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Extreme music without compromise

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THE EIL - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono momenti in cui

la musica smette di essere soltanto una passione e diventa qualcosa di più urgente. Una necessità che non lascia molta scelta, un modo per rimettere insieme pensieri, emozioni e tutto quello che, diversamente, rischierebbe di rimanere intrappolato dentro. Per qualcuno è una forma di espressione, per altri una via di fuga. Per Babol, frontman dei THE EIL, è soprattutto una questione di equilibrio. Ed è proprio da questa esigenza che, nel dicembre 2022, prende forma il progetto THE EIL.
Alle spalle ci sono due anni di pandemia e un periodo ancora più lungo lontano dai concerti. Quattro anni senza salire su un palco, senza respirare quell'energia che soltanto la dimensione live riesce a restituire. Nel frattempo, però, le idee continuano ad accumularsi. C'è qualcosa da dire, qualcosa da creare, e soprattutto la consapevolezza che rimandare ancora potrebbe significare perdere un'occasione importante. «Avevo un botto di idee ed ero consapevole che se non l'avessi fatto in quel momento sono sicuro che oggi non sarei stato qui a scriverti». La musica diventa così l'unico modo per mantenere il proprio equilibrio. Non un semplice passatempo da riprendere quando possibile, ma una necessità da assecondare.
THE EIL nascono inizialmente come trio, con Babol alla voce e alla chitarra, ma il progetto non rimane a lungo ancorato alla sua prima configurazione. All'inizio del 2024 arriva un cambio di batterista e successivamente l'ingresso di una seconda chitarra, che porta la formazione a quattro elementi. Una fase che Babol ricorda senza nascondere le difficoltà, descrivendola come una separazione consensuale, avvenuta proprio mentre la band stava iniziando a muovere i primi passi più concreti tra concerti e studio. Trovare nuovi componenti in quel momento non è stato semplice, ma guardando indietro riconosce che quell'esperienza gli ha lasciato una certezza: THE EIL sarebbero andati avanti comunque.
Oggi la formazione è composta da Babol alla voce e chitarra, Ugo al basso, Riki alla seconda chitarra e Mitch alla batteria. L'arrivo di Riki, in particolare, non viene vissuto come una rivoluzione del linguaggio musicale, quanto piuttosto come un ampliamento delle possibilità espressive. Una chitarra in più permette di allargare la prospettiva, senza intaccare quello che il progetto aveva già iniziato a costruire.
Tra i riferimenti che possono aiutare a comprendere il loro universo sonoro compaiono nomi come The White Stripes, Queens of the Stone Age e Death From Above 1979. Tre coordinate differenti, che Babol riconduce rispettivamente al gusto per il suono lo-fi, alle sonorità stoner e a una particolare affinità scoperta più recentemente. Ma le influenze, per quanto inevitabili, non rappresentano un recinto entro cui muoversi. Sono parte di un bagaglio musicale e personale che finisce inevitabilmente per emergere nella scrittura, proprio come accade nella vita quotidiana. Babol è convinto che, ascoltando attentamente, THE EIL abbiano ormai sviluppato un mondo proprio, riconoscibile e difficilmente riducibile alla somma dei loro riferimenti.
La loro musica si muove attraverso contrasti che non sembrano avere alcuna intenzione di trovare una composizione definitiva. Fuzz, scream e melodie utopiche convivono in un equilibrio instabile, dove amore e odio possono appartenere allo stesso momento. Non si tratta necessariamente di mettere a confronto elementi lontani per ottenere un effetto particolare. La questione è più istintiva: ogni brano rappresenta uno stato d'animo autonomo, qualcosa che nasce con una propria identità e un proprio battito cardiaco. «Nascono perché hanno voglia di vivere», racconta Babol. Ed è forse proprio questa la chiave per avvicinarsi alla loro musica: canzoni che non cercano semplicemente di raccontare un'emozione, ma sembrano aver bisogno di attraversarla.
Anche la scrittura dei testi segue questa direzione. Sopravvivenza, luce, buio, ansia e tensione si intrecciano in un racconto che non separa nettamente ciò che appartiene alla dimensione personale da quello che arriva dall'esterno. Scrivere, per Babol, è stato un po' come andare da un terapeuta. Un processo attraverso il quale mettere ordine, o quantomeno dare una forma, a sensazioni che altrimenti sarebbero rimaste difficili da affrontare. E se quelle parole possono diventare utili anche per qualcun altro, allora il loro significato si amplia ulteriormente.
È un aspetto che emerge con particolare forza parlando del titolo scelto per il primo EP: *Vulgus Vult Decipi*, espressione latina traducibile con «il popolo vuole essere ingannato». Un titolo volutamente forte, suggerito da Riki e immediatamente condiviso dal resto della band. Una frase che, secondo Babol, riesce a racchiudere qualcosa del periodo storico che stiamo attraversando, che considera tra i più bassi dell'umanità. Non una semplice provocazione, quindi, ma una dichiarazione d'intenti che accompagna l'identità del lavoro fin dal suo nome.
Pubblicato nel 2026, *Vulgus Vult Decipi* raccoglie cinque tracce che segnano la nascita discografica dei THE EIL. Un primo capitolo che non pretende di rappresentare tutto quello che la band potrà diventare, ma fotografa con precisione quello che è oggi. Babol considera ogni canzone rappresentativa, perché ognuna custodisce qualcosa di vissuto e restituisce uno stato d'animo differente.
Tra queste, *A Place to Go* occupa un posto particolare. Pubblicata nell'ottobre 2024 come primo singolo della band, è anche la prima canzone scritta per il progetto. La sua nascita coincide con un momento in cui le cose non stavano andando particolarmente bene, e proprio per questo Babol la riconosce come una delle composizioni che meglio raccontano l'identità dei THE EIL. È un brano che appartiene all'inizio della loro storia, ma che continua a conservare un significato anche nel presente.
Un'altra traccia ha invece avuto un'origine decisamente meno programmata. *La Fabbrica dei Sé* nasce da un sogno, o meglio, da un incubo. Una notte Babol si sveglia con una melodia ancora impressa nella mente, prende la chitarra che tiene sempre a portata di mano e registra immediatamente l'idea. Al risveglio, quasi di getto, arriva anche il testo, successivamente rielaborato nei giorni seguenti. Una canzone nata nell'arco di una notte, inizialmente perché serviva un ulteriore brano da inserire nell'EP, ma che finisce per sorprenderlo profondamente. Babol la considera una composizione particolarmente forte, capace di parlare di sé e, allo stesso tempo, di trovare un significato anche nell'esperienza degli altri.
Dietro la realizzazione di *Vulgus Vult Decipi* c'è una scelta completamente DIY, che ha portato la band a gestire direttamente il proprio percorso produttivo, fino al mix e al mastering curati da Alessandro "Brian Babol" presso il Fear Studio Recording. Una decisione che nasce anche dal desiderio di costruire una crescita graduale, lasciando che ogni pubblicazione rappresenti un passo avanti rispetto alla precedente. L'intenzione iniziale era quella di partire con una produzione più grezza, evitando di cercare immediatamente un suono estremamente rifinito.
Il lavoro autonomo, tuttavia, si è rivelato tutt'altro che semplice. Le registrazioni sono avvenute in momenti differenti e una delle sfide principali è stata riuscire a rendere omogeneo il risultato finale. A questo si sono aggiunti i dubbi sulla durata del lavoro, sulla scelta delle tracce e sull'equilibrio complessivo delle cinque composizioni. Babol si è assunto gran parte della responsabilità, arrivando a un punto in cui ha deciso che il disco sarebbe uscito soltanto quando avrebbe soddisfatto lui e il resto della band.
È interessante, però, che proprio parlando delle difficoltà produttive individui negli aspetti meno perfetti del lavoro qualcosa di particolarmente prezioso. «Quello che mi piace di più in questo EP sono i difetti». Una considerazione che racconta molto del suo approccio: l'imperfezione non è necessariamente qualcosa da eliminare, ma può diventare una componente irripetibile dell'identità di un disco. La ricerca della perfezione, ammette, può trasformarsi in una sorta di prigione invisibile, dalla quale si riesce a uscire soltanto quando il lavoro viene finalmente lasciato andare.
Eppure, se c'è un luogo in cui Babol riconosce la dimensione più naturale dei THE EIL, quello è senza dubbio il palco. Non si è mai considerato particolarmente legato alla dimensione dello studio, mentre si è sempre nutrito dell'energia che soltanto il live riesce a restituire. Per lui una band si costruisce suonando, ed è proprio per questo che i concerti non rappresentano un'attività parallela alla scrittura, ma una parte fondamentale della sua esistenza.
La convinzione è molto netta: togliere i concerti ai THE EIL significa togliere loro l'ossigeno.
Questa necessità porta con sé anche una precisa idea di responsabilità. Ogni esibizione deve essere affrontata dando il massimo, non soltanto per rispetto della musica, ma anche delle persone che hanno scelto di essere lì per ascoltarli. Babol parla di preparazione, consapevolezza e impegno, elementi indispensabili per poter salire sul palco e lasciare che tutto il resto venga naturale. Studio e dimensione live rimangono, nella sua visione, due mondi distinti: il primo ha un inizio e una fine, il secondo è qualcosa che accade e si trasforma ogni volta.
Anche il rapporto con chi ascolta segue una logica precisa. THE EIL vogliono arrivare direttamente allo stomaco, ma non hanno la pretesa di stabilire quale significato debba assumere una canzone per chi la incontra. Una volta che la musica viene condivisa, appartiene anche a chi la ascolta, che può riconoscersi in una storia completamente diversa da quella che l'ha originata. Babol, con una buona dose di ironia, sintetizza la questione ricordando di essere responsabile di quello che dice, non di ciò che gli altri decidono di interpretare.
È una libertà che si lega perfettamente alla natura dei loro testi. Anche senza comprendere ogni parola, secondo lui è possibile percepire lo stato d'animo che attraversa una composizione. Quando qualcuno gli dice che la loro musica arriva allo stomaco, lo considera uno dei complimenti più importanti che possano ricevere. Perché, in fondo, la musica è sempre stata una sorta di medicina: un luogo in cui riversare tutto se stesso e attraverso il quale cercare una luce anche nei momenti più difficili.
Guardando ai THE EIL del dicembre 2022 e a quelli del 2026, Babol non individua una trasformazione sostanziale nella loro identità. Sono cambiati alcuni componenti, ma non la necessità che ha dato origine al progetto. Costruire una band underground partendo da Comacchio non è semplice, e i primi anni sono stati inevitabilmente segnati dalla fatica di trovare spazio e raggiungere nuovi ascoltatori. Oggi, però, qualcosa comincia a muoversi. Le persone iniziano a conoscere il nome THE EIL e la band sente di avere ancora molto da dire.
Non c'è intenzione di fermarsi al primo EP. Babol ha già in mente quello che vorrebbe costruire nei prossimi dieci anni e guarda al futuro con una visione che va oltre la semplice pubblicazione di nuova musica. Il prossimo disco o EP sarà diverso da quello che stanno vivendo oggi, perché ogni capitolo dovrà avere una propria identità. Ma tra tutte le cose che si augura, ce n'è una che sembra avere un significato particolare: riuscire a costruire una famiglia sempre più grande, condividendo questo percorso con le persone che li sostengono e con quelle che ancora devono incontrarli. E magari, un giorno, sentire qualcuno dire di esserci stato fin dal giorno zero.
Quando gli viene chiesto cosa vorrebbe far percepire a chi li scopre oggi, oltre la musica, Babol non cerca una definizione particolarmente elaborata. La risposta è diretta, coerente con tutto quello che ha raccontato fino a quel momento: «Alza il culo, vieni al nostro concerto e facciamo serata insieme». Perché la vita è troppo corta per non sentirsi vivi.
E forse è proprio qui che si incontrano tutti i fili di questa storia. La necessità di tornare a suonare, la musica come forma di equilibrio, le canzoni nate da momenti difficili, la ricerca di una propria identità e il desiderio di condividere tutto questo con chi si trova dall'altra parte del palco. THE EIL non sembrano interessati a costruire un'immagine immobile di se stessi. Preferiscono lasciare che siano le esperienze, le persone e le emozioni a definire quello che diventeranno.
Rimane soltanto un'ultima immagine, quella che Babol sceglie quando gli viene chiesto di raccontare la band senza ricorrere a generi musicali, influenze o definizioni: il finale di *Requiem for a Dream*.
Una risposta che lascia poco spazio alla leggerezza e che, dopo tutto quello che abbiamo ascoltato, assume una dimensione particolare. Perché dietro i contrasti, le melodie e le distorsioni dei THE EIL sembra esserci sempre qualcosa che oscilla tra la necessità di sopravvivere e quella di liberarsi. Una tensione che non cerca necessariamente una soluzione, ma che trova nella musica il proprio modo di esistere.
*Vulgus Vult Decipi* è il primo capitolo di questa storia. Cinque tracce, una formazione che ha trovato il proprio equilibrio e una band che non sembra avere alcuna intenzione di restare in silenzio.
Perché, a quanto pare, per THE EIL sentirsi vivi non è un'opzione. È una necessità.

Alessia Buccino

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