Independent webzine since 2006

Extreme music without compromise

Share:
NECROFILIA - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono band che nascono per riempire

una stagione, e poi svaniscono come il fumo di una sigaretta fuori da un locale dopo l’ultimo pezzo. E poi ci sono band che, anche quando rallentano, non se ne vanno davvero. Restano sotto pelle, come un livido che non si riassorbe, come un ronzio costante che aspetta solo il momento giusto per tornare a esplodere. I NECROFILIA appartengono a questa seconda stirpe: non una meteora, non un capriccio giovanile, ma una creatura dell’underground nata per durare, anche quando il tempo, la vita e le delusioni hanno provato a seppellirla.
La loro storia comincia nell’inverno del 1995, a San Marino, anche se i primi riff avevano già iniziato a prendere forma qualche mese prima, tra sale prova improvvisate e la casa di Cecio, che sarebbe poi diventato batterista stabile dal 1997. Erano anni in cui il metal viveva ancora una stagione di fermento feroce, anni in cui salire su un palco sembrava un richiamo irresistibile, quasi una necessità biologica. All’inizio c’erano anche le cover, come per tante band nate in quel periodo, ma fin dalle prime prove era già chiaro che non bastava suonare la musica degli altri. I NECROFILIA volevano comporre, volevano costruire qualcosa di proprio, volevano un’identità che fosse riconoscibile dalle prime note. Non un gruppo nato per fare qualche concerto e poi sparire, ma una band con una visione, con un orizzonte più lungo del semplice entusiasmo iniziale.
E forse è proprio questo che colpisce di più entrando nel loro mondo: dietro un nome che sembra urlare provocazione, c’è in realtà una lucidità sorprendente. Perché il nome NECROFILIA, oggi così marchiato addosso alla loro identità, non nasce da una strategia studiata a tavolino, ma da quel caos perfetto che spesso accompagna i vent’anni. In principio dovevano chiamarsi Necronomio, poi durante una prova salta fuori “Necrophiliac” degli Slayer. Qualcuno chiede cosa significhi “Necrofilia”, arriva la risposta più brutale e diretta possibile, e in quel momento scatta qualcosa: a quell’età scegli il nome peggiore che possa rimanere impresso nella testa di tutti. E loro l’hanno fatto. Ma il tempo ha trasformato quella scelta impulsiva in un sigillo. Perché se all’inizio poteva essere solo un gesto di sfacciataggine, oggi NECROFILIA è molto di più di una parola d’impatto: è una dichiarazione di appartenenza, un simbolo rimasto intatto attraverso decenni di palco, fatica e resistenza.
Le radici del loro suono affondano in un terreno fertile e ben riconoscibile: Megadeth, Slayer, Sepultura, Metallica, ma anche l’hard rock di Scorpions e Bon Jovi. Influenze che raccontano perfettamente la loro natura, sospesa tra la violenza del riff e il gusto per la costruzione, tra l’urgenza dell’attacco e una certa attenzione alla forma. Non è un caso che, col passare degli anni, il loro sound si sia affinato, spostandosi verso tonalità più melodiche senza mai perdere aggressività e potenza. Il songwriting è cresciuto, si è fatto più consapevole, ma non ha mai tradito il nucleo centrale della band: quel bisogno di colpire diretto, senza artifici, senza eccessi di manierismo. Non sono una band che si nasconde dietro il virtuosismo, e anzi lo ammettono con un’onestà quasi disarmante: “non siamo musicisti virtuosi… facciamo della legna.” Ed è forse proprio in questa frase che si trova la chiave più autentica per capirli. I NECROFILIA non vogliono impressionare con la perfezione tecnica. Vogliono investire il pubblico, travolgerlo, costruire una scarica di energia che parta dal palco e arrivi dritta in faccia a chi ascolta.
Per loro, infatti, il live non è mai stato solo il live. È tutto quello che lo precede e tutto quello che resta dopo. È la partenza da casa, il viaggio, l’attesa, quella strana sensazione che ancora oggi, dopo quasi trent’anni, si ripresenta poco prima di salire sul palco. Un attimo di incertezza, un vuoto breve ma reale, che dura fino a quando parte l’intro. Poi, all’improvviso, tutto torna al suo posto. L’energia si riallinea, il corpo si ricorda chi è, e la tensione si trasforma in festa. Perché per i NECROFILIA il palco non è una vetrina: è il luogo in cui ogni cosa si ricompone, il punto esatto in cui la vita, per un attimo, smette di pesare.
Ed è forse anche per questo che la loro storia non è lineare, ma proprio per questo è vera. Non si sono mai sciolti davvero, dicono. Hanno solo rallentato. Una frase semplice, ma dentro ci sono anni interi. C’è una grossa delusione legata a un concorso importante, affrontato con la convinzione di potercela fare e poi rivelatosi meno limpido di quanto sembrasse. C’è la stanchezza che arriva quando certe aspettative si incrinano, ma non abbastanza da spegnere davvero ciò che hai costruito. Così i concerti diventano più sporadici, l’impegno si fa meno feroce, ma sotto la superficie qualcosa continua a muoversi. Si scrivono nuovi pezzi, si tiene acceso un fuoco basso ma costante, fino a quando nel 2016 arriva il concerto per celebrare i vent’anni dalla prima esibizione. E lì, semplicemente, quel fuoco torna a bruciare. Non come nostalgia. Non come reunion costruita per convenienza. Ma come il ritorno naturale di qualcosa che, in fondo, non era mai morto.
Dentro questa traiettoria c’è anche il ritratto di una scena che oggi sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Un’estate in cui si potevano fare quasi trenta concerti. Festival dove convivevano gruppi di ogni genere. Piazze e campi sportivi pieni di gente. Un underground vivo, pulsante, popolare, che non era ancora stato confinato ai margini come una nicchia da sopportare. I NECROFILIA sono figli di quel mondo lì, e forse è anche per questo che oggi avvertono così chiaramente il peso del presente. Trovare spazi dove suonare musica estrema è sempre più difficile. Il panorama si è spostato altrove. La vita privata, il lavoro, la famiglia impongono compromessi e incastri. Ma proprio in questo contesto la loro permanenza acquista ancora più valore. Essere ancora qui, dopo tutto questo, non è semplice perseveranza. È una forma di testardaggine quasi sacrale.
E poi c’è il cuore vero dei NECROFILIA, quello che rende ogni altro elemento secondario: il legame. Loro stessi lo dicono, quasi scusandosi per quanto possa sembrare scontato, ma in realtà suona come una verità incisa nella carne. Sono una famiglia. Non in senso retorico, non nel modo vuoto in cui tante band usano questa parola per abitudine. Sono una famiglia perché sono cresciuti insieme, perché il gruppo è nato tra amici e non tra sconosciuti, perché si sono attraversati nelle gioie e nei dolori, nei momenti leggeri e in quelli neri, nelle età in cui si diventa adulti e in quelle in cui si capisce che il tempo non aspetta nessuno. Anche Urbi, il più giovane, entrato a ventidue anni, è stato subito accolto come un pari. E quando raccontano che nei momenti peggiori bastava salire sul palco per far sparire tutto, non sembra una frase da intervista. Sembra la definizione più sincera possibile di cosa significhi davvero suonare insieme per trent’anni.
I loro live più memorabili parlano la stessa lingua: l’apertura a Paul Di’Anno a Roma, certo, ma soprattutto i mini tour nei paesi baltici, dove il metal viene ancora vissuto come una cultura viva, dove l’accoglienza è totale, la mentalità è aperta e per un momento ci si può sentire davvero delle rockstar. È un’immagine bellissima, quasi tenera nella sua brutalità: una band dell’underground italiano che si porta addosso tutto il peso della provincia, del tempo, delle difficoltà, e poi trova altrove un pubblico che capisce esattamente cosa sta guardando.
Oggi i NECROFILIA restano una realtà solida dell’underground italiano, forse anche perché, come osservano con amara lucidità, in questo tipo di musica non c’è un grande ricambio generazionale. Ma non c’è rassegnazione nelle loro parole. C’è semmai una consapevolezza feroce: stanno invecchiando, non hanno più tempo da perdere, e proprio per questo stanno già pensando a nuovi brani, al successore di Vier, con l’intenzione dichiarata di non lasciare passare troppo tempo. È quasi una promessa. O forse una minaccia, nel senso migliore possibile.
Perché i NECROFILIA, alla fine, non sono solo una band che ha resistito. Sono una band che ha trasformato la resistenza in identità. Non hanno costruito il proprio percorso sull’immagine, non hanno cercato travestimenti da palco, non hanno mai avuto bisogno di abiti di scena pensati per colpire a tavolino. La loro estetica è sempre stata un’estensione della loro attitudine: diretta, ruvida, sincera. E in un tempo in cui troppo spesso l’estremo viene confezionato, sterilizzato o ridotto a posa, questa autenticità pesa più di qualsiasi artificio.
Ci sono band che suonano per esserci.
E poi ci sono band che continuano a suonare perché, semplicemente, non possono fare altrimenti.
I NECROFILIA appartengono a questa seconda razza. Quella che non cerca di sembrare viva.
Quella che, dopo trent’anni, continua ancora a mordere.

WE ARE NECROFILIA!

 

Alessia Buccino

Share: