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Extreme music without compromise

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WOLVENNEST - Vox Profana - BLACKZine.com

Esistono gruppi che nascono da un'idea precisa.

Una formazione definita, un genere da seguire, un obiettivo da raggiungere. Poi esistono realtà che sembrano prendere forma seguendo una legge completamente diversa, quasi organica, dove ogni scelta nasce dall'istinto e ogni passo successivo è la naturale conseguenza del precedente. I WOLVENNEST appartengono senza dubbio a questa seconda categoria.
Provare a raccontarli come una normale band significherebbe tradirne immediatamente l'essenza. Perché i WOLVENNEST non si sono mai percepiti come un progetto costruito attorno a un leader, a una strategia o a un'identità prestabilita. Sono piuttosto un organismo in continua evoluzione, un collettivo di persone che da oltre dieci anni condivide un linguaggio comune senza mai sentirsi costretto a definirlo.
In un'epoca in cui ogni artista sembra rincorrere numeri, visibilità e algoritmi, la loro filosofia appare quasi un gesto di resistenza.

-"We have no plan, no agenda. We do not search to get bigger. Consider it as a collective between friends, with no specific leader."

-"Non abbiamo un piano, non abbiamo un programma. Non cerchiamo di diventare più grandi. Considerateci un collettivo di amici, senza un vero leader."

Queste parole non rappresentano semplicemente una dichiarazione d'intenti. Sono la chiave per comprendere ogni scelta compiuta dai WOLVENNEST nel corso della loro storia. Non esiste un percorso prestabilito, perché qualsiasi forma di controllo rischierebbe di compromettere proprio ciò che rende autentica la loro musica. La crescita non viene misurata attraverso la popolarità, ma attraverso la sincerità con cui ogni disco riesce a fotografare il momento umano vissuto dalla band.
È probabilmente per questo motivo che, ascoltando la loro discografia, si ha l'impressione di attraversare stati emotivi piuttosto che semplici raccolte di canzoni. Ogni album sembra conservare la memoria del periodo in cui è stato composto, con tutte le tensioni, le amicizie, le paure e le intuizioni che lo hanno generato.
Ripercorrere l'origine dei WOLVENNEST significa inevitabilmente imbattersi in una parola che ritorna più volte durante la nostra conversazione: "chaos".
Non viene pronunciata con accezione negativa. Al contrario, il caos viene descritto quasi come una forza creatrice, l'elemento che rende possibile qualsiasi trasformazione.

-"Regarding the beginning of WOLVENNEST: pure chaos."

-"Per quanto riguarda l'inizio dei WOLVENNEST: puro caos."

Non c'era alcuna certezza su cosa sarebbe diventato quel progetto nato quasi per caso. La collaborazione con Der Blutharsch aveva aperto possibilità inattese, ma nessuno sembrava davvero interessato a costruire una band nel senso tradizionale del termine. Il primo concerto doveva essere poco più di un esperimento. Un tentativo senza aspettative, affrontato con la leggerezza di chi vuole semplicemente vedere cosa accade quando musicisti provenienti da mondi differenti decidono di condividere lo stesso palco.
Poi qualcosa è cambiato.
Sono arrivati nuovi concerti.
Sono arrivate nuove persone.
L'esperimento ha iniziato lentamente a trovare una propria forma fino a trasformarsi in una formazione stabile.
Non perché qualcuno avesse deciso che dovesse succedere, ma perché gli eventi hanno naturalmente seguito quella direzione. È quasi sorprendente notare come uno degli aspetti che oggi definiscono maggiormente i WOLVENNEST, ovvero la loro solidità come collettivo, sia nato proprio dall'assenza di qualsiasi progetto prestabilito.
Anche la genesi della prima pubblicazione riflette perfettamente questo modo di concepire la musica.
L'incontro con i membri di Der Blutharsch non nasce da un piano discografico, ma da una rete di amicizie costruita negli anni. Kirby conosceva Marc da oltre quarant'anni, aveva già condiviso esperienze musicali con alcuni dei futuri membri della band e, quasi naturalmente, le connessioni hanno iniziato a moltiplicarsi. Nessuno parlava di mercato, di target o di posizionamento artistico. Si registravano demo costruiti su riff essenziali, stratificazioni sonore e intuizioni spontanee, lasciando che fosse il materiale stesso a indicare la direzione da seguire.
Questa spontaneità continua ancora oggi a rappresentare il cuore pulsante del progetto.
In molti gruppi il passare degli anni coincide inevitabilmente con una progressiva razionalizzazione del processo creativo. Si scrive pensando al pubblico, alle esigenze della label, ai festival, alle piattaforme digitali. Nei WOLVENNEST avviene l'esatto contrario. Più passa il tempo, più sembrano allontanarsi dall'idea di controllo.
La loro musica continua a nascere nello stesso modo in cui è nata dieci anni fa: lasciando che ogni componente porti con sé il proprio bagaglio musicale senza alcuna barriera.
Ed è qui che emerge un altro elemento fondamentale della loro identità.
Quando si ascolta un disco dei WOLVENNEST si percepiscono echi doom, psichedelia, ambient, black metal, stoner rock, musica sperimentale e persino hardcore. Sarebbe facile interpretare questa varietà come una volontà di contaminazione, ma la realtà è molto diversa. Nessuno, all'interno della band, si siede a tavolino cercando di mescolare generi differenti. Semplicemente, ogni musicista proviene da un universo personale costruito in decenni di ascolti, esperienze e sensibilità differenti.

-"The rule is 'no border', musically speaking. As long as it comes from the heart and soul, we will be happy."

-"La regola è una sola: nessun confine, dal punto di vista musicale. Finché nasce dal cuore e dall'anima, per noi è la strada giusta."

È una frase che potrebbe sembrare romantica, quasi ingenua, se non fosse perfettamente coerente con tutto ciò che i WOLVENNEST hanno costruito in questi anni.
La loro musica rifiuta le categorie perché nasce prima delle categorie stesse.
Non esiste un momento in cui decidono di essere doom o psichedelici. Quelle componenti convivono naturalmente, come convivono le personalità dei musicisti che le hanno generate. È una forma di libertà sempre più rara nel panorama contemporaneo, dove la definizione di un genere rappresenta spesso il primo passo per rendere un progetto riconoscibile e vendibile.
I WOLVENNEST sembrano ignorare completamente questa logica.
Preferiscono rimanere indefinibili.
Ed è forse proprio questa indefinibilità ad aver costruito, disco dopo disco, una comunità di ascoltatori capace di seguirli senza pretendere compromessi.
La loro ambizione non è parlare a tutti.
È parlare in maniera sincera a chi decide di entrare nel loro universo.
In questo senso, la parola "pubblico" perde quasi significato.
Chi ascolta i WOLVENNEST non è un consumatore.
È un viaggiatore disposto a rallentare il passo.
Se esiste un filo invisibile che attraversa l'intera discografia dei WOLVENNEST, questo non è rappresentato da uno stile musicale, bensì da uno stato mentale. Ogni album sembra nascere come una fotografia emotiva di un preciso momento della loro esistenza, al punto che diventa quasi impossibile separarli dalla vita delle persone che li hanno creati. È una prospettiva profondamente diversa rispetto a quella di molte band contemporanee, dove i dischi vengono spesso concepiti come prodotti destinati a un mercato. Per i WOLVENNEST un album è prima di tutto un'esperienza umana. Il suono arriva dopo.
Lo si comprende osservando il modo in cui raccontano "Void", probabilmente il lavoro che più di ogni altro ha contribuito a definire la loro identità. Non parlano immediatamente delle composizioni o della produzione. Ricordano invece le tournée, i festival vissuti intensamente, le amicizie nate lungo la strada, la sensazione di aver condiviso qualcosa che oggi considerano irripetibile. È quasi commovente sentirli immaginare un futuro lontano, quando l'età o la salute impediranno loro di continuare a suonare, sapendo già quale sarà il disco che li farà sorridere guardandosi indietro.

-"For us, Void has been extremely important... I am sure that when we will be too old or sick to continue, we will look back at this precise album and have a big smile."

-"Per noi Void è stato fondamentale... Sono certo che quando saremo troppo vecchi o troppo malati per continuare, guarderemo proprio a questo album con un grande sorriso."

Anche musicalmente "Void" rappresenta uno spartiacque. La scelta di relegare la batteria in una dimensione quasi ambientale, anziché porla in primo piano come avviene normalmente nel metal, modifica completamente la percezione dello spazio sonoro. Non è un dettaglio tecnico, ma una precisa decisione narrativa. L'ascoltatore non viene guidato dal ritmo, bensì trascinato dentro una corrente ipnotica dove ogni strumento contribuisce a costruire un ambiente più che una semplice canzone. È un rischio che poche band avrebbero accettato di correre, ma è proprio in quella scelta apparentemente controintuitiva che i WOLVENNEST trovano una delle loro firme più riconoscibili. La musica non deve colpire frontalmente. Deve avvolgere, insinuarsi lentamente, trasformare l'ascolto in un viaggio dal quale si riemerge soltanto alla fine.
Se "Void" rappresenta l'istinto, "Temple" è invece il confronto con il dubbio. Per la prima volta il processo creativo si inceppa. Ogni elemento, dalla scrittura alla registrazione, passando per il suono e persino l'artwork, sembra opporre una resistenza inattesa. È curioso notare come loro stessi definiscano quella difficoltà quasi una "maledizione del terzo album". Eppure, proprio parlando di quel periodo, emerge una riflessione estremamente sincera: forse era comparsa una forma di pressione che fino a quel momento non avevano mai conosciuto. Una pressione assurda, aggiungono loro stessi, perché la musica non è mai stata fatta per il denaro, ma esclusivamente per amore.
È uno dei passaggi più umani dell'intera conversazione. Anche una band che rifiuta qualsiasi logica commerciale non è immune dalle aspettative. Esiste sempre un momento in cui il peso del percorso compiuto rischia di influenzare quello che verrà dopo. Eppure, persino all'interno di quel periodo complicato, nasce "Alecto", una composizione che ancora oggi il gruppo considera una delle proprie vette artistiche. È la dimostrazione che, talvolta, le opere più intense nascono proprio nei momenti di maggiore fragilità.
Questa continua sovrapposizione tra vita e musica raggiunge probabilmente il proprio apice con "The Dark Path to the Light". Già il titolo suggerisce una tensione verso qualcosa che trascende la semplice dimensione musicale. La frase viene ripresa da una corrispondenza con Bobby Beausoleil, figura tanto controversa quanto centrale nell'immaginario dell'underground esoterico americano, artista che aveva già collaborato con la band realizzando l'artwork di "Void". Non si tratta di una citazione gratuita, ma di un tassello che contribuisce a chiudere un cerchio fatto di incontri, influenze e relazioni umane.
Anche i testi assumono qui una profondità ancora maggiore. Alcuni passaggi prendono ispirazione da una delle sequenze più enigmatiche della terza stagione di "Twin Peaks", mentre l'intero album sembra ruotare attorno a un concetto tanto semplice quanto vertiginoso: la morte non è una conclusione, ma una trasformazione.

-"Death is a transformation, we are dusts from the stars. The destination is the origin. Life is a fucking miracle, statistically speaking."

-"La morte è una trasformazione. Siamo polvere proveniente dalle stelle. La destinazione coincide con l'origine. La vita è un autentico miracolo, anche solo da un punto di vista statistico."

Sono parole che raccontano molto più di qualsiasi analisi dei testi. Nei WOLVENNEST la morte non assume mai il ruolo di semplice elemento estetico, come spesso accade nel metal estremo. Non viene usata per scioccare o costruire un'immagine. Diventa piuttosto il punto di partenza di una riflessione sull'esistenza, sul cambiamento e sulla fragilità dell'essere umano. La stessa scelta di dedicare alcune composizioni alla psicosi, alla paura interiore e ai sogni dimostra come il loro interesse sia rivolto soprattutto verso i territori più complessi della mente.
Ma è forse proprio quando tutto sembra sul punto di rompersi che la loro storia compie la svolta più significativa.
Dopo "The Dark Path to the Light", i WOLVENNEST arrivano davvero vicini allo scioglimento.
Le tensioni accumulate nel tempo avevano lentamente soffocato il piacere di creare insieme. Lo raccontano con un'onestà disarmante, senza cercare giustificazioni o colpevoli. Parlano di tensioni sterili, di ego, di stress. Tutti elementi che avevano iniziato a prendere il posto di ciò che aveva dato origine alla band.
Ed è qui che nasce "Procession".
Non come semplice nuovo album.
Ma come una rinascita.

-"We almost split after The Dark Path to the Light... all the bullshit, the stress, the ego went to trash. Only love and brotherhood stayed."

-"Siamo arrivati molto vicini a scioglierci dopo The Dark Path to the Light... tutta la spazzatura, lo stress e l'ego sono finiti via. Sono rimasti soltanto l'amore e la fratellanza."

È difficile immaginare una definizione più bella di ciò che rappresenta questo disco. *Procession* non viene descritto come il loro album migliore, né come il più ambizioso. Viene raccontato come quello che ha restituito alla band la gioia di fare musica insieme. Per questo, dicono, suona quasi come un debutto. Non perché rinneghi il passato, ma perché recupera quella spontaneità che sembrava essersi perduta lungo il cammino.
Ed è significativo che proprio in quest'opera la tracklist assuma un'importanza quasi cinematografica. Si parte da strutture relativamente riconoscibili per addentrarsi gradualmente in territori sempre più oscuri, fino ad arrivare a **The Last Chamber**, come se l'ascoltatore venisse accompagnato, passo dopo passo, attraverso una lenta metamorfosi. Ancora una volta i WOLVENNEST dimostrano di non concepire il disco come una raccolta di brani indipendenti, ma come un'esperienza unica che deve essere vissuta dall'inizio alla fine.
Ed è proprio questa idea di esperienza a rappresentare il cuore della filosofia dei WOLVENNEST. In un'epoca in cui la musica viene sempre più spesso frammentata in playlist, singoli e ascolti distratti, loro continuano a concepire un album come un'opera da attraversare. Non cercano il brano capace di catturare l'attenzione nei primi trenta secondi, né il ritornello destinato a trasformarsi in un contenuto da condividere. Chiedono tempo. Chiedono presenza. Chiedono al pubblico di abbandonare, almeno per un'ora, il ritmo frenetico della quotidianità per entrare in uno spazio completamente diverso.

-"If people want singles and a banger, they will be disappointed."

-"Se le persone cercano il singolo o il classico pezzo da impatto immediato, resteranno deluse."

Non è una provocazione. È quasi un avvertimento. I WOLVENNEST non vogliono accompagnare un momento della giornata. Vogliono diventare essi stessi quel momento. Le storie che raccontano lo dimostrano meglio di qualsiasi spiegazione teorica. C'è chi ha ascoltato la loro musica durante un viaggio psichedelico, chi l'ha scelta per accompagnare rituali satanici e chi, in un gesto di straordinaria intensità emotiva, ha voluto che *Ritual Lovers* fosse la colonna sonora del proprio funerale. Episodi profondamente diversi tra loro che, nelle parole della band, non vengono vissuti con compiacimento, ma con umiltà. Perché quando una composizione entra nella vita di qualcuno fino a diventarne parte integrante, smette definitivamente di appartenere a chi l'ha scritta.
Questa capacità di trasformare la musica in un'esperienza trova il proprio naturale completamento dal vivo. Parlare di un concerto dei WOLVENNEST come di una semplice esibizione sarebbe riduttivo. Ogni elemento viene pensato per contribuire alla costruzione di un'atmosfera capace di coinvolgere lo spettatore ben oltre il suono. Le proiezioni, le luci, l'altare collocato sul palco, gli elementi scenografici: nulla viene utilizzato come semplice decorazione.

-"The artwork is the mirror of the music... the altar is our way to pay respect to Death, the only humble truth."

-"L'artwork è lo specchio della musica... l'altare è il nostro modo di rendere omaggio alla Morte, l'unica umile verità."

È probabilmente una delle affermazioni che meglio sintetizza l'estetica della band. La morte, nei WOLVENNEST, non è mai spettacolarizzazione. Non è un simbolo utilizzato per costruire un'immagine oscura. È il punto di incontro tra tutti gli esseri umani, l'unica certezza condivisa, il grande livellatore davanti al quale qualsiasi differenza perde significato. Da questa consapevolezza nasce anche il rispetto quasi sacrale con cui affrontano ogni concerto. Chi decide di acquistare un biglietto non deve assistere semplicemente a una band che sale sul palco e collega gli strumenti agli amplificatori. Deve vivere qualcosa che renda quella serata diversa da tutte le altre.
Non sorprende, allora, che tra i ricordi più intensi della loro carriera non compaiano necessariamente i festival più grandi. Anzi, accade quasi il contrario. Parlano con entusiasmo dei piccoli club dove il caldo, il sudore, la mancanza d'ossigeno e la vicinanza fisica tra musicisti e pubblico trasformano il concerto in un'esperienza condivisa. In quegli spazi ristretti ogni nota sembra acquisire un peso diverso, perché la distanza tra palco e platea scompare completamente. Non esistono più artisti e spettatori. Esistono soltanto persone che attraversano insieme lo stesso momento. E forse è proprio per questo che ricordano con particolare affetto il pubblico polacco, capace di restituire alla band un'energia così intensa da spingerla ancora più in profondità dentro ogni brano.
Ma c'è un'altra parola che ritorna con sorprendente frequenza durante tutta la conversazione: "amicizia".
Molte band parlano della propria unione come di una famiglia. Nei WOLVENNEST questo concetto appare molto meno retorico e infinitamente più concreto. Le collaborazioni non vengono mai descritte come opportunità di prestigio. Sono incontri con persone stimate, artisti con cui condividere una visione della musica e, spesso, della vita stessa. La lunga lista di musicisti che hanno preso parte ai loro lavori racconta una rete di rapporti costruita nel tempo attraverso il rispetto reciproco, non attraverso strategie di visibilità. È un patrimonio umano prima ancora che artistico.
Forse è proprio questa dimensione collettiva che rende ancora più significativa la loro risposta quando chiediamo quale sia il tema che attraversa tutta la loro produzione.
La risposta arriva senza esitazioni.

-"Death."

-"La morte."

Una sola parola.
Nessuna spiegazione.
Eppure, dopo aver ascoltato il loro racconto, quella risposta assume un significato completamente diverso. Non parla di nichilismo. Non parla di disperazione. Parla della consapevolezza che ogni istante possiede un valore proprio perché destinato a finire. È questa coscienza della caducità a dare senso all'amicizia, all'arte, alla musica e alla necessità di vivere intensamente ogni esperienza creativa.
Non è un caso che, parlando del futuro, rifiutino ancora una volta qualsiasi forma di pianificazione. Le nuove composizioni stanno semplicemente emergendo, senza che nessuno abbia deciso una direzione precisa. La band continua a seguire ciò che nasce spontaneamente, lasciando che siano le canzoni a indicare il percorso.

-"Control is what kills you from the inside, slowly but surely... Hail Chaos!"

-"Il controllo è ciò che ti uccide dall'interno, lentamente ma inesorabilmente... Lunga vita al Caos!"

È forse la frase che meglio riassume l'intera filosofia dei WOLVENNEST. In un mondo ossessionato dal controllo, dalla programmazione e dall'efficienza, loro rivendicano il diritto all'imprevedibilità. Perché è proprio lì, sostengono, che continua a sopravvivere la magia.
Alla fine della nostra conversazione provo a immaginare cosa rimarrà dei WOLVENNEST tra molti anni, quando anche l'ultimo amplificatore si sarà spento e i concerti saranno soltanto un ricordo. La risposta, in fondo, è già contenuta nelle loro stesse parole. Non cercano di lasciare un monumento. Non inseguono l'immortalità. Vogliono semplicemente essere sinceri. Ogni disco racchiude paure, sogni, visioni, incubi ed emozioni realmente vissute. Nessun personaggio da interpretare, nessuna maschera costruita per il pubblico. Quello che ascoltiamo coincide con ciò che sono come esseri umani. È una forma di vulnerabilità rara, soprattutto in un panorama musicale dove l'immagine spesso finisce per prevalere sulla sostanza.
Prima di salutarci rivolgo loro un'ultima domanda. Se i WOLVENNEST fossero un luogo, quale sarebbe?
La risposta è sorprendentemente semplice.
Un portale tra due universi.
Forse non esiste definizione migliore. Perché attraversare la loro musica significa proprio questo: sostare per un momento su una soglia, tra ciò che conosciamo e ciò che possiamo soltanto intuire. Un luogo dove il doom incontra la psichedelia, dove la morte dialoga con la rinascita, dove il caos diventa un principio creativo e l'amicizia assume la forma di un linguaggio universale.
E forse è per questo che l'ultima risposta della band continua a risuonare nella mente molto tempo dopo la fine dell'intervista.

-"I hope they feel alive. Every single second of existence is sacred."

-"Spero che le persone si sentano vive. Ogni singolo secondo dell'esistenza è sacro."

Alla fine, tutto si riduce davvero a questo.
Non ai generi musicali.
Non alle classifiche.
Non ai numeri.
Ma alla straordinaria capacità della musica di ricordarci, anche solo per un'ora, quanto sia prezioso essere vivi.

 

 

Alessia Buccino

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