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SòT - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono band che

nascono da un'idea precisa, da un progetto costruito a tavolino, dalla volontà di dare forma a qualcosa che ancora non esiste. E poi ci sono band che nascono semplicemente perché stare insieme è abbastanza. Amici che passano il tempo a skateare, a bere birre, andare alle feste, chiudersi in sala prove e fare casino. È da quel territorio apparentemente semplice, fatto di amicizia, curiosità e ore trascorse insieme, che nel 2023 prendono forma i SÓT, nel cuore dell'underground islandese.
All'inizio c'è soprattutto la voglia di suonare. Scrivere musica insieme li entusiasma, forse proprio perché sono giovani e molte di quelle esperienze sono ancora nuove. Non passa molto tempo prima che arrivino i primi brani e, subito dopo, i primi concerti. Fin dall'inizio, però, c'è qualcosa che li distingue: non si risparmiano. Sono completamente dentro a quello che stanno facendo. Quella che era cominciata come una forma di condivisione tra amici comincia rapidamente ad assumere proporzioni diverse. Arrivano sempre più concerti, il primo album, opportunità più grandi, la vittoria della Wacken Metal Battle in Islanda, il primo grande festival all'estero e il lavoro su un secondo album. In mezzo a tutto questo, anche la possibilità di fermarsi per un momento e raccontare cosa sia diventato SÓT.
La loro storia è inseparabile dall'ambiente che li circonda, ma non necessariamente dal paesaggio che siamo abituati ad associare all'Islanda. Per loro l'influenza è soprattutto culturale. La scena metal islandese è una parte importante della loro vita: andare ai concerti, suonare, incontrare altre band e condividere quello spazio significa crescere all'interno di una comunità. Realtà come Reykjadoom e Stokkið í Eldinn li hanno aiutati fin dall'inizio, così come band già affermate quali Blóðmör, Krownest, Morpholith, Brain Police e Devine Defilement. È attraverso questo tessuto umano, più che attraverso vulcani, ghiaccio e distese desolate, che l'Islanda entra nella loro musica.
Eppure, ascoltando SÓT, è difficile non immaginare proprio qualcosa di enorme e primordiale. Il loro suono si muove tra sludge, groove metal, stoner e doom, con elementi di progressive, psichedelia, blues e rock. Le influenze arrivano da mondi differenti ma, ormai, non vengono più percepite come compartimenti separati. Acid Bath, Down, Pantera, Brain Police, Deftones e Mastodon sono alcuni dei nomi che hanno contribuito a plasmare il loro immaginario musicale, ma ciò che ne emerge non è un collage di riferimenti. Quelle influenze si sono sedimentate fino a diventare parte naturale dell'identità dei SÓT.
Il centro di gravità rimane il groove. Per loro è spesso proprio il groove a rendere qualcosa veramente pesante. Non soltanto perché invita a muovere la testa, ma perché contiene quella spinta fisica capace di trascinare il corpo verso il pit. La pesantezza, nei SÓT, non è quindi soltanto una questione di distorsione o di volume. Deve avere un movimento, un peso che avanza. Un treno. È questa l'immagine che scelgono per descrivere ciò che vorrebbero far provare quando una loro canzone comincia. Grande, groovy, pesante. E con quella particolare espressione che compare sul volto quando un riff colpisce nel punto giusto.
Ma dentro quella massa sonora esiste anche spazio. La psichedelia permette alla loro musica di respirare, lasciando che alcune sezioni più lunghe si dilatino prima che il peso ritorni a occupare tutto. È un contrasto che amplifica la violenza del riff successivo: allontanarsi per qualche istante dall'aggressività per poi ritrovarla trasformata, ancora più grande. In *Beware*, il loro debutto del 2025, questa dimensione emerge soprattutto in brani come “Aware” e “To Words End”, dove la componente atmosferica diventa parte integrante dell'architettura musicale. Per questi momenti guardano tanto alla modernità dei Deftones quanto alla psichedelia di Pink Floyd e Frank Zappa.
*Beware* è però anche una fotografia. Non soltanto un album, ma l'immagine di ciò che SÓT era in quel preciso momento: una band giovane, entusiasta, ancora intenta a capire cosa fosse possibile fare. Dentro il disco si sente l'amore per Acid Bath, Pantera e Down, ma soprattutto la libertà di sperimentare con suoni, strutture e generi senza preoccuparsi troppo di dove avrebbe portato quella strada. Era il modo in cui una band stava imparando a conoscersi, facendo le cose invece di aspettare di sapere esattamente come farle.
Sotto la pesantezza, però, *Beware* custodisce qualcosa di più fragile. I suoi testi attraversano temi oscuri e brutali, lasciando emergere tristezza, angoscia e una certa disperazione. Eppure esiste un'altra dimensione, più difficile da trovare nelle parole che nelle sensazioni. L'album racconta anche, indirettamente, l'entusiasmo di essere in una band, di stare insieme ai propri migliori amici e di poter creare esattamente la musica che si ama. Nessun testo parla esplicitamente di questo, ma i SÓT sperano che quella sensazione arrivi comunque all'ascoltatore.
Persino il titolo non pretende di imporre una sola interpretazione. “Beware” è semplicemente il titolo della title track e, secondo loro, si adattava perfettamente all'atmosfera generale del disco. Può essere una minaccia, un avvertimento, qualcosa che si nasconde sotto la superficie oppure qualcos'altro ancora. Il significato, alla fine, appartiene anche a chi ascolta.
La costruzione delle loro canzoni parte generalmente da un riff, o da una serie di riff. A volte arriva invece una struttura più completa, che viene portata in sala prove e lentamente smontata e ricomposta attraverso le idee di tutti. È lì che i brani cambiano davvero. Ogni membro può chiedersi come rendere una parte più potente, più groovy, più sensata nel suo insieme. La canzone non rimane quindi necessariamente fedele alla sua prima forma: attraversa la sala prove, assorbe le intuizioni di tutti e ne esce diversa.
Questa ricerca collettiva sembra essere diventata ancora più importante con il passare del tempo. SÓT ha dovuto imparare a distinguere ciò che appartiene veramente alla propria identità da ciò che, semplicemente, è una buona idea. Hanno accumulato demo chiedendosi se fossero davvero adatte al loro sound e persino se dovessero esserlo. La risposta, alla fine, non arriva attraverso regole precise. È una sensazione. Un istinto condiviso. Alcune canzoni funzionano immediatamente, altre impiegano molto tempo per trovare la propria forma. Ma quando l'idea giusta arriva, tutti e cinque sembrano riconoscerla.
È forse sul palco, però, che questa identità trova la sua forma più concreta. I SÓT cercano di portare in studio la sensazione dei concerti, perché è lì che sentono di esprimersi al meglio. La differenza, inevitabilmente, è nella potenza fisica della dimensione live: una band sudata che urla e muove la testa davanti al pubblico, senza la distanza che una registrazione inevitabilmente crea. Dopo due anni trascorsi a suonare con frequenza, il palco è diventato un luogo familiare. E non c'è un posto in cui preferirebbero essere.
Alcuni brani sembrano appartenere particolarmente a quello spazio. “Killer Shit” riesce spesso a trascinare il pubblico nel movimento, fino a farlo cantare il ritornello insieme alla band. “Aware”, invece, mostra un altro volto dei SÓT. È diversa dal resto del materiale, più bella e malinconica, costruita attorno a un'emotività che permette alle persone davanti al palco di cantare insieme a loro. E quando i membri della band guardano la folla completamente immersa nel momento, mentre quelle parole tornano indietro dalle voci del pubblico, descrivono quella sensazione come qualcosa di quasi impossibile da paragonare ad altro.
Poi è arrivato Wacken.
Nel 2026, la vittoria della Wacken Metal Battle in Islanda ha portato SÓT verso uno dei palchi più importanti che una giovane band possa desiderare. Per loro era un obiettivo coltivato da tempo: suonare in un grande festival. Riuscirci è stato un sogno diventato improvvisamente concreto. Ma oltre all'onore, Wacken ha aperto una porta. Ha reso l'idea di una dimensione internazionale qualcosa di reale, raggiungibile, non più soltanto un'immagine lontana.
L'esperienza li ha messi in contatto con persone provenienti da parti diverse del mondo, tutte riunite dalla stessa passione per la musica pesante. È stato un modo per vedere quanto grande possa essere quella comunità e, allo stesso tempo, per capire che SÓT può trovare il proprio spazio al suo interno. Il festival è diventato così non soltanto una tappa, ma una soglia.
E oltre quella soglia c'è già qualcosa che sta prendendo forma.
Tre delle quattro canzoni presentate durante la Metal Battle erano completamente nuove. Altre composizioni sono già in lavorazione e sembrano indicare con chiarezza la direzione verso cui la band si sta muovendo. Il suono si sta evolvendo senza perdere il proprio nucleo: è più veloce, più sludge, ancora più groovy. Ci sono breakdown, grandi assoli, un nuovo approccio ai cori e molte idee che prima non facevano parte del vocabolario della band.
SÓT continua a suonare come SÓT, ma con una dimensione più grande e più concentrata. Come se, dopo aver attraversato i primi anni cercando e sperimentando, qualcosa avesse finalmente trovato il proprio punto di equilibrio.
Forse è proprio questa la parte più interessante della loro storia. Non stanno cercando di diventare qualcun altro. Non vogliono imporre limiti inutili a ciò che SÓT può essere, ma nemmeno perdere ciò che li ha fatti iniziare. La loro identità non nasce dal tentativo di rimanere immobili, bensì dalla capacità di riconoscersi mentre cambiano.
E se la loro musica dovesse diventare un luogo, non sarebbe difficile capire quale.
Un deserto vulcanico coperto di cenere, dove l'aria sa di benzina, fumo e cenere. Un paesaggio bruciato, quasi postumo, attraversato da qualcosa che continua comunque a muoversi. È lì che sembra abitare quella disperazione che ritorna costantemente nelle loro canzoni, una consapevolezza semplice e brutale: la vita, per loro, è un'impresa disperata.
Ma dentro quella disperazione c'è ancora il motivo per cui tutto è cominciato. Essere se stessi. Fidarsi gli uni degli altri. Suonare. Stare insieme. Continuare a costruire qualcosa senza sapere fino a dove potrà arrivare.
Dal 2023 a oggi sono cresciuti come band e come individui. I concerti sono diventati più grandi, il pubblico più ampio, e ora davanti a loro ci sono altri festival, altri concerti all'estero e un nuovo album da registrare. Vogliono portare SÓT sempre più lontano, conoscere nuove persone e vedere quanto può crescere questa creatura che hanno iniziato a costruire insieme.
La direzione è semplice, almeno nelle intenzioni: tour, festival in giro per il mondo, concerti e nuova musica.
Il resto è ancora aperto.
Forse è proprio questo il bello di una band nata da una sala prove, da qualche riff e da un gruppo di amici che voleva semplicemente stare insieme, bere birre e fare rumore. Oggi quel rumore è arrivato fino a Wacken. Domani potrebbe attraversare altri confini.
L'importante, per SÓT, è non dimenticare mai da dove è arrivato il primo colpo di amplificatore.

 

Alessia Buccino

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