Ci sono viaggi che non hanno bisogno
di mappe: bastano
l’istinto, il peso dei ricordi nello zaino e l’orizzonte come
richiamo. CREPUSCOLO è uno di quei viaggi. Una traiettoria che
affonda gli stivali nel fango delle radici death metal, ma che
continua a camminare, smarginando confini, esplorando nuove
terre sonore come fossero stazioni di un itinerario interiore. La
loro musica non procede in linea retta: svolta, si perde, ritrova la
strada tra ruderi emotivi e paesaggi in rovina, con la testarda
volontà di chi sa che ogni passo, anche il più incerto, è un approdo.
Raccontarli significa salire su un treno notturno e accettare che
il finestrino rifletta più di quanto mostri. Significa seguire le
tracce che hanno lasciato nelle sale prove, nelle incisioni ruvide,
nei palchi consumati e negli sguardi di chi li ha ascoltati. Perché
Crepuscolo è un percorso: un tragitto fatto di cicatrici che
diventano mappe e di brani che suonano come coordinate per
orientarsi nel buio. E in quel buio, se ascolti con attenzione, c’è
sempre una direzione possibile.
Un viaggio, il loro, che comincia nel 1995, quando il metal
italiano era ancora un territorio in costruzione e le prime
schegge di black metal norvegese arrivavano nelle distro come
messaggi da un altro continente. I CREPUSCOLO erano lì:
trent’anni fa suonavano già musica nel seminterrato di un
vecchio edificio, in una piccola città delle Marche, Macerata.
Frequentavano concerti underground, respiravano
quell’elettricità primordiale che non si può più ricreare. È in quel
contesto che nasce il loro nome: non inglese, non Internazionale, ma
italianissimo. CREPUSCOLO come dichiarazione d’intenti, come presa di posizione in una scena
che spesso sembrava rinnegare la propria lingua per inseguire
quella altrui. Un nome che custodiva l’eco delle atmosfere
nordiche, ma riportate a casa, nel nostro vocabolario e nella
nostra terra. Le linee del percorso non sono state dritte: cambi di
formazione, pause obbligate, deviazioni improvvise. Per questo,
in tre decenni, “solo” due album ufficiali e una costellazione di
EP e compilation disseminati come tappe di un cammino non
lineare. Ma ciò che a molti sembra rallentamento, per loro è
stato carburante. Perché mentre le nuove band scelgono
l’approccio digitale, la scrittura tramite file condivisi, la comodità
del distacco, i CREPUSCOLO continuano ad andare in sala prove
due volte a settimana. Cercano l’odore degli amplificatori accesi,
il rimbombo della batteria acustica, l’alchimia fisica di un suono
che nasce nello stesso spazio, nello stesso istante. Non è
nostalgismo: è identità. È un’idea anni ’90, dicono. Ed è ciò che li
tiene vivi. Alla fine del 2011, dopo la registrazione del secondo EP
“Izzatso?”, i CREPUSCOLO dimostrano quanto la parola, per loro,
sia un territorio sacro quanto il suono. Il titolo riprende uno
slang cockney londinese, deformazione dialettale di “Is that so?”,
e rivela una verità che la band non ha mai rinnegato: il testo
conta. Anche se in Italia l’inglese non è parlato da tutti, anche se
il growl non è di facile comprensione, i CREPUSCOLO sono
convinti che una canzone buona possa diventare ottima solo se
sostenuta da una lirica capace di respirare, sanguinare, dire
qualcosa. Le parole, per loro, non sono un orpello: sono un atto
magico, una corrente che si intreccia alla musica per
amplificarla. “Izzatso?” affronta uno dei temi che più li ferisce e li
muove: l’inquinamento, il rapporto malato dell’uomo con ciò che
lo circonda. Dopo quell’uscita, la storia riprende il suo corso tortuoso:
un’altra frattura nella formazione, un altro cambio di passo. Nel
2012 arriva il terzo EP autoprodotto, “The New Beginning”, e
questa volta la bussola punta verso un orizzonte più aperto:
l’etichetta americana "Horror Pain Gore Death Productions"
nota l’evoluzione del suono e dello stile della band e inizia a
seguirli da vicino. Due anni più tardi, alla fine del 2014, la
collaborazione si concretizza: CREPUSCOLO e HPGD firmano il
contratto per il primo album completo, “Revolution Evilution”,
un punto fermo dopo quasi vent’anni di strade sghembe.
Quando iniziano a lavorare al successivo “You Tomb”, la ricerca
di un’etichetta capace di comprenderli diventa parte del
processo creativo. È un passaparola, come spesso accade nelle
storie vere: un amico che ha pubblicato con Metal Scrap
Records, una conversazione sincera, una soddisfazione
dichiarata. Nasce così un contatto, uno scambio, e infine una
collaborazione che porterà, nell’aprile del 2019, alla
pubblicazione del secondo album della band.
Se “Revolution Evilution” era un atto di sopravvivenza, “You
Tomb” è un urlo. Un atto d’accusa verso un mondo che si è
rammollito, che ha smarrito la vertigine del palco, la vibrazione
delle casse sul diaframma, il sudore condiviso sotto le luci. È un
disco dedicato a quelli che si sono costruiti una tomba digitale
da cui governare il nulla: i re apatici delle proprie stanze,
convinti di poter sostituire l’esperienza con il simulacro, i
concerti con lo streaming, le relazioni con un commento lasciato
a metà. You Tomb è una richiesta di scossa, una preghiera laica
a non sprecare la vita davanti a uno schermo.
Il viaggio del disco si chiude con un ponte inatteso: l’ultimo
brano è ispirato alla poesia “Memento” di Iginio Ugo Tarchetti.
L’idea arriva per caso: la moglie del chitarrista legge ad alta voce
alcuni versi, e la band, fedele alla propria indole “old school ma
intraprendente”, percepisce subito una risonanza. I versi di
Tarchetti, ermetici e oscuri, diventano carne della loro carne; li
assimilano, li trasformano, costruiscono attorno a quelle
immagini un brano che secondo loro riesce a restituire il
malessere del poeta, quel modo di stare al mondo a metà fra il
gelo e la fiamma. Un’altra tappa, un’altra stanza del loro lungo
viaggio. Il cammino dei CREPUSCOLO non conosce arrivi sicuri. Ogni sala
prove, ogni palco, ogni nota è una tappa in un percorso che si
ridisegna continuamente, come un sentiero tra nebbie e lampi
di luce. La loro musica è una bussola che indica più l’istinto che
la direzione: guida chi ascolta attraverso l’oscurità di un mondo
anestetizzato dal digitale, verso l’adrenalina tangibile del suono
condiviso, del battito che pulsa nello stesso spazio e nello stesso
tempo. E così, mentre il sole cala e il crepuscolo avvolge le città e le
strade che hanno percorso, la loro storia ci ricorda che il viaggio
più autentico non è quello che porta a una destinazione, ma
quello che trasforma chi cammina, passo dopo passo, tra
rumore, silenzi e fughe improvvise. Perché nel loro mondo,
come in ogni crepuscolo, ogni ombra nasconde una possibilità
di luce.
ALESSIA BUCCINO