ci sono concerti dai quali esci ricordando soprattutto una canzone. E poi ci sono quelli in cui è l'intera esibizione a rimanerti addosso, perché ogni momento contribuisce a costruire qualcosa che non vuoi ridurre a un singolo ricordo. Per me, quella dei Behemoth è stata una di quelle occasioni.
Dopo l'impatto dei Behemoth, è arrivato il momento dei Dimmu Borgir. Anche questa volta, l'attesa è stata accompagnata dal telone che copriva il palco, sul quale comparivano il nome e il logo della band. Poi, quando lo spettacolo ha avuto inizio, il sipario è caduto, lasciando spazio ai protagonisti della serata.
Prima di raccontare la loro esibizione, voglio fare una precisazione: conosco i Dimmu Borgir, ho ascoltato diversi loro brani, ma non sono mai stata una fan sfegatata della band. La curiosità, però, era tanta. Parliamo di un nome importante della scena metal internazionale, una formazione che ha costruito negli anni una propria identità e che meritava di essere vista dal vivo, al di là delle preferenze personali. La stessa curiosità che mi aveva accompagnata con i Dark Funeral mi ha spinta ad avvicinarmi al loro spettacolo senza aspettative precostituite. E, proprio come era accaduto con loro, anche i Dimmu Borgir sono riusciti a conquistarmi.
La loro esibizione aveva un carattere diverso da quella dei Behemoth, e il confronto nasceva spontaneamente proprio dalle diverse personalità dei due frontman. Se Nergal sembrava incapace di restare fermo, saltando da una parte all'altra del palco e occupando ogni spazio disponibile, il cantante dei Dimmu Borgir adottava un approccio più contenuto sul piano dei movimenti. Ma sarebbe un errore confondere una minore mobilità con una minore presenza scenica. Non aveva bisogno di attraversare continuamente il palco per attirare l'attenzione: la sua figura, il modo di stare in scena e la capacità di sostenere la performance gli permettevano di esercitare una presa diversa, ma altrettanto efficace.
È stata proprio questa differenza a rendere interessante il passaggio da una band all'altra. Non ho avuto la sensazione di assistere a una versione meno energica dello spettacolo precedente, bensì a qualcosa che funzionava secondo un linguaggio proprio. I Dimmu Borgir non avevano bisogno di replicare ciò che avevano appena fatto i Behemoth: portavano sul palco la propria identità, e questo bastava a rendere l'esibizione coinvolgente.
La scaletta ha attraversato alcune delle tappe più riconoscibili del loro repertorio, da *Mourning Palace* a *The Serpentine Offering*, passando per *Gateways*, *Puritania* e *Progenies of the Great Apocalypse*. Brani diversi, accomunati dalla capacità della band di costruire uno spettacolo che non si esauriva nella sola esecuzione musicale, ma trovava forza anche nella presenza scenica e nell'atmosfera complessiva.
Con il passare dei minuti, tuttavia, la stanchezza ha cominciato a farsi sentire. L'Alcatraz era gremito di persone e io mi trovavo abbastanza vicina al palco, immersa in una massa di pubblico che, dopo tante ore in piedi, iniziava a pesare fisicamente. Il caldo, la vicinanza con gli altri spettatori e la durata della serata mi hanno spinta, verso la parte finale dell'esibizione, a spostarmi un po' più indietro, cercando una posizione meno centrale dalla quale poter respirare e continuare a godermi il concerto.
Non era una questione di interesse o di coinvolgimento, tutt'altro. Avevo apprezzato molto quello che stavo vedendo e non volevo perdermi il resto dello spettacolo. A volte, però, per continuare a godersi una serata fino all'ultimo brano bisogna anche riconoscere i propri limiti fisici e trovare il modo di recuperare un po' di energie.
E proprio quando mi ero sistemata in una posizione più tranquilla, è arrivato un momento che non avevo assolutamente previsto.
Durante la penultima canzone, *In League with Satan*, ho visto comparire sul palco Nergal.
Per un istante, la stanchezza è passata in secondo piano. Non sapevo che quella collaborazione sarebbe avvenuta durante l'esibizione dei Dimmu Borgir e non me l'aspettavo affatto. Vederlo comparire accanto al frontman della band è stato uno di quei momenti in cui la sorpresa arriva prima ancora che tu riesca a elaborare quello che sta succedendo. La mia reazione, nella sua spontaneità, si può riassumere in un'esclamazione piuttosto eloquente: ma che cosa c***o sta succedendo??
Ero di nuovo in piedi, pronta a ributtarmi in mezzo alla folla per godermi quel momento da più vicino. Nergal non indossava gli elaborati abiti di scena con cui si era presentato durante l'esibizione dei Behemoth, ma un look più essenziale, fatto di pantaloni in pelle, maglietta nera scollata e giacca di pelle. Un'immagine diversa, più immediata, che non gli toglieva nulla del suo carisma.
E sì, ammetto tranquillamente che anche l'occhio ha avuto la sua parte.
Ma al di là dell'entusiasmo personale nel ritrovarmelo davanti ancora una volta, è stato bello vedere due personalità così differenti condividere il palco. Da una parte l'energia esplosiva di Nergal, con i suoi movimenti continui e la sua presenza magnetica; dall'altra il modo più composto del frontman dei Dimmu Borgir, capace di mantenere la propria identità senza essere oscurato da quella del suo ospite. Due approcci diversi che, in quel momento, hanno trovato un punto d'incontro.
La cover è stata una sorpresa riuscitissima, un momento che ha restituito nuova energia anche a me, dopo le ore trascorse in piedi e il caldo della sala. Mi è dispiaciuto non riuscire a registrare un video: il telefono aveva ormai pochissima batteria e non volevo rischiare di perdermi quello che stava succedendo per cercare di immortalare tutto. Sul momento, naturalmente, mi è dispiaciuto. Ma ripensandoci, sono contenta di aver potuto vivere quell'esibizione senza lo schermo del telefono davanti agli occhi. Ci sono ricordi che avresti voluto portare a casa anche in formato video, ma che, quando non puoi farlo, finiscono per appartenerti in una maniera ancora più diretta.
La collaborazione tra i due frontman è stata uno dei momenti più sorprendenti della serata, ma non ha rappresentato la conclusione del concerto. Dopo *In League with Satan*, i Dimmu Borgir hanno proseguito con l'ultimo brano, portando a termine la propria esibizione.
Quando tutto si è concluso, mi sono ritrovata con la soddisfazione di aver scoperto dal vivo una band che, pur non appartenendo alla cerchia dei miei ascolti più assidui, ha saputo coinvolgermi e convincermi. Non servono necessariamente anni di devozione per riconoscere la forza di uno spettacolo ben costruito, la personalità di chi occupa il palco e la capacità di una band di lasciare qualcosa a chi la ascolta.
I Dimmu Borgir mi sono piaciuti davvero. E il fatto che sia successo partendo dalla semplice curiosità rende questa scoperta ancora più piacevole.
Quando le ultime note si sono dissolte e i Dimmu Borgir hanno salutato il pubblico, concedendosi ancora qualche istante prima di lasciare il palco, ho notato da lontano un momento semplice ma bello: uno dei membri della band si è fermato a firmare un disco a una persona nelle prime file. Un piccolo gesto che ha accompagnato la fine di una serata già ricca di emozioni.
Poi le luci si sono riaccese e sono uscita dall’Alcatraz con il sorriso, portando con me una felicità difficile da raccontare fino in fondo. Quella del 13 ottobre non è stata soltanto una serata di grande musica, ma un’esperienza che conserverò dentro di me, fatta di suoni, immagini ed emozioni che continueranno a riaffiorare anche quando tutto sarà ormai lontano.
Ci sono concerti che finiscono quando si spengono gli amplificatori, e altri che continuano a vivere dentro di te molto tempo dopo. Quello che ha riunito Dark Funeral, Dimmu Borgir e Behemoth all’Alcatraz di Milano appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Sono uscita da quel locale sapendo di aver vissuto qualcosa che non dimenticherò mai. E forse è proprio questo il privilegio più grande della musica: regalarti momenti che, anche a distanza di anni, sapranno ancora riportarti esattamente lì, in mezzo al rumore, alla luce e a tutto ciò che ti ha fatto sentire viva.

Alessia Buccino

 

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