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HESPERIA - BLACKZine.com

Il 28 agosto 2026 esce Picenum, il nuovo album di Hesperia per Hammerheart Records. Dopo Fra Li Monti Sibillini, il progetto one-man dedicato alla storia e all'identità italica torna ad allargare lo sguardo sull'intera terra picena, tra rocche, folklore marchigiano e il leggendario resoconto del cavaliere Antoine de La Sale sulla Sibilla Appenninica.

Abbiamo avuto l'onore di ascoltare l'album in anteprima, e ne abbiamo approfittato per farci raccontare da Hesperia il percorso che ha portato a questo nuovo capitolo, dal "True Marchigian Black Metal" alle prime anticipazioni sul decimo album.

 

Hesperia esiste dal 1997. Cosa ti ha spinto, quasi trent’anni fa, a creare un progetto one-man incentrato così radicalmente sulla storia e sull’identità italica, in un periodo in cui gran parte della scena black metal italiana guardava altrove?

Salve a te Julien e a BLACKZine. Fin dall'inizio sono sempre stato affascinato dalla storia, dalla cultura e dal fattore identitario del nostro Paese. Mi colpiva molto anche il modo in cui i Bathory, da Blood Fire Death in poi, descrivevano la loro storia e la loro antichità. Tuttavia, pur apprezzando la cultura del Nord Europa, non la sentivo mia: per me il loro approccio alla musica è stato un insegnamento per imparare a parlare di ciò che mi è più vicino. Troverei falso da parte mia trattare di Viking Metal o di una cultura in cui non sono cresciuto; al contrario, ho trovato estremamente consono e appagante affrontare le tematiche della storia e della mitologia classica italiana.
Allo stesso modo ero molto affascinato dai primi Satyricon, in particolar modo da Dark Medieval Times: adoravo il concetto di raccontare la storia di un'era (in quel caso il Medioevo) applicata al Black Metal in quella maniera così evocativa ed atmosferica.

 

Prima di Hesperia hai militato nei Sulphuria come Ritus Tenebrarum. In che modo quell’esperienza ha influenzato (o al contrario ti ha spinto a prendere le distanze da) la visione che hai poi sviluppato con Hesperia?

Il fondatore dei Sulphuria è stato il cantante (e allora chitarrista-cantante) Adram.
Entrai in formazione agli inizi, quando registrammo il primo rehearsal Funaral Nation.
Ascoltando band norvegesi che cantavano in lingua madre, parlai con gli altri del fatto di usare l'italiano e il latino, così arrivammo ai due successivi demo con titoli in latino, e addirittura con Caelum Sanguineum (secondo demo, del '95) integralmente cantato in italiano e in parte in latino. Dopodichè iniziai a voler espandere il discorso culturale di cui ti parlavo poc'anzi e lascia i Sulphuria per curare il mio progetto, appunto: HESPERIA.

 

Hai attraversato diverse epoche storiche nei tuoi album: dalla tetralogia sull’Eneide e il mondo pre-romano, ai volumi su Roma, fino ad arrivare al Medioevo e ora al Rinascimento oscuro delle Marche. C’è un filo rosso che lega tutto questo percorso, oppure ogni ciclo rappresenta una fase diversa della tua ricerca?

Hai centrato esattamente il punto: c'è un filo conduttore. Hesperia è una concept oneman band, un progetto a tema atto a celebrare la nostra penisola nelle sue più genuine e allo stesso tempo oscure sfaccettature culturali. Oscurità ed epicità sono i due binari compositivi sul quale mi muovo per percorrere le ere italiche, una dopo l'altra dalle origini.
Iniziai con la tetralogia di album sull'Eneide, il sommo poema sacro romano ed italico, poi fu la volta della bilogia su ROMA (il volume dell'aquila e quello del lupo), poi il Medioevo, ed ora Picenum che è trattato a cavallo tra Medioevo e RInascimento. Andrò avanti in questo modo

 

Hai sempre definito la tua musica “Hesperian Metal” o “Metallum Italicum”. Cosa significa esattamente per te questa etichetta e in che modo si differenzia dal black metal “generico” o da altre scene regionali italiane?

Diciamo che quelle diciture sono come una sorta di contenitore, per un genere piuttosto flessibile che varia di album in album, adattandosi al concept ma con una costante: è metal profondamente radicato nella mia cultura di provenienza, quindi italico. L’altra costante è che fondamentalmente Hesperia è black metal, a suo modo ma lo è. Se si eccettua l’estremo esperimento di CAESAR [ROMA vol. I], che possiamo definire come una sorta di blackened epic metal/rock identitario, il resto è accostabile ai canoni del black metal con atmosfere di vario tipo. Probabilmente gli ultimi due album sono quelli che riecheggiano e si avvicinano di più alle mie influenze black metal degli anni ‘90.

 

Hai lavorato per decenni in modo molto indipendente. Come hai vissuto il passaggio a Hammerheart Records e l’attenzione internazionale che ha portato Fra Li Monti Sibillini? Ha cambiato qualcosa nel tuo modo di lavorare o di concepire il progetto?

Fin dall’inizio ho sempre collaborato con etichette per la produzione dei miei album. C’era Il Male Production insieme ad altre label italiane (come Old Italia e ATC, che hanno collaborato alla seconda release), poi l’olandese Blazing Production, tre album per l’ellenica Sleaszy Rider e, ai tempi di Roma Vol. II, la giapponese Hidden Marly e l’olandese Doc Records per il vinile.
Tuttavia, con Hammerheart Records c’è stato un salto di qualità enorme, prima quasi inconcepibile per un progetto viscerale e di nicchia come Hesperia. Hammerheart è un’etichetta con una grande distribuzione capillare (che si appoggia anche a Napalm Records e ad altri importanti circuiti); quindi, a livello promozionale, la differenza è stata notevole. Questo significa un bacino d’utenza globale molto più ampio, portando il progetto a conoscenza di molte più persone, oltre a un'attenzione ben maggiore da parte della stampa specializzata e dei distributori. Tutto ciò non può che giovare a un'opera del genere.
Ho continuato a lavorare in totale libertà artistica, ma questa spinta mi ha dato un grande incentivo nel completare il successore di Fra Li Monti Sibillini. Lo stimolo si è fatto sentire con forza sull’ispirazione e sulla composizione, trasformando la scrittura in un vero e proprio fiume in piena. Oggi, riascoltando Picenum, sono estremamente soddisfatto e mi chiedo persino da dove siano scaturiti certi riff o determinate sequenze musicali.
Sicuramente la forte ispirazione del tema ha preso il sopravvento su di me durante la stesura, quasi come una sorta di possessione dello spirito dei Sibillini, della Sibilla e degli antichi fasti di queste terre picene ancestrali.

 

Picenum viene presentato come la naturale continuazione di Fra Li Monti Sibillini. In che modo questo album amplia e al tempo stesso chiude il cerchio con il disco precedente? Cosa sentivi ancora incompleto dopo Fra Li Monti Sibillini?

Fra li Monti Sibillini poteva essere auto conclusivo, e per come era stato concepito lo era. Ma una volta completato non volevo che finisse. I Sibillini sono stati e sono troppo importanti per me come matrice di crescita, di identità culturale, ecc. perché finisse tutto in un unico album. L’idea iniziale era quella di un seguito un “Ritorno fra li Monti sibillini”; tuttavia un mero seguito era per me troppo banale, e allo stesso tempo volevo parlare ed espandere il tema delle leggende, del folclore e della storia ad altri luoghi fuori dai Sibillini ma molto importanti ed interessanti per me. Così ho deciso di dedicare l’album alle MARCHE, la mia regione nativa (lasciando il titolo “Ritorno fra li Monti sibillini” solo per la terza parte dell’album)

Ma cosa c’era ancora da dire sui Sibillini. Nell’album precedente avevo trattato tutte le principali leggende e mitologie del versante magico, il versante più oscuro dei Sibillini, dove si trova il Monte Vettore con in lago di Pilato e il Monte Sibilla con (l’ormai in macerie) grotta della Sibilla. La storia portante parlava del cavaliere Guerrin Meschino, ed era tratta dal romanzo cavalleresco medievale di A. da Barberino. Come di sovente accade per questo genere, la storia è frutto di precedenti narrazioni popolari tramandate oralmente.

Tuttavia non avevo ancora parlato dell’altra colonna portante della cultura sibillina, cioè il resoconto di viaggio (sorta di romanzo geografico) del cavaliere Antoine de La Sale “Le Paradis de la Reine Sibylle”.
Un vero cavaliere (non una favola o un invenzione) che esplorò i Sibillini per cercare tracce del mistero della nota Sibilla Appenninica e del suo celeberrimo (all’epoca) regno sotterraneo. Il cavaliere francese ne fece un resoconto per la duchessa Agnese di Borbone. A. de La Sale era già stato preso in considerazione per la mappa medievale dei Sibillini da lui creata e presente in “Fra li Monti Sibillini”
Creare musica su un resoconto di viaggio reale è stato molto più difficile, ma sicuramente molto affascinante.

 

Il titolo richiama l’antico nome di gran parte delle Marche. Perché hai voluto spostare lo sguardo dall’area più ristretta dei Monti Sibillini all’intera regione? Cosa rappresenta per te questo allargamento geografico e storico?

Come dicevo prima, ho deciso di dedicare l’album alle Marche, la mia terra natia, e di intitolarlo Picenum, dal nome dell'antica regione in epoca romana. Questo toponimo non indicava l’esatto territorio marchigiano di oggi, ma la zona in cui era insediato l’antico popolo italico dei Piceni: in pratica dall'area di Ancona fino ad Ascoli Piceno e alla parte settentrionale dell’odierno Abruzzo, includendo ovviamente la mia città e provincia natale: la picena Macerata.

C’erano delle tematiche che, pur esulando dal territorio stretto dei Sibillini, per me erano fondamentali sia a livello storico sia sul piano del folklore e delle leggende; storie con le quali sono cresciuto. Senza dubbio i Sibillini rimangono il cuore del Piceno, il suo GENIUS LOCI, ma ho voluto ampliare lo sguardo e creare un album dedicato alla radice più antica e verace della mia regione. Oggi le Marche comprendono due sottoregioni con una matrice culturale leggermente diversa: il Piceno (che corrisponde a grandi linee all’antica Regio V Picenum) e il Montefeltro, la zona con maggiori influssi legati agli antichi Galli Senoni di matrice celtica. Essendo nato a Macerata, la mia appartenenza è marcatamente picena.

 

L’album è diviso in tre parti ben distinte: storia oscura, folklore e ritorno sui Sibillini. Come hai strutturato questa tripartizione e perché hai scelto di non renderla esplicita nei titoli delle sezioni?

La tripartizione è fortemente esplicitata nella grafica dei supporti fisici. Sul retro del CD è indicata direttamente la suddivisione nelle tre parti, rimandando all'interno i dettagli dei titoli; sul retro del vinile, invece, sono presenti sia la struttura tripartita sia l'elenco completo dei brani. Per la promozione digitale e online si è scelto invece di utilizzare la semplice tracklist numerata per una questione di praticità legata alle piattaforme, alle recensioni e alla fruizione immediata.

Picenum è concepito come una sorta di volume enciclopedico "focalizzato" del Piceno. Ovviamente sarebbe stato banale, oltre che impossibile, creare un'enciclopedia generica su tutte le Marche: la scelta è ricaduta su ciò che mi è più vicino, sugli elementi che hanno segnato la mia crescita, sui luoghi e i ricordi più oscuri, oltre che sulle leggende e la storia che hanno lasciato in me un segno indelebile. È il mio modo personale per omaggiare la mia regione e descriverla attraverso la mia visione.

La tripartizione è venuta in modo del tutto naturale: la prima parte è più storica o legata a leggende connesse alla storia e ad alcune roccaforti; la seconda è dedicata alle figure del folklore marchigiano (la sdrega, lu lupu mannà e li mazzamurelli, a cui è dedicato un intermezzo subito dopo lu lupu mannà).

 

Nella prima parte tratti figure storiche e leggende molto locali (i Da Varano e la Lega Maledetta del 1375, la Rocca di Pitino, la Roccaccia e il suo signore necromante). Quanto lavoro di ricerca storica hai fatto e quanto invece hai lasciato spazio alla leggenda e alla tua visione personale?

Il primo brano è dedicato alla potente signoria dei Da Varano, di fondamentale importanza nell'area del Maceratese (governavano Camerino e i territori limitrofi).

A seguire troviamo un pezzo sulla Rocca di Pitino, con l’adiacente chiesa e il cimitero sconsacrato, per poi chiudere questa sezione con il brano dedicato ai ruderi della Roccaccia.

La ricerca storica dietro ad Hesperia è sempre molto intensa: faccio un uso costante della comparazione tra fonti diverse, anche quando si tratta di leggende. Molto spesso i miti popolari celano un fondamento storico reale, come nel caso della Roccaccia: nella realtà non si sarà trattato di un vero necromante, ma di un crudele signorotto locale (ricordato probabilmente come Grimaldo di Aureliano) che metteva a ferro e fuoco le terre circostanti, le depredava e compiva rapimenti a scopo di riscatto. Nella tradizione orale è stato poi demonizzato, trasformandolo nella figura fantastica di un negromante che torturava giovani per compiere riti oscuri e deminiaci.

Nel caso di fonti diverse discordanti scelgo di parlare di quello che trovo più affascinante o di entrambe le fonti (come nel finale di “Il Sentiero dell fate, atto II”).

 

Nella seconda parte compaiono entità folkloriche tipicamente marchigiane come lu lupu mannà, il Mazzamurello e la Sdrega. Inoltre utilizzi la voce della tua nonna (R.I.P.). Che significato ha avuto per te includere la sua voce e quanto dialetto marchigiano hai deciso di inserire rispetto al disco precedente?

Mia nonna era solita raccontare con disinvoltura storie del folclore che sicuramente facevano accapponare la pelle sia a me quando ero bambino che ad altri parenti adulti: vere storie dell’orrore popolare.
Includere la voce di mia nonna è stato un modo per riportare la fonte diretta, imprimerla e immortalarla su un supporto fisico. In un certo senso è la stessa operazione che facevano gli autori del passato (come il sopracitato Andrea da Barberino) quando mettevano per iscritto opere nate da narrazioni precedentemente tramandate solo per via orale.

Con i mezzi odierni a disposizione, l’ascoltatore può avere un contatto diretto con la viva voce della fonte: un po’ la stessa differenza che passa tra la pittura e la fotografia. L’uso dell’uno o l’altro mezzo dipende dallo scopo e in questo caso lo scopo di Hesperia era la restituzione reale della fonte.

La saggezza popolare è un patrimonio culturale immenso che rischia di andare perduto, ed è nostro dovere preservarlo e tramandarlo nel miglior modo possibile. Lo stesso dialetto è una ricchezza inestimabile che rischia di dissolversi e diluirsi nella modernità cosmopolita. Purtroppo molte persone si vergognano della propria parlata e la trovano ridicola (un atteggiamento paradossalmente molto diffuso proprio nella zona del Piceno), ma questo equivale ad avere vergogna delle proprie radici, della propria identità e di se stessi: lo trovo un atteggiamento frutto di una mancanza di consapevolezza.

In Picenum il dialetto è stato usato in maniera più marcata e in quantità maggiore rispetto a Fra li Monti Sibillini: le parti in vernacolo sono concentrate soprattutto nella seconda sezione, quella dedicata al folklore, ma ritornano anche nella terza parte, la più lunga, intitolata 'Ritorno fra li Monti Sibillini'.

 

La terza parte si chiude con la suite di oltre dodici minuti dedicata al cavaliere Antoine de La Sale e alla grotta della Sibilla. Perché hai voluto chiudere l’album proprio con questa figura storica reale e non con una leggenda più mitologica?

I due atti (o per meglio dire i due brani) intitolati “Il Paradiso della Regina Sibilla” sono dedicati all'opera di Antoine de La Sale: come accennavo prima, un vero e proprio resoconto di viaggio nei Sibillini scritto da questo cavaliere realmente esistito.

Nell’Atto I il cavaliere giunge a Montemonaco, il paese più vicino al Monte Sibilla e alla sua grotta. All'epoca il luogo era noto persino come Mons Daemoniacus, proprio perché meta frequente di alchimisti, cavalieri e occultisti attirati dalla grotta: usanze ritenute eretiche (se non apertamente demoniache) dalla Chiesa avevano attecchito a tal punto sulla popolazione locale da procurare al paese una generale scomunica da parte dell’Inquisizione.

De La Sale si confronta con varie figure del posto, tra cui un sacerdote descritto come affetto da una follia lunatica. Questo prete sosteneva di essere entrato più volte nella grotta della Sibilla, fino a raggiungere le leggendarie e sbattenti porte di metallo.

In questo primo brano descrivo l’arrivo di Antoine de La Sale e l’atmosfera del paese: lo immagino all'interno delle case, seduto accanto al fuoco (“in buona compagnia” come recita il testo originale) ad ascoltare i racconti del sacerdote e dei paesani.

La storia più importante tra quelle ascoltate da de La Sale (che affrontiamo nella suite finale) è quella di un cavaliere tedesco giunto alla grotta con il suo scudiero. Superate le insidie e arrivato nel regno sotterraneo della Sibilla, a differenza di Guerrin Meschino (di cui ho trattato nell’album precedente) egli cede alla lussuria e alle tentazioni della Sibilla e delle sue ancelle (le fate). Tormentato dal senso di colpa, una volta uscito chiede il perdono al Papa; non ottenendo un'assoluzione immediata, decide però di ritornare nella grotta PER SEMPRE: non potendo salvare la propria anima, avrebbe quantomeno ottenuto la salvezza del corpo o il soddisfacimento dei propri desideri. Questo chiude perfettamente il cerchio rispetto alla vicenda del Guerrin Meschino.

Questa storia è incredibilmente vicina al mito medievale tedesco del Tannhäuser sul Venusberg (il Monte di Venere), che verrà poi messo in musica da Richard Wagner nel XIX secolo.

Va anche detto che Antoine de La Sale non si limita ad ascoltare le testimonianze altrui: è un cavaliere, e come tale non ascolta solo imprese ma le compie, quindi decide di farsi accompagnare nella grotta, pur non proseguendo oltre il vestibolo. Questa testimonianza si trova in esclusiva nella versione in vinile: tra i due atti è stato inserito un intermezzo aggiuntivo rispetto al CD, intitolato “Notte sul Monte Sibilla: voci dal mondo sotterraneo della Sibilla”, e l’Atto II presenta una versione leggermente diversa in cui l’arpeggio finale è sovrastato proprio dalla voce narrante di de La Sale.

 

Dal punto di vista stilistico parli di un Medieval Black Metal anni ’90 arricchito da passaggi rinascimentali e da elementi proto-black anni ’80. Quali album o band specifiche ti hanno influenzato di più in questa direzione e come hai cercato di fonderle senza che risultassero come semplici citazioni?

Sicuramente le influenze più vistose derivano dal black metal anni ‘90, principalmente norvegese, polacco o dell’est Europa. Su tutti, l’influenza più pesante sono i primi Satyricon (soprattutto Dark Medieval Times), ma anche primi Immortal, primi Graveland, Nokturnal Mortum, Ulver, primi Carpathian Forest.
Anche se l’influenza è forte, cerco comunque di costruire la mia musica attingendo alle fonti originali come faccio per i testi: ascolto e assorbo autentica musica medievale (e anche rinascimentale nel caso di Picenum), studiandone le trame, gli strumenti, creando delle strutture personali e a volte riproponendo brani tipici originali, ma suonati da me ex novo.
Su Picenum oltre alle influenze anni ‘90, sono presenti alcuni spunti di proto black metal anni ‘80, (primi Bathory su tutti).
Sono stato sempre molto influenzato da ogni sottogenere del metal anni ‘80, e dal prog rock anni ‘70, anche se in questi due album è meno evidente, mentre negli album precedenti l’effetto era più marcato.
Anche per quanto riguarda le composizioni delle parti black metal, nonostante le influenze, costruisco la mia musica partendo dalla conoscenza di scale e accordi ben precisi, quindi anche quando voglio rievocare una certa atmosfera o tributare un certo tipo di approccio, non cerco di scimmiottarlo, ma prima lo studio, sviscero le sue trame compositive, i suoi schemi, cerco di capire cosa ha condotto a quella composizione, se segue pattern, scale, accordi o orecchio, ecc. In questo modo le influenze diventano a tutti gli effetti parte del tuo stile perché sono digerite e rielaborate.

 

Gli interludi folk/ambient non sono più brani separati, ma vengono incorporati alla fine di ogni traccia. Perché hai fatto questa scelta e come influisce sull’ascolto e sulla struttura complessiva dell’album?

Picenum è un album un po’ più lungo e complesso nella struttura generale rispetto al predecessore (e anche più personale nello stile) e includere gli intermezzi nelle tracce è stata un’esigenza; se avessi dedicato una traccia a parte per ogni intermezzo avremmo avuto non 11 tracce ma bensì 17 o 18. Un numero davvero imponente che avrebbe potuto anche confondere un ascoltatore.

In ogni caso, nel booklet del CD e nell’inserto del 2LP ci sono tutti i dettagli, compresi i titoli di questi intermezzi che come hai detto tu sono incorporati nelle tracce e si trovano alla fine di molti brani.
Questi intermezzi sono stati necessari per ricreare le atmosfere dell’album, e per offrire un’esperienza totalmente immersiva all’ascoltatore; questa è una caratteristica peculiare per Hesperia: prendere l’ascoltatore e farlo tuffare, immergere per tutta la durata dell’album in un’era antica e nelle sue ambientazioni, cercando di fargli rivivere quelle esperienze.

 

Hesperia resta un progetto one-man. Come gestisci la scrittura, la registrazione e la produzione di un album così lungo e stratificato lavorando da solo? Ci sono stati momenti in cui hai sentito il bisogno di collaborazioni esterne?

Non è sicuramente facile. In passato ho avuto dei batteristi session (secondo e terzo album), ma alla fine ho preferito gestire anche la batteria da solo.
Spesso sento il bisogno di qualche aiuto, perché come tu sai in Italia è molto complicato fare questo genere o fare musica in generale; non lo fai sicuramente per vivere, ma per passione. Io lavoro, ma Hesperia diventa spesso un secondo lavoro (non retribuito) e questo è piuttosto pesante. Faccio questo da quasi 30 anni, ci vuole perseveranza, convinzione e costanza, bisogna crederci, e come vedi molti si scoraggiano e mollano (e non li si può di certo biasimare). Tuttavia il lato positivo sta nel fatto che attualmente ho raggiunto da tempo il traguardo di poter vedere pubblicata la mia musica senza pagare, in formati veramente gratificanti, e questo non è sicuramente poco. Ora con Hammerheart Records la gratificazione maggiore sta anche nel vedere la mia musica ben promossa e distribuita, e questo è un grosso valore aggiunto.

 

Nel comunicato definisci questo lavoro “True Marchigian Black Metal”. Cosa significa per te questa etichetta e in che modo ti distacchi (o ti allinei) rispetto ad altre scene regionali italiane di black metal storico/folklorico?

"True Marchigian" non è una parodia di "True Norwegian", ma una vera e propria dichiarazione di intenti.

Il termine "Marchigian" possiede una sua precisa dignità culturale: racchiude tutta una cultura regionale, un vernacolo e una storia ancestrale che fa capo alle origini picene, risultando un concetto estremamente viscerale e identitario.

All’estero la regione Marche non è celebre come la Toscana o la Sicilia, per cui nell'uso comune non è diffuso un termine anglofono come "Tuscan" o "Sicilian" per indicarne l'appartenenza. Tuttavia, il termine "Marchigian" viene correntemente impiegato in ambito artistico internazionale per definire scuole pittoriche di primo piano, come quelle del Gotico e del Rinascimento: si parla infatti di "Marchigian School", riferita a maestri del calibro di Raffaello Sanzio e Gentile da Fabriano.

Rispetto alle altre scene regionali italiane non c’è alcuna volontà né di allineamento né di distacco. Sto semplicemente portando avanti il mio progetto con la maggior coerenza possibile, quindi affondando le radici in tematiche medievali e rinascimentali, ho ritenuto doveroso aprire questa parentesi territoriale, poiché era la più calzante per la materia trattata."

 

Dopo aver chiuso questo cerchio con i Monti Sibillini e Picenum, hai già in mente dove andrà Hesperia in futuro, oppure senti che questa fase regionale è arrivata a una fine naturale?

La fase regionale per ora si conclude con questi due album; per il prossimo ritornerò su scala nazionale (del resto Hesperia è il nome usato dai Greci per indicare la nostra penisola e le terre d’Occidente: ad ovest, dove vedevano morire il Sole). Non è detto però che in futuro non senta l’esigenza di tornare a parlare delle mie Marche per affrontare ere e tematiche ben precise.

Il prossimo album (il decimo) è in cantiere dallo scorso anno: ci sono già il tema centrale, il titolo e i titoli provvisori dei brani; attualmente l’intro e due pezzi sono stati completati e registrati.

Le uniche cose che posso anticipare sono che le tematiche saranno maggiormente focalizzate sull’oscurità anziché sull’epicità. Proseguirò il mio discorso sulle ere italiche con un approccio e con argomenti che apparentemente potranno sembrare insoliti per Hesperia, ma che a uno sguardo più profondo calzeranno perfettamente al concept e agli intenti del progetto. Questo lavoro futuro è in assoluto quello che sta richiedendo la maggior mole di studio tra tutti: sia sul piano della narrazione storica (una storia unica che collegherà i vari brani), sia per quanto riguarda la ricerca delle fonti, lo studio musicale e la strumentazione, con tanto di consulenze storiche esterne.
Ci saranno figure oscure del folclore finora mai trattate da me, personaggi storici veri e documentati, peste, Inquisizione e molto, ma davvero molto di più.

 

Adesso la scena è completamente tua, manda un messaggio ai tuoi fan e a quelli di BLACKZine!

Hesperia è un progetto musical-culturale approfondito e non sempre di impatto immediato. Anche quando vengono trattati temi classici come la neve, le foreste, le streghe o le leggende, Hesperia non lo fa con il diffuso (e sempre apprezzabile) approccio fantasy, ma scavando nella storia reale, nei documenti e nel folklore autentico del nostro territorio. Se volete l’oscurità verace di fatti reali anziché dei contenuti fantasy-occulti, qui troverete esattamente quello che fa per voi. Lo scopo non è solo di farvi ascoltare della musica ma di immergervi e trasportarvi indietro nel tempo e nell’oscurità.

Ti ringrazio per l’intervista, un saluto a tutti voi.

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