Ci sono band che
attraversano gli anni accumulando dischi, concerti, chilometri e fotografie, e poi ci sono band per le quali il tempo sembra diventare parte stessa della musica. Gli Shores of Null appartengono a questa seconda categoria. Nati a Roma nel 2013, hanno costruito il proprio percorso senza mai abbandonare quella malinconia che era già presente alle origini, quando tutto era ancora un'idea nata dal bisogno personale di dare forma a qualcosa di più oscuro e melodico. Oggi, dopo oltre un decennio, cinque album in studio, più di 350 concerti e una strada che li ha portati dai club dell'underground italiano ai grandi festival europei e internazionali, quella prima scintilla non è scomparsa. Ha semplicemente imparato a parlare una lingua più consapevole.
Tutto ebbe inizio da un'esigenza di Raffaele Colace. All'epoca suonava math-rock con i Mens Phrenetica, ma qualcosa dentro di lui chiedeva altre tonalità, altri paesaggi, note più cupe e suoni capaci di lasciare emergere la melodia. Fu così che propose a Gabriele Giaccari un paio di brani, destinati a diventare Night Will Come e Time Is A Waste Land, poi confluiti in Quiescence. Quando la parte strumentale dell'album fu pronta, quei brani arrivarono alle orecchie di Davide Straccione e da lì, raccontano, la strada fu quasi naturale. Nessuno di loro arrivava realmente da zero: erano musicisti che avevano già attraversato anni di gavetta nell'underground con altre band. Non era il progetto improvvisato di ragazzi alla prima esperienza, ma l'inizio di qualcosa che possedeva già radici profonde.
E quelle radici, curiosamente, sono ancora riconoscibili. La malinconia, innanzitutto. Il gusto per la melodia. E quell'immaginario legato all'acqua che sarebbe diventato una delle coordinate più persistenti della loro identità.
Anche il nome della band sembra nato davanti a un confine. Shores of Null, le rive del nulla. Fu Davide a volerlo, spinto dalla sua fascinazione per fiumi e corsi d'acqua. La parola Shores doveva esserci, e fu proprio durante un viaggio a Budapest, davanti al Danubio, che prese forma quel nome destinato a accompagnare la band per tutti questi anni. Anni dopo sarebbe arrivato Donau, quasi come se il fiume che aveva contribuito a generare il nome fosse tornato a reclamare un posto nella loro musica. Anche Null contiene un piccolo passaggio tra lingue diverse, giocando con il tedesco e con il significato di zero.
Ma è soprattutto l'immagine che conta. Un luogo senza dolore, un punto dal quale poter ricominciare. Le rive come ultimo avamposto prima dell'acqua, sospese tra vita e morte. Un confine che non separa semplicemente due luoghi, ma due condizioni dell'esistenza. E forse non è un caso che, guardando oggi al loro percorso, quel confine sembri essere rimasto sempre lì, appena oltre ogni album. Homesick, con il suo parlare di partenze e ritorni, sembra quasi chiudere un cerchio iniziato proprio su quelle rive.
In tredici anni, la formazione non ha conosciuto quella continua rotazione che spesso accompagna la vita delle band. Davide Straccione alla voce, Gabriele Giaccari e Raffaele Colace alle chitarre, Matteo Capozucca al basso ed Emiliano Cantiano alla batteria sono rimasti insieme per tutto questo tempo, fatta eccezione per alcune sporadiche assenze live dovute a motivi personali o di salute. Tredici anni sono abbastanza per smettere di essere semplicemente compagni di band. Si diventa una famiglia, dice Emiliano. Si condividono chilometri, palchi, attese, momenti importanti della vita. Ci si impara a conoscere al punto che le singole personalità iniziano a fondersi in qualcosa di collettivo.
È forse proprio qui che si trova una parte fondamentale della storia degli Shores of Null. Non nell'assenza di cambiamento, ma nel fatto che il cambiamento sia avvenuto senza bisogno di sostituire le persone che ne costituiscono il cuore. La loro identità non è stata ricostruita più volte: si è sedimentata. Strato dopo strato, disco dopo disco, concerto dopo concerto.
Durante i live, inoltre, quella formazione si arricchisce quando possibile di una terza chitarra, affidata a Lorenzo Carlini degli Invernoir, che si è assunto il compito di imparare i brani degli Shores of Null per portarli sul palco insieme a loro. Ma il nucleo rimane quello stesso gruppo di musicisti che ha iniziato questo viaggio tredici anni fa.
Persino la definizione del loro genere racconta qualcosa di questo percorso. Nel corso degli anni la loro musica ha attraversato blackened metal, gothic doom, melodic death e atmosfere progressive, fino a trovare una definizione che sembra contenere meglio ciò che sono diventati: Melancholic Dark Metal. Una formula che non pretende di rinchiudere la band in una casella, ma di riconoscere l'equilibrio tra temi oscuri, malinconia e momenti di rabbia che attraversa la loro proposta. La prima etichetta era arrivata dalla Candlelight Records, ma non era mai riuscita a rappresentarli completamente. Questa volta, invece, sembrano aver trovato qualcosa che assomiglia più a una casa.
E parlare di casa, con gli Shores of Null, significa inevitabilmente arrivare a Homesick.
Prima, però, bisogna tornare indietro.
Quiescence e The Loss of Beauty appartengono alla stessa storia, ma sembrano osservarla da due punti differenti. I brani del primo album erano nati principalmente dalle menti di Gabriele e Raffaele, prima che la formazione fosse completata. The Loss of Beauty sarebbe arrivato molti anni dopo, portando con sé l'esperienza accumulata e, soprattutto, il contributo di tutti i membri della band. Non è quindi soltanto una questione di evoluzione sonora. È la differenza tra l'idea iniziale di un gruppo e ciò che quella stessa idea diventa dopo aver vissuto.
Ed è proprio attraverso l'esperienza che gli Shores of Null hanno imparato a trasformare la musica in una sorta di archivio emotivo.
Beyond The Shores (On Death And Dying) ne è forse uno degli esempi più estremi. Trentotto minuti costruiti attorno alla morte e al morire, un manifesto doom che avrebbe potuto rappresentare un rischio enorme. La band stessa non sapeva come il mercato avrebbe accolto un brano tanto oscuro e tanto lungo. La risposta, invece, fu molto diversa da qualsiasi previsione. Arrivarono nuovi ascoltatori, ottimi riscontri dalla critica, concerti intensi. Ma soprattutto arrivarono le persone.
Persone che scrissero alla band per raccontare quanto quelle parole e quelle melodie avessero incontrato un momento preciso della loro vita.
È forse in questo punto che la musica smette definitivamente di appartenere soltanto a chi la scrive. Un brano può nascere dalla rabbia e dalla depressione di una determinata estate, ma nel momento in cui raggiunge qualcun altro può diventare la colonna sonora di un lutto, di una perdita, di una notte difficile, di qualcosa che non siamo riusciti a dire. Beyond The Shores era nato da loro, ma aveva finito per appartenere anche a chi vi si era riconosciuto.
E la cosa più curiosa è che The Loss of Beauty, pur essendo stato scritto e registrato prima, sembra quasi seguirlo. I due album erano nati più o meno nello stesso periodo, ma guardavano verso direzioni apparentemente differenti. Da una parte la morte, dall'altra la bellezza nella sua imperfezione e nella sua transitorietà. Eppure, nella loro percezione, uno è diventato il seguito dell'altro.
Per gli Shores of Null, infatti, gli album non sono semplicemente tappe di una discografia. Sono fotografie.
Non si siedono a tavolino per decidere quale debba essere la prossima evoluzione musicale. La composizione nasce da ciò che vivono, e ciò che vivono inevitabilmente finisce dentro la musica. Beyond The Shores porta dentro di sé la rabbia e la depressione dell'estate del 2019. Le fondamenta di Homesick, invece, sono nate durante un mese di scrittura particolarmente intenso, in un periodo complicato segnato dal trasferimento di Raffaele da una città all'altra. Nelle stesse settimane prendevano forma anche i brani di Latitudes Of Sorrow.
Guardandoli a distanza, diventano diari.
E forse è proprio questo il motivo per cui Homesick arriva con una forza particolare. Perché parlare di nostalgia, appartenenza, assenza e casa significa parlare di qualcosa che, prima o poi, attraversa la vita di chiunque.
La casa, per gli Shores of Null, non è necessariamente un indirizzo. Raffaele è calabrese e vive a Roma da più di vent'anni. Davide vive a Pescara. Matteo ha trascorso alcuni anni in Olanda. Le loro vite hanno conosciuto luoghi diversi, spostamenti, partenze e ritorni. Così, nel nuovo album, casa può essere una persona. Può essere un ricordo. Può essere una ferita. Può essere una versione passata di noi stessi.
E può essere un palco.
Dopo più di 350 concerti, salire sul palco insieme agli altri quattro è diventato per loro ciò che più assomiglia a un ritorno a casa.
È una definizione che racchiude qualcosa di potente. Perché il palco è, per sua natura, un luogo temporaneo. Si monta, si suona, si smonta e si riparte. Eppure, dopo centinaia di concerti e migliaia di chilometri, può diventare il posto più stabile che una band conosca.
Per Davide, però, esiste anche una casa fatta di montagne. Le montagne d'Abruzzo raccontate in Two Mountains rappresentano quel confine che segna il ritorno dopo un tour. Un'immagine tanto concreta quanto simbolica, tanto geografica quanto emotiva. E non sorprende che quelle montagne siano entrate anche nell'immaginario visivo di Homesick.
Perché la casa può essere rifugio, ma può anche essere una gabbia.
Ed è proprio questa ambiguità a attraversare il nuovo album.
Nella title track compare una frase, “my home is dangerous”, che rende impossibile pensare alla nostalgia come a qualcosa di semplicemente rassicurante. Si può desiderare di tornare in un luogo e, contemporaneamente, sapere che quel luogo è stato la fonte del proprio dolore. Si può sentire la mancanza di qualcosa che non ci ha fatto bene. Si può rimpiangere persino qualcosa che forse non è mai esistito nella forma in cui lo ricordiamo.
La copertina di Brooke Shaden sembra trasformare questa contraddizione in un'immagine. Una figura scala una cornice vuota. Sta cercando di liberarsi dalla propria gabbia oppure vi sta entrando ancora più profondamente?
La risposta non viene data.
E nemmeno Homesick risponde alla propria domanda più importante: Will I return?
Rimane aperta.
Forse perché la nostalgia non è mai soltanto un sentimento rivolto indietro. È una forza capace di deformare il passato, di costruire ricordi più belli o più terribili di quanto siano stati davvero, di farci desiderare qualcosa che non esiste più o che forse non è mai esistito. Il termine longing sembra descrivere bene questa forma particolare di mancanza: desiderare qualcosa che non c'è più, oppure qualcosa che non c'è mai stato.
Ma gli Shores of Null non sembrano interessati a trasformare questa nostalgia in una fuga.
Piuttosto, vogliono guardarla.
Fare pace con ciò che chiamiamo casa sembra essere più importante che rimpiangerla.
Anche le collaborazioni presenti nel nuovo album sembrano essere nate dalla necessità di aggiungere qualcosa che la musica stava chiedendo spontaneamente. In The Numbing Void, la presenza di una voce femminile serviva ad approfondire il dialogo con le parti growl. La scelta è caduta su Natalie Koskinen degli Shape of Despair, anche grazie alla conoscenza che la lega da anni a Davide.
Per Shaun MacGowan dei My Dying Bride, invece, la storia è nata dalle parti di violino già presenti nella pre-produzione. Coinvolgere il violinista di una band che più di ogni altra ha contribuito a rendere naturale l'uso del violino nel doom sembrava quasi la conseguenza inevitabile di quella direzione musicale.
Ma c'è un dettaglio che racconta molto più delle semplici collaborazioni.
Gli Shores of Null non volevano che fossero soltanto file spediti attraverso internet.
Natalie e Shaun sono stati invitati a Roma. Hanno lavorato fianco a fianco con la band, ma soprattutto hanno condiviso tempo. Una cena, una birra, un giro per la città, una sessione di registrazione. Per gli Shores of Null, tutto questo fa parte della musica tanto quanto ciò che viene inciso.
È lo stesso approccio che avevano già adottato durante le registrazioni di Beyond The Shores con Mikko Kotamäki degli Swallow The Sun e Thomas A.G. Jensen dei Saturnus. Chi entra in un loro disco, anche soltanto per qualche giorno, entra nel loro piccolo mondo.
E un ospite, per loro, va accolto come si deve.
Questa idea di appartenenza si ritrova anche nella loro storia live. Già nei primi anni erano arrivati festival importanti come Inferno Fest, Metalitalia Fest ed Eindhoven Metal Meeting. Poi i tour con Hooded Menace, Harakiri For The Sky, In The Woods e Novembre. Anno dopo anno, la fanbase cresceva.
Poi è arrivata la pandemia, una frattura che ha attraversato la vita di moltissime band.
E dopo quella batosta sono arrivati Swallow The Sun e Paradise Lost, insieme a palchi sempre più grandi come Hellfest e Rock Imperium, fino all'esperienza quasi surreale del 70000 Tons Of Metal.
La crescita è stata evidente, ma gli Shores of Null non hanno mai smesso di sentirsi parte dell'underground italiano. Anzi, continuano a considerare quella dimensione una parte della propria identità, qualcosa di cui andare fieri.
Forse perché, dopo tutti quei palchi, hanno imparato che la dimensione live non è soltanto una questione di numeri.
Trecentocinquanta concerti significano chilometri, valigie, autostrade, aeroporti, attese, palchi diversi, stanze diverse, persone incontrate per poche ore e poi lasciate indietro. Ma significano anche trasformazione. Emiliano racconta che, concerto dopo concerto, la dimensione del palco è diventata sempre più naturale. A un certo punto ci si ritrova lì, davanti al pubblico, e le mani sembrano muoversi da sole.
Non si sta più semplicemente suonando la musica.
La si sta vivendo.
E forse è proprio questa la ragione per cui aggressività e malinconia riescono a convivere così naturalmente nella loro musica. Dentro ognuno di noi, dice Emiliano, esistono ferite che non si sono mai rimarginate completamente. La musica può portarci davanti a quelle ferite e permetterci di attraversarle, almeno per qualche minuto.
Il doom, per Raffaele, non è una questione di lentezza.
È una questione di emozione.
E le emozioni non arrivano mai una alla volta.
A volte serve una melodia che possa essere cantata. A volte le parole non sono più sufficienti e rimane soltanto il growl. A volte un brano chiede un ritornello capace di rimanere nella testa, altre volte pretende di essere pesante, scomodo, quasi fisicamente opprimente.
Su Homesick questo equilibrio è stato portato ancora più avanti. Le armonie vocali sono state curate più che mai, con Raffaele, Davide e Gabriele chiusi insieme in studio fino a trovare linee che convincessero tutti e tre. Il risultato, secondo la band, è un disco che in alcuni punti è il più pesante che abbiano mai realizzato e che, contemporaneamente, contiene alcune delle melodie più forti della loro storia.
Non cercano una formula.
Non cercano necessariamente di sorprendere se stessi.
Cercano di offrire a chi li segue un nuovo viaggio fatto di note e sensazioni, lasciando che ciò che li ispira venga plasmato nella forma che sentono propria.
E qui torna ancora una volta la questione dell'identità.
Dopo cinque album, esistono inevitabilmente aspettative. Il pubblico riconosce una band e inizia a costruire attorno ad essa un'immagine, un suono, una precisa idea di ciò che dovrebbe arrivare dopo. Gli Shores of Null non negano che queste aspettative esistano, ma hanno scelto di non lasciare che siano loro a decidere la direzione.
La loro risposta è l'onestà emotiva.
Scrivere ciò che sentono, senza calcolare cosa potrebbe funzionare commercialmente e senza chiedersi cosa una band doom dovrebbe fare.
E, guardando indietro, forse è proprio questo che ha permesso loro di evolversi senza perdere se stessi. Non hanno mai avuto bisogno di cambiare direzione per trovare qualcosa di nuovo. Ogni disco ha semplicemente messo a fuoco qualcosa che era già presente.
La bussola, ormai, è chiara.
Sanno cosa suona come Shores of Null.
E finché quella bussola continua a indicare la loro direzione, possono permettersi di cambiare senza perdersi.
Per Emiliano, il momento in cui ha capito davvero che la band stava diventando ciò che volevano è arrivato con Beyond The Shores. Non tanto per il successo del disco in sé, quanto per quello che accadde dopo. Scoprire che così tante persone si erano ritrovate nelle parole e nelle melodie di quel brano gli fece comprendere che gli Shores of Null stavano diventando qualcosa di speciale anche al di fuori della loro esperienza personale.
Forse è questo il punto in cui una band smette di essere soltanto una band.
Quando una parte della propria storia riesce a entrare nella storia di qualcun altro.
E allora anche la domanda finale, quella apparentemente più semplice, diventa impossibile da separare da tutto ciò che è venuto prima.
Se potessero tornare in un unico luogo del passato, sapendo che non potrebbero cambiare nulla di ciò che è successo, quale luogo sceglierebbero?
Emiliano non sceglie un palco, un festival, una città straniera, un momento della carriera.
Sceglie sua nonna.
Vorrebbe rivederla soltanto per poter rivivere quell'ultimo abbraccio.
E improvvisamente tutto ciò che Homesick racconta sembra raccogliersi in quella frase.
La casa come luogo fisico. La casa come persona. La casa come memoria. La casa come qualcosa che può salvarci e ferirci nello stesso momento. La casa come un posto dal quale partiamo e verso il quale continuiamo a tornare, anche quando non esiste più.
Forse la nostalgia è proprio questo: non riuscire a tornare davvero, ma continuare a cercare la strada.
Gli Shores of Null lo fanno da tredici anni. Attraversano rive, città, palchi e ricordi portandosi dietro la stessa malinconia che esisteva all'inizio, quando tutto era ancora soltanto qualche nota più scura, qualche melodia nata dal bisogno di trovare una forma a ciò che non poteva essere detto diversamente.
Nel frattempo sono arrivati dischi, persone, partenze, ritorni, perdite, chilometri e oltre 350 concerti.
Ma la domanda è ancora lì.
Will I return?
Forse non esiste una risposta definitiva.
Forse perché la casa non è un luogo nel quale si arriva una volta per tutte.
A volte è ciò da cui si fugge.
A volte è ciò che si perde.
A volte è una persona che possiamo incontrare soltanto nella memoria.
E a volte, dopo aver attraversato tutto il resto, è semplicemente il momento in cui cinque persone salgono insieme su un palco e, per qualche minuto, capiscono di essere esattamente dove devono essere.
Alessia Buccino