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HARVEST - Vox Profana - BLACKZine.com

Esistono band che nascono

dall'impulso del momento e altre che sembrano il naturale punto di arrivo di un percorso durato una vita. Gli HARVEST appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Dietro questo nome non si nasconde soltanto un nuovo progetto doom/gothic, ma il risultato di decenni trascorsi tra sale prove, concerti, amicizie, esperienze musicali differenti e una passione mai sopita per la musica pesante e carica di emozioni.
La storia degli HARVEST inizia nell'autunno del 2023 dall'iniziativa di Omar e Fabio. Amici da quasi trent'anni, hanno condiviso gran parte del loro percorso umano e musicale pur provenendo da mondi diversi. Omar ha costruito la propria esperienza principalmente all'interno del Death Metal, mentre Fabio ha mosso i suoi passi nello Stoner. Due strade differenti che, dopo anni di gavetta, si sono ritrovate a convergere verso una visione comune.
Fin dall'inizio il progetto non è stato vissuto come un semplice passatempo o un esperimento destinato a rimanere incompiuto. Al contrario, l'intenzione era chiara fin dalle prime composizioni: dare vita a una band capace di rappresentare pienamente il loro bagaglio musicale e umano.
Il nome stesso racchiude una parte importante della loro identità. HARVEST è innanzitutto un tributo agli Opeth, una delle formazioni che più hanno influenzato Omar e Fabio nel corso degli anni. Ma dietro quella scelta si nasconde anche un significato più profondo e personale.

"Dopo tanti anni di gavetta, finalmente sentivamo fosse arrivato il momento di raccogliere i frutti del nostro lavoro, della passione che mettiamo nella musica e del tempo rubato alle altre cose della vita."

Una frase che racconta molto più del semplice significato di un nome. Racconta la volontà di trasformare anni di esperienza in qualcosa di concreto, qualcosa che potesse finalmente parlare con una voce propria.
Da quel primo nucleo la formazione si è ampliata gradualmente. La prima ad aggiungersi è stata Elisa, amica di lunga data e appassionata del genere, che ha contribuito a dare maggiore profondità alla struttura dei brani. Successivamente è arrivato Matteo, proveniente dal mondo del Symphonic Metal, una presenza fondamentale per arricchire il suono della band attraverso tastiere, synth e arrangiamenti capaci di amplificare il senso di decadenza che permea le composizioni.
L'obiettivo non era semplicemente scrivere canzoni pesanti, ma costruire atmosfere. Per questo l'utilizzo di pianoforti, organi, archi e sonorità di matrice classica è diventato parte integrante dell'identità degli HARVEST.
L'ultimo tassello fu inizialmente Roberto, autore delle parti vocali registrate sul disco. Tuttavia, una volta terminate le registrazioni, il cantante decise di intraprendere altri percorsi. Un momento che avrebbe potuto compromettere il futuro della band proprio quando il lavoro era ormai concluso e i contatti con diverse etichette erano già avviati.
Fortunatamente il vuoto lasciato venne colmato dall'ingresso di Emanuele, musicista che aveva già condiviso numerose esperienze con Omar nel corso degli anni.
La sua presenza non si è limitata a sostituire una voce. Ha contribuito a dare nuova vita ai brani, diventando rapidamente una parte fondamentale dell'identità della band.
La forza degli HARVEST risiede proprio nell'incontro tra esperienze differenti. Tutti i membri provengono dalla scena metal, ma ciascuno porta con sé influenze e sensibilità diverse. Death Metal, Stoner, Symphonic Metal, Doom, Gothic: elementi che si fondono senza mai perdere la propria personalità.
Anche i riferimenti musicali raccontano molto di loro. Accanto ai nomi inevitabili del metal estremo come Slayer, Morbid Angel, Obituary e Unleashed, emergono influenze più atmosferiche e malinconiche come Emperor, Bathory, Candlemass e Type O Negative. Ma il mosaico non si ferma qui.
Nel bagaglio musicale della band trovano spazio anche artisti apparentemente lontani come Queen, Jethro Tull, PFM, Le Orme, Biglietto per l'Inferno, Franco Battiato, Angelo Branduardi e Fabrizio De André. E poi c'è Nick Cave, figura particolarmente amata da Emanuele, esempio perfetto di come la scrittura possa trasformarsi in poesia senza perdere intensità emotiva.
Questa ricchezza di influenze emerge chiaramente anche nel processo compositivo. Negli HARVEST la musica arriva quasi sempre prima delle parole. Tutto nasce da un riff, da una progressione armonica o da una melodia che suggerisce immediatamente un'atmosfera precisa.

''È attraverso la musica che emerg"e l'emozione: la malinconia, il peso o quel senso contemplativo che caratterizza il nostro sound."

Da quella prima scintilla prende forma il resto: arrangiamenti, dinamiche, linee vocali e testi. Un processo graduale che permette ai brani di svilupparsi organicamente, quasi come se crescessero da soli.
L'aspetto atmosferico rappresenta infatti uno degli elementi centrali della loro proposta artistica.

"I pezzi vanno sicuramente ascoltati, ma devono anche riuscire a suscitare immagini chiare ed emozioni forti."

Per gli HARVEST la musica non è soltanto suono. È un luogo mentale. Un paesaggio interiore da attraversare. Una dimensione nella quale l'ascoltatore possa immergersi completamente.
Non sorprende quindi che i loro testi affrontino temi profondamente umani come la perdita, la solitudine, la malinconia e l'introspezione. Argomenti che non vengono trattati come semplici cliché del genere, ma come strumenti attraverso cui osservare e comprendere sé stessi.

"Scrivere è indubbiamente un modo per liberare i nostri demoni, ma contemporaneamente ci permette di fissarli, impressionarli come avviene in una fotografia."

Una definizione estremamente efficace del rapporto che la band intrattiene con la scrittura: liberazione e memoria, sfogo e testimonianza.
Tra i brani che meglio rappresentano questa sensibilità emerge "Path of Life", indicato da Emanuele come uno dei pezzi che più lo hanno colpito fin dal suo ingresso nella band.
Un brano intriso di malinconia e sofferenza, ma capace di mantenere una straordinaria dignità emotiva, senza mai cedere all'autocommiserazione. Una caratteristica che sembra riflettersi nell'intera filosofia degli HARVEST.
Anche in studio la ricerca dell'autenticità occupa un ruolo fondamentale. Omar, che si occupa personalmente della produzione attraverso il suo Morningrise Studio, affronta ogni registrazione con un approccio estremamente meticoloso.
La sua attenzione ai dettagli è alimentata da una profonda passione per il sound degli anni Novanta, periodo che ha dato vita a opere fondamentali di band come Katatonia, My Dying Bride, Anathema, Tiamat, Opeth e Amorphis.
Più che rincorrere le produzioni moderne, spesso eccessivamente compresse e uniformate, gli HARVEST cercano di recuperare quel senso di profondità e malinconia che caratterizzava i grandi album di quell'epoca.
Anche dal vivo la musica assume una dimensione diversa. L'impatto emotivo aumenta, i brani acquistano maggiore intensità e il rapporto con il pubblico diventa parte integrante dell'esperienza.
La band guarda al futuro con entusiasmo ma senza fretta. Consapevole di muoversi all'interno di una nicchia ancora profondamente viva e appassionata, preferisce concentrarsi sulla crescita artistica piuttosto che inseguire mode passeggere.

"Noi non ci curiamo di quello che è il trend del momento, semplicemente vogliamo creare un progetto che esprima le nostre emozioni."

Forse è proprio questa sincerità il tratto che definisce meglio gli HARVEST. In un panorama musicale sempre più orientato verso l'immediatezza e l'omologazione, la loro scelta è quella di costruire qualcosa che abbia radici profonde.
Se si dovesse immaginare la loro musica come un luogo, probabilmente sarebbe quello raffigurato sulla copertina del loro disco: un lago dimenticato immerso nella nebbia autunnale, sospeso tra quiete e malinconia.
Un'immagine che racchiude perfettamente l'essenza degli HARVEST. Una band che non sta semplicemente scrivendo canzoni, ma sta costruendo, nota dopo nota, un universo emotivo destinato a evolversi nel tempo.

E forse Elisa ha riassunto meglio di chiunque altro l'ambizione che anima il progetto:

"Un immenso universo artistico che non solo si evolverà, ma speriamo sarà anche ricordato in futuro."

 

Alessia Buccino

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