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GLI ALBERI - Vox Profana - BLACKZine.com

Nel 2012, a Torino, cinque persone legate

da amicizia, scuola, vecchie band e perfino da legami di sangue decisero di mettere insieme qualcosa che, almeno nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto allontanarsi dal metal. Andrea e Matteo Candeliere alle chitarre erano fratelli; Matteo e Davide Quinto avevano già condiviso l’esperienza nei Manhunt e in altri progetti. Il terreno comune era dunque quello del metal, ma in quegli anni stavano scoprendo altri linguaggi, soprattutto il post-rock, e volevano portarli dentro una nuova creatura.
La chiamarono Gli Alberi.
Un nome apparentemente semplice, quasi elementare, ma scelto proprio perché capace di contenere qualcosa di molto più vasto. Gli alberi sono maestosi e fragili allo stesso tempo, appartengono a migliaia di specie differenti e svolgono un ruolo fondamentale per la vita sulla Terra. Soprattutto, hanno storie da raccontare. Forse è proprio questa ambivalenza a rappresentare meglio di qualunque definizione ciò che la band è diventata nel corso degli anni: qualcosa che affonda le proprie radici in un terreno preciso, ma che continua a cambiare forma mentre cresce.
Quattordici anni dopo, c’è anche una piccola ironia nel percorso compiuto. Il metal da cui Gli Alberi avevano cercato inizialmente di prendere le distanze è rientrato dalla finestra. E oggi, nella formazione composta da Arianna Prette alla voce, Matteo Candeliere alla chitarra, Davide Quinto al basso e voce, Giovanni Bersani a tastiere, synth, chitarra e voce e Marcel Alisio alla batteria, quella vecchia radice convive con post-rock, doom, black metal, blackgaze, new wave e cantautorato italiano.
Anche i cambi di formazione hanno lasciato il loro segno. Le due chitarre originali sono diventate una chitarra accompagnata da tastiere e synth, aprendo alla band uno spazio più atmosferico, quasi cinematografico. Nei primi due dischi alla batteria c’era Daniele Varlonga, ancora oggi legato al gruppo da una profonda amicizia; oggi il ruolo è affidato a Marcel Alisio, musicista proveniente da un universo differente, nutrito anche di jazz e musica latina. Il suo modo di suonare ha contribuito a evitare quella che sarebbe potuta diventare una semplice riproposizione dei classici pattern metal, aggiungendo un’altra voce alla grammatica musicale del gruppo.
Ma se c’è qualcosa che non è mai cambiato, è il rapporto con la natura.
Non come semplice paesaggio da osservare, ma come qualcosa che continua a interrogare l’essere umano. È una presenza che Gli Alberi hanno portato con sé fin dall’inizio, mentre intorno a loro il mondo cambiava rapidamente. Il clima non è più una questione astratta, distante, confinata ai grafici e alle ricerche: è qualcosa che si manifesta davanti agli occhi. Dopo quattordici anni, raccontarlo attraverso la musica è diventato quasi una necessità.
E così la discografia degli Alberi può essere osservata come una crescita tanto artistica quanto umana.
*The Glimpse*, uscito nel 2017, apparteneva ancora a una fase più istintiva, nata senza un concept preciso e costruita attorno all’idea semplice di registrare le canzoni che avevano scritto. Cinque anni dopo arrivava *REINHOLD*, e con esso cambiava tutto. Giovanni entrava nella formazione, il metal tornava a farsi sentire con maggiore decisione e Davide introduceva growl e scream. Ma soprattutto la band affrontava per la prima volta un vero concept album, nato durante la pandemia, quando ritrovarsi ogni settimana in sala prove aveva assunto un valore completamente diverso.
La storia scelta era quella di Reinhold e Günther Messner e della scalata del Nanga Parbat. L’idea arrivò anche attraverso la graphic novel *Messner. La montagna, il vuoto, la fenice* di Michele Petrucci, scoperta da Giovanni. In quella vicenda Gli Alberi trovarono una storia fatta di vittorie, fallimenti, perdite, paesaggi sconfinati e tragedie che sembravano già possedere la struttura di una sceneggiatura.
La musica seguì le immagini.
Una canzone doveva essere triste e tragica per raccontare la morte di Günther. Un’altra doveva diventare aggressiva e veloce per inseguire il cosiddetto “terzo uomo”. Il concept non era dunque soltanto qualcosa da raccontare attraverso i testi, ma una sorta di bussola capace di suggerire alla musica stessa quale forma assumere.
Poi, nel 2026, Gli Alberi hanno cambiato paesaggio.
Dalla montagna sono scesi nel deserto.
*Maturafine* nasce ancora una volta da una lettura, *Un mondo senza confini* di William Atkins, e da tutto ciò che quella lettura ha trascinato con sé: *Dune*, il Qoelet, riflessioni sulla natura sfaccettata di un luogo che sembra non appartenere completamente a nessuno.
Il deserto, nella visione degli Alberi, non è un vuoto.
È un luogo-non luogo. Un territorio apparentemente immobile, ma attraversato da una quantità sterminata di storie: città inghiottite dalla sabbia, esploratori scomparsi, popoli dimenticati, pellegrini, riti e leggende. Una dimensione quasi fuori dal tempo, dove il silenzio non coincide necessariamente con l’assenza.
Ed è proprio questa idea a ribaltare uno degli stereotipi più comuni legati al deserto. Non è uno spazio morto. È casa. Casa di animali, ma anche di popoli indigeni che per generazioni hanno abitato territori che la nostra prospettiva occidentale tende a considerare semplicemente vuoti.
Tra le storie che hanno colpito maggiormente la band c’è quella degli aborigeni australiani coinvolti, loro malgrado, nei test nucleari britannici durante la Guerra Fredda. Il deserto venne considerato un luogo sufficientemente remoto da poter essere ritenuto disabitato. Ma in quelle stesse terre esistevano insediamenti e luoghi sacri. Quelle persone furono costrette a spostarsi per sfuggire alle radiazioni.
Ancora una volta, dunque, il deserto diventa uno specchio.
Racconta quanto sia facile per l’essere umano chiamare “vuoto” ciò che semplicemente non riesce, o non vuole, vedere.
È una prospettiva che attraversa anche i luoghi scelti per *Maturafine*: il Rub' al-Khali, il deserto australiano, il territorio kazako legato al disastro del Mare d’Aral. Paesaggi lontanissimi, accomunati dalla capacità ostinata della natura di resistere anche nei luoghi più inospitali.
E dalla nostra capacità di distruggerli.
Il Mare d’Aral è forse l’immagine più evidente. La deviazione dei suoi affluenti ha trasformato quello che era un mare in un deserto, lasciando dietro di sé le celebri imbarcazioni immobili su un terreno che un tempo era acqua. A pagare il prezzo di quella trasformazione non sono stati soltanto gli ecosistemi e la fauna, ma soprattutto le persone che vivevano della pesca sulle sue rive.
In *Sui relitti*, Gli Alberi raccontano proprio questa scomparsa.
In *Astralia*, invece, il punto di frattura arriva con l’incontro tra il Tempo del Sogno e il “progresso” dell’impero britannico. Ma è forse *Mare Tranquillitatis* a condensare maggiormente il pensiero che attraversa l’intero disco.
Guardata dal deserto lunare, la Terra diventa una sfera sospesa nell’universo, una tra milioni e milioni di altre. Da quella distanza, la nostra fretta, la nostra sete di conquista e la nostra ossessione per il dominio assumono una dimensione diversa. Ridicola, persino. Non soltanto perché dannosa, ma perché profondamente futile.
E allora il titolo *Maturafine* acquista un peso ancora maggiore.
“I tempi sono maturi, la fine è vicina” potrebbe sembrare una profezia. Ma la fine di cui parla il disco non è quella del pianeta. È quella dell’uomo, insieme alle molte altre specie che rischiano di essere trascinate con lui.
Il pianeta ci sopravviverà.
È una consapevolezza che potrebbe essere soltanto cupa, ma Gli Alberi scelgono di spingerla oltre il pessimismo. La trasformano quasi in una forma di speranza nera: il mondo continuerà, anche senza di noi.
Per questo amano definire *Maturafine* un disco ottimista sulla fine del mondo.
Dentro questa apparente contraddizione vive gran parte della sua forza.
Anche le culture, i miti e le spiritualità incontrati lungo il percorso non sono semplici decorazioni applicate sopra un concept già costruito. Ogni canzone di *Maturafine* conserva una propria autonomia, a differenza di *REINHOLD*, dove i brani funzionavano come capitoli strettamente collegati. Questa libertà ha permesso alla band di attraversare epoche e territori differenti, trovando però domande comuni: il mito della creazione, la morte, l’immensità della natura, il tempo che scorre.
Domande antiche quanto l'uomo.
E forse proprio per questo capaci di attraversare qualsiasi deserto.
Musicalmente, Gli Alberi non cercano una sola lingua con cui raccontarle. Le loro influenze convergono in un suono che accoglie black metal, post-rock, doom, new wave e cantautorato italiano. Un eclettismo che non nasce dalla necessità di mostrare quante cose sappiano fare, ma dalla necessità di dare una forma alle diverse emozioni e ai diversi paesaggi richiesti dal concept.
Quando si parte da un’immagine, spesso è l’atmosfera a venire prima della struttura.
E in *Maturafine* questo principio diventa particolarmente evidente.
Le canzoni, scritte in un periodo relativamente breve, condividono una coerenza sonora che permette al disco di funzionare come un’esperienza unica. Il cantato in italiano contribuisce a tenere insieme il viaggio, mentre la voce di Arianna diventa quasi quella di una narratrice che accompagna l’ascoltatore tra sabbia, rovine, memoria e silenzio.
E poi c’è quella strana coincidenza che lega il nome della band al luogo scelto per il disco.
Gli Alberi hanno dedicato un album al deserto.
Un luogo in cui, almeno apparentemente, gli alberi non dovrebbero esserci.
Non era una provocazione studiata a tavolino. Quando se ne sono accorti, hanno semplicemente lasciato che quella coincidenza trovasse posto nella musica. In *La sabbia coprirà ogni cosa* compare l’immagine di un albero che cade nel deserto senza produrre alcun rumore. In *Mare Tranquillitatis* compaiono invece mari lividi senz’acqua e campi neri senza alberi.
Perché alberi e acqua sono, in fondo, quasi sinonimi di vita.
E forse non esiste immagine più potente di quella di un primo germoglio che emerge dalla cenere dopo un incendio. Oppure di un’oasi che, nell’immaginario collettivo, appare sotto l’ombra di una palma.
Anche qui, dunque, il deserto non è la fine assoluta.
È la possibilità di capire cosa rimane quando tutto il resto viene sottratto.
Dopo quattordici anni, la cosa più sorprendente è forse ciò che Gli Alberi non hanno perso. Il rapporto tra i membri è rimasto quello di un gruppo di amici prima ancora che di compagni di band. La composizione e la preparazione dei live continuano a vivere dentro un’atmosfera rilassata. Una scelta che potrebbe sembrare secondaria, ma che per loro è fondamentale.
Il cambiamento più grande è arrivato invece dalla musica.
Nel 2012 sarebbe stato difficile immaginare Gli Alberi cantare completamente in italiano e accogliere nuovamente così tante influenze metal.
Nel 2026 è esattamente ciò che sono.
*Maturafine* è uscito il 15 maggio 2026 per Masked Dead Records, un’etichetta che aveva creduto nel progetto fin dalle prime demo e che Gli Alberi conoscevano già attraverso il catalogo e, in particolare, il disco dei Kre’u. L’arrivo nella label rappresenta per loro una soddisfazione importante, ma non un punto d’arrivo.
Non hanno intenzione di fermarsi.
E forse è proprio questo il punto.
Il deserto di *Maturafine* non è un luogo verso cui si cammina per trovare una destinazione. È uno spazio in cui perdere le coordinate abituali, osservare ciò che rimane e chiedersi quanto valgano davvero le nostre azioni quando vengono osservate da una distanza abbastanza grande.
Alla fine restano le vite, passeggere e fluttuanti.
Restano le canzoni.
Resta la possibilità di decidere, attraverso ciò che facciamo, dove collocare il confine tra futilità e rilevanza.
E mentre l’ultima nota di *Maturafine* si dissolve, forse il deserto non chiede altro che questo: ricordarci che non siamo eterni, che il mondo non ci appartiene e che, nonostante tutto, ciò che facciamo mentre siamo qui può ancora avere un peso.

Buon ascolto.

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