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Extreme music without compromise

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Ci sono percorsi che

iniziano con una direzione precisa e altri che prendono forma soltanto mettendosi in cammino. Quello degli ADELINE GRAY appartiene alla seconda categoria. È una storia nata quasi per caso, da una telefonata nel marzo del 2022, quando Marco Longhi contattò Alberto Mussoni chiedendogli semplicemente come stesse e se stesse suonando in quel periodo. Da quella conversazione arrivò un incontro in sala prove insieme ad Andrea Pistarelli e Davide Borgogelli. Doveva essere un esperimento, poco più di una possibilità da verificare tra quattro musicisti, e invece qualcosa scattò immediatamente. La chimica fu abbastanza forte da trasformare quella prima prova nell'inizio concreto di un progetto che, nel tempo, avrebbe trovato una propria forma.
Oggi Marco è alla voce, Andrea alla chitarra, Davide al basso e Alberto alla batteria. Quattro persone che non sono arrivate nello stesso punto partendo dalla stessa strada. Marco e Alberto avevano già suonato insieme circa dieci anni prima, Andrea è un amico storico conosciuto ai tempi delle superiori, mentre Davide è entrato nella formazione attraverso un amico comune. Ognuno ha portato con sé il proprio bagaglio musicale e umano, fino a trovare negli ADELINE GRAY quel punto d'incontro che inizialmente ancora non esisteva.
Di quel primo periodo oggi rimane soprattutto una cosa che non c'è più: l'incertezza. All'inizio c'era il timore di capire dove potessero arrivare e, soprattutto, chi fossero davvero come collettivo. Il nucleo della band, però, era già presente. Ha semplicemente avuto bisogno di tempo per maturare, strutturarsi e trasformare i dubbi in consapevolezza. Un processo che sembra riflettersi perfettamente anche nel modo in cui hanno scelto il proprio nome.
“Adeline Gray” nasce infatti dall'incontro tra due immaginari apparentemente distanti, ma accomunati da quella capacità di muoversi sul confine tra bellezza e oscurità. Da una parte René Magritte, dall'altra Oscar Wilde. “Adeline” è il nome della madre del pittore belga, la cui tragica e misteriosa vicenda fu importante nello sviluppo del suo universo artistico; “Gray” richiama invece Dorian Gray, il protagonista del celebre romanzo di Wilde, con la sua bellezza, il suo fascino e la progressiva discesa verso una dimensione più cupa e dolorosa.
Il nome diventa così una dichiarazione d'intenti. Magritte rappresenta l'idea di un mistero che non deve necessariamente essere spiegato, di un'immagine capace di suggerire senza imporre una verità. È lo stesso spazio che gli ADELINE GRAY cercano di lasciare a chi ascolta: raccontare qualcosa di sé, mettere in musica emozioni e vissuti, ma senza stabilire quale debba essere il significato definitivo. Ogni ascoltatore può entrarci attraverso la propria esperienza e costruire le proprie immagini.
Dorian Gray, invece, porta con sé la dualità che attraversa la loro musica. Da un lato la grazia, il fascino, la bellezza che diventano metafora delle parti più melodiche e introspettive; dall'altro il lato doloroso, cupo e malinconico, che trova corrispondenza nelle sonorità più dure, violente, ruvide e dirette.
È qui che il contrasto smette di essere soltanto una caratteristica e diventa il vero motore degli ADELINE GRAY.
Il loro alternative e groove metal non cerca infatti di scegliere tra aggressività e introspezione. Le mette in comunicazione. La melodia prepara il terreno all'esplosione, la rabbia dà peso alla vulnerabilità e il groove porta dentro il corpo quella componente più viscerale che appartiene ai loro brani. Anche la voce segue questa logica: lo scream arriva quando il testo richiede rabbia o frustrazione, mentre la voce pulita si apre quando è la fragilità ad avere bisogno di spazio. Non esistono formule rigide. È la progressione naturale del pezzo a suggerire quando colpire e quando, invece, lasciare respirare la musica.
Questa libertà nasce anche dal loro modo di comporre. Le influenze dei quattro musicisti si incrociano, ma non si annullano. Le diverse sfumature vengono considerate una ricchezza e non un limite. Per questo hanno scelto di lavorare “alla vecchia maniera”, chiudendosi in sala prove e lasciando che i gusti si incontrassero, si scontrassero e si contaminassero. La scintilla iniziale è quasi sempre un riff di chitarra o di basso, nato a casa o improvvisato durante una prova. Da quel momento, però, il brano diventa di tutti. Non esistono ruoli rigidi né formule matematiche: ogni musicista mantiene la propria voce sullo strumento, mentre l'energia collettiva determina la forma finale e soprattutto la direzione emotiva del pezzo.
Anche il rapporto tra musica e parole segue questa stessa dinamica. Gli ADELINE GRAY non considerano la componente letteraria e quella sonora come due entità separate, ma come due facce della stessa medaglia. A volte è un riff, un'atmosfera o una progressione musicale a suggerire il tema sul quale costruire successivamente il testo. Altre volte è una parola, un concetto o una precisa intenzionalità emotiva a costringere la musica a cambiare forma per sostenerne il peso. Nessuna regola prestabilita, soltanto la ricerca di un processo naturale, privo di forzature.
Da questa necessità di mettere insieme le diverse parti di sé nasce *Portrait Of Our Descent*, pubblicato il 6 febbraio 2026. Il primo EP della band rappresenta il momento in cui gli ADELINE GRAY decidono di fare quel passo che fino ad allora avevano soltanto preparato. Lo definiscono il loro primo tentativo sincero di mettersi a nudo, portando dentro il disco anche tutti i dubbi e le fragilità del percorso. Non è ancora una destinazione, e forse non vuole esserlo. È un punto di partenza, il momento in cui vengono gettate le fondamenta della loro identità.
Persino il concetto di “discesa”, racchiuso nel titolo, assume così un significato preciso. Non è semplicemente un precipitare verso qualcosa di oscuro, ma un viaggio necessario per fondere il vissuto personale con l'elaborazione artistica. Perché alcune fragilità, quando vengono guardate da vicino, smettono di sembrare esclusivamente proprie. Diventano sensazioni condivise, esperienze che possono appartenere a molte persone. L'ostacolo, allora, è spesso soltanto la paura di mostrarle.
Gli ADELINE GRAY hanno scelto di farlo.
*Portrait Of Our Descent* diventa per questo un luogo sicuro, anche se non necessariamente un luogo facile da attraversare. Un disco che non pretende di fornire risposte, ma prova a creare empatia attraverso l'esposizione della propria parte più vulnerabile. Un modo per dire a chi ascolta che anche quando il buio sembra essere soltanto nostro, non siamo necessariamente soli.
I tre singoli scelti per accompagnare il disco ne restituiscono tre prospettive differenti. *Mind* è l'impatto diretto, il brano più immediatamente legato ai concetti dei testi e quello che la band ha sentito più vicino alla necessità di presentarsi. *Cold Void* entra invece in una dimensione più articolata e complessa, diventando uno dei brani che meglio fotografano l'identità attuale del gruppo. *Smoldering Depths* rallenta ulteriormente il passo e si lascia attraversare da una pesantezza più lenta e monolitica. Tre facce complementari dello stesso lavoro, tre modi differenti di entrare dentro il loro universo.
Ma se l'EP parla di emozioni, anche il suono doveva essere capace di conservarne l'umanità.
Per questo la band ha scelto una produzione lontana dalla ricerca esasperata della perfezione. Niente sample, amplificatori digitali o reamping: amplificatori valvolari e batteria acustica microfonata in ambiente. Una scelta consapevole, ma anche naturale. La tecnologia può rendere una produzione incredibilmente precisa, ma quella precisione non rappresentava ciò che gli ADELINE GRAY volevano raccontare. Il suono doveva essere umano tanto quanto i testi. Doveva permettere loro di riconoscersi.
Perché, nella loro visione, scegliere il suono significa anche scegliere la propria identità. Se quello che ascolti non ti fa sentire a tuo agio, qualcosa si perde lungo il percorso.
Da qui nasce anche il loro rapporto con l'imperfezione. Non un difetto da eliminare, ma una componente inevitabile e preziosa dell'essere umano. La musica che li ispira è musica “di pancia”, e una registrazione resa completamente perfetta rischierebbe di perdere quella stessa urgenza espressiva. L'imperfezione conserva invece la tensione di un momento preciso, la verità di ciò che è accaduto in studio, permettendo all'ascoltatore di percepire qualcosa che non può essere ricreato attraverso la sola tecnica.
È una scelta estetica, certo, ma anche etica: rispettare le proprie imperfezioni significa essere onesti con chi ascolta.
In questo processo è stato fondamentale il lavoro di Riccardo Pasini dello Studio 73 di Ravenna, che ha curato registrazione, mix e mastering. La collaborazione è nata dalla conoscenza del suo portfolio e della sua filosofia sonora, ritenuta vicina alla visione della band. Fin dal primo giorno si è creata una sintonia immediata e Pasini ha saputo valorizzare l'impatto emotivo delle esecuzioni senza sacrificare quella verità esecutiva che gli ADELINE GRAY considerano essenziale.
Ed è proprio la genuinità, più di qualsiasi altra caratteristica tecnica, ciò che la band considera distintivo di *Portrait Of Our Descent*: il desiderio di essere il più autentici e sinceri possibile.
Non è stato semplice arrivarci.
La difficoltà maggiore è stata trovare una strada capace di unire i gusti di quattro persone differenti e, insieme, costruire un metodo di composizione realmente funzionale. Ci è voluto tempo per capire come lavorare insieme. Ma proprio da questa difficoltà è arrivata una delle conferme più importanti: quando un brano viene finalmente terminato, la soddisfazione che vedono negli occhi degli altri diventa per loro il simbolo concreto di unione e orgoglio.
È una dinamica che racconta anche il rapporto con la loro città. Pesaro non è necessariamente il primo luogo associato all'immaginario del metal italiano, ma gli ADELINE GRAY riconoscono alla scena locale un'importanza reale. Negli anni sono nate diverse realtà interessanti e, anche se il numero delle band non può essere paragonato a quello dei grandi centri, esiste un movimento fatto di musicisti, concerti e occasioni che continua a tenere viva la scena. La loro intenzione è però quella di portare la propria musica sempre più lontano, suonare in quanti più contesti possibili e oltrepassare i confini della regione.
Il futuro, quindi, non è visto come una rivoluzione, ma come un'evoluzione.
Tra cinque anni vorrebbero avere un'identità ancora più forte e personale, un sound sempre più intimo e riconoscibile. Una sana ambizione, la definiscono, necessaria per continuare a crescere. C'è però qualcosa che non vorrebbero cambiare: le persone.
Sono partiti in quattro e vorrebbero continuare a esserlo.
In un progetto musicale, dove tutto può cambiare rapidamente, questa forse è una delle dichiarazioni più importanti che potessero fare.
Poi arriva l'ultima domanda.
Quella che chiede di scegliere una sola persona a cui far ascoltare *Portrait Of Our Descent*.
La risposta porta indietro di diciotto anni. A uno degli ADELINE GRAY manca un amico, uno dei suoi più grandi amici. Un ragazzo con cui aveva condiviso la quotidianità, ma anche una band. Un appassionato di metal capace di amare tutte le sue sfumature.
Vorrebbero fargli ascoltare questo disco.
E forse è qui che tutto ciò che gli ADELINE GRAY hanno raccontato durante il loro percorso trova la propria sintesi più profonda.
Non è soltanto una dedica.
È la sensazione che, da qualche parte tra le atmosfere di *Portrait Of Our Descent*, sia rimasta una parte di quella persona.
Così la “discesa” degli ADELINE GRAY assume un significato ancora più ampio. È scendere dentro le proprie paure, dentro le fragilità, dentro ciò che si è perso e che ancora continua a lasciare una traccia. È accettare di guardare anche le parti meno luminose senza cercare di correggerle o nasconderle. E poi trasformarle in qualcosa che possa uscire da quella stanza, attraversare un amplificatore, arrivare a qualcuno dall'altra parte.
Una telefonata ha dato origine alla band.
Una sala prove ha dato forma al primo incontro.
Quattro persone hanno imparato a costruire una voce comune.
E ora *Portrait Of Our Descent* raccoglie il primo frammento di quel viaggio.
Non un ritratto definitivo, dunque.
Piuttosto una fotografia scattata mentre il movimento è ancora in corso.
Perché gli ADELINE GRAY non sembrano interessati a trovare un punto in cui smettere di cercarsi. Vogliono continuare a scendere, esplorare, cambiare, mettere in discussione ciò che sono per avvicinarsi sempre di più a ciò che vogliono diventare.
E forse la loro identità si trova proprio lì, nel punto esatto in cui la luce incontra il buio, la fragilità incontra la rabbia e l'imperfezione smette di essere qualcosa da nascondere per diventare, finalmente, parte del ritratto.

 

Alessia Buccino

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