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MIND/KNOT - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono viaggi che non iniziano

su una strada, ma dentro una crepa. Un punto di rottura. Un cortocircuito silenzioso tra ciò che si sente e ciò che non riesce più a essere contenuto. Il percorso dei Mind/Knot nasce esattamente lì, nel 2018, a Roma, quando Yari Caramore e Simone Perna decidono di dare forma a un progetto che, fin da subito, rifiuta l’idea di rimanere confinato dentro le strutture rassicuranti della canzone tradizionale. Poco dopo si unisce anche Marco Burrascano alla voce, e da quel momento il nucleo della band inizia a sviluppare un linguaggio che non vuole semplicemente aggredire, ma scavare. Non basta la violenza fine a sé stessa, non basta l’impatto frontale: dietro l’urto, per i Mind/Knot, deve esistere una ferita, una tensione, una frattura interiore da raccontare. È proprio da questa esigenza che il loro suono inizia progressivamente a deformarsi, a torcersi, a mutare, abbandonando metriche lineari e soluzioni prevedibili per addentrarsi in territori più oscuri, instabili e profondamente introspettivi. L’ingresso di Roberto Cadau nel 2021 rappresenta in questo senso un ulteriore scarto evolutivo: con lui arriva un elemento post-hardcore che mancava, una nuova possibilità di espansione, e la band consolida definitivamente quella forma di caos controllato che oggi è diventata il suo tratto più riconoscibile. Definire i Mind/Knot significa accettare fin da subito che ogni etichetta sia soltanto una porta socchiusa. Loro stessi parlano di chaotic hardcore, quello che molti continuano a chiamare con il nome più comodo di mathcore, ma la loro visione non si limita a una formula di genere. Dentro il loro suono convivono l’attitudine dell’hardcore, la tensione nervosa di strutture scomposte e dispari, l’urgenza del punk, la dissonanza, il rumore, e persino una componente quasi rituale, come se il caos non fosse soltanto distruzione ma anche una forma di evocazione. C’è un dettaglio che colpisce particolarmente nel modo in cui descrivono la loro musica: non parlano mai del caos come semplice disordine, ma come di qualcosa che può essere coordinato, incanalato, reso espressivo. È qui che si percepisce la profondità del loro lavoro. Non c’è spontaneismo superficiale, non c’è il gusto sterile per la complessità tecnica: ogni deviazione, ogni rottura, ogni strappo ritmico sembra esistere per restituire fedelmente una condizione emotiva, un’idea, una vertigine. Anche il nome Mind/Knot è una dichiarazione di intenti. Un gioco di parole tra mente e nodo, tra interiorità e costrizione, tra pensiero e groviglio. Un’immagine perfetta per una band che da sempre si muove dentro le zone più intricate dell’essere umano, esplorando la mente non come spazio astratto ma come luogo vivo, teso, spesso ostile. Le loro tematiche ruotano attorno all’introspezione, al disagio, alla vulnerabilità, ma anche alla dimensione sociale dell’esistenza e al peso che il mondo esercita sulle nostre crepe più intime. Non sorprende, quindi, che nelle loro risposte emerga con chiarezza quanto l’aspetto emotivo sia centrale nella scrittura: i testi nascono da esperienze personali realmente vissute o da riflessioni che cercano di descrivere il più fedelmente possibile uno stato d’animo. E qui entra in gioco un altro elemento fondamentale della loro identità: la filosofia. I Mind/Knot non si limitano a “sfogarsi” attraverso la musica, ma cercano di argomentare, di ragionare, di trasformare il sentimento in pensiero e il pensiero in materia sonora. A volte, dicono, aggiungono persino una piccola nota poetica, ed è forse proprio questa fusione tra brutalità e lucidità a rendere il loro linguaggio così interessante. Le influenze che li hanno accompagnati lungo questo percorso parlano chiaro e disegnano una genealogia precisa, ma anche qui la band dimostra di aver saputo metabolizzare e non semplicemente imitare. Dai Black Flag, fondamentali per la loro capacità di esprimere emozioni in modo diretto, fino alla svolta decisiva rappresentata da Converge, The Dillinger Escape Plan e The Chariot, i Mind/Knot riconoscono apertamente il debito verso quelle realtà che hanno insegnato loro come coordinare il caos senza addomesticarlo. A questi si aggiungono anche The Armed, altra presenza costante nel loro immaginario sonoro, quasi una bussola utile per orientarsi dentro una forma espressiva che punta a rendere il disordine qualcosa di vivo, personale e distintivo. Eppure, pur dichiarando queste radici con sincerità, la band evita accuratamente di fossilizzarsi dentro l’idea di “appartenere” a un genere in senso stretto. Nelle loro parole, dell’hardcore resta soprattutto l’attitudine, sempre e comunque. Il resto è movimento, mutazione, rifiuto dell’appiattimento. È quasi come se per loro la vera fedeltà al genere passasse proprio attraverso il suo tradimento formale. Questo aspetto emerge in modo ancora più netto osservando il loro processo compositivo, che appare quasi come una forma di artigianato ossessivo. Le idee possono nascere individualmente, ma poi vengono portate in sala prove e smontate, ricostruite, limate, deformate finché non raggiungono una coerenza assoluta con la direzione musicale che la band sta inseguendo in quel preciso momento. Non esiste nulla di approssimativo nel loro metodo. Lo dicono senza mezzi termini: passano giorni e giorni alla ricerca del giusto connubio tra concetto e musica, perché la musica deve essere una trasposizione reale del concetto espresso. È una dichiarazione fortissima, e forse una delle più rivelatrici. Per i Mind/Knot, il brano non è mai una semplice somma di riff, strofe e cambi di tempo, ma un organismo che deve incarnare esattamente ciò che vuole dire. Da qui nasce anche l’importanza della sperimentazione sonora, che per loro non è un vezzo ma una conseguenza naturale di anni di studio, allenamento e ascolto. L’interesse per la musica dark, elettronica e noise si insinua così nei dettagli, nei timbri, nelle scelte più sottili, contribuendo a rendere ogni pezzo non solo più aggressivo, ma più completo, più maturo, più immersivo. in questo senso, Mortale rappresenta una tappa fondamentale del loro cammino, quasi un punto di condensazione. Se i lavori precedenti avevano già mostrato la volontà di spingersi oltre, qui la band sembra aver trovato un equilibrio ancora più feroce e consapevole tra forma e contenuto. Negli ultimi due anni, raccontano, si sono concentrati costantemente sullo sviluppo musicale che il progetto doveva intraprendere, comprendendo la necessità di evolvere ulteriormente metriche e tempi dispari per portare il concetto di Mortale al suo apice. E il concetto, del resto, è di quelli che toccano un nervo universale: la mortalità, la fragilità umana, il confronto con sé stessi e con le proprie debolezze. In appena quattordici minuti, i Mind/Knot tentano di condensare non solo il loro amore per il chaotic hardcore, ma anche una riflessione più ampia sull’essere umano e sul suo eterno timore di guardarsi davvero allo specchio. C’è qualcosa di quasi filosofico e insieme viscerale in questa operazione: riportare l’essere umano alla sua condizione di mortalità come atto di verità, come strappo necessario, come invito a non sprecare la propria esistenza sentendosi sconfitti, fuori posto, non accettati o “strani”. Forse è proprio qui che Mortale smette di essere solo un EP e diventa un piccolo manifesto. Un lavoro che, pur muovendosi in un territorio sonoro estremo, prova a lasciare un messaggio sorprendentemente umano: anche le ombre che danzano da sole possono diventare la luce più splendente, persino nella notte più profonda.C’è una bellissima immagine che la band usa per descrivere il rapporto con la propria discografia: più che singoli brani, i loro album e i loro EP sono mutazioni, evoluzioni personali, quasi come la pelle di un serpente che cambia. È una metafora potentissima, perché restituisce perfettamente la natura di un progetto che non sembra interessato alla staticità. Ogni uscita non è un capitolo isolato, ma una trasformazione. Una nuova pelle. Un nuovo nodo che si stringe o si scioglie. E forse è proprio questa tensione verso la metamorfosi continua che rende i Mind/Knot una realtà così viva all’interno della scena italiana: non tanto per il desiderio di distinguersi a tutti i costi, quanto per la necessità autentica di restare fedeli a una ricerca. Quando gli si chiede cosa li renda diversi rispetto ad altre band hardcore italiane, evitano di dare una risposta definitiva e lasciano volutamente la domanda aperta agli ascoltatori. È una scelta intelligente e, in fondo, coerente. Più che definirsi, preferiscono esprimersi. Più che posizionarsi, preferiscono continuare a mutare. Se però un tratto distintivo si può individuare, è proprio quell’imprevedibilità che rifiuta la forma cristallizzata di un genere spesso ormai appiattito nelle sue convenzioni.Anche dietro le quinte, il loro universo sembra mantenere quella stessa energia febbrile. Più che aneddoti di studio in senso classico, raccontano di una vera e propria chimica di follia che si crea quando entrano a registrare con Valerio Fisik, figura che ha saputo sposarsi perfettamente con la loro visione. In quel contesto, il lavoro diventa quasi un vortice: una volta entrati nella scrittura di un disco, difficilmente riescono a staccarsene. Tempo e spazio sembrano collassare, mentre le idee più folli vengono portate alla luce con una naturalezza quasi inquietante. È una dimensione che rispecchia perfettamente la loro musica: intensa, immersiva, totalizzante, incapace di esistere a metà.E mentre Mortale continua a risuonare come una ferita lucida e necessaria, il viaggio dei Mind/Knot è tutt’altro che fermo. La band sta già ultimando le pre-produzioni del secondo EP, che insieme a Mortale confluirà in una raccolta destinata a un’uscita in vinile, con il ritorno in studio previsto per settembre. Ma soprattutto, c’è la volontà di tornare a calcare i palchi e di spingere il proprio percorso oltre i confini già attraversati, ampliando ulteriormente l’orizzonte live non solo in Europa, ma anche oltre. Ed è forse questa l’immagine più giusta con cui lasciare questa traversata: i Mind/Knot come una creatura in continuo movimento, una band che non costruisce semplicemente canzoni, ma corridoi interiori da attraversare. Un progetto che prende l’aggressività e la trasforma in linguaggio, che afferra il caos e gli dà una forma, che osserva il lato più oscuro della mente umana senza distogliere lo sguardo. In un panorama in cui troppo spesso l’estremo rischia di diventare formula, i Mind/Knot scelgono ancora la strada più difficile: quella della mutazione, dell’inquietudine, della verità. E in quel nodo mentale che dà loro il nome, forse, si nasconde anche la loro forza più grande: non cercare mai di scioglierlo del tutto, ma imparare a farlo vibrare

 

Alessia Buccino.

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