Ci sono band che nascono
in una stanza prove. Altre dentro una folgorazione improvvisa. I DYRNWYN, invece, prendono forma dove spesso iniziano le storie destinate a durare: davanti a una birra, nel fumo leggero di una notte qualunque, con il rumore ancora vivo di un festival appena concluso. È il dopo Foschfest 2012 quando i due Ivan, basso e batteria, decidono di fondare un progetto pagan folk metal. Una di quelle decisioni che sembrano casuali, ma che in realtà stavano aspettando il loro momento da tempo.
All’inizio, però, il viaggio non ha nulla di lineare. La strada dei DYRNWYN attraversa cambi di formazione, assestamenti, divergenze musicali e la più antica delle prove per ogni band: trovare persone davvero motivate a costruire qualcosa insieme. Non basta amare la musica, serve resistere. Serve restare. È solo con l’arrivo della seconda chitarra di Alberto e della voce di Thierry, e con la registrazione del primo full length Sic Transit Gloria Mundi, che il progetto smette di essere una possibilità e diventa una creatura concreta, con ossa, pelle e respiro.
Non esiste un singolo brano che abbia acceso la scintilla definitiva. Nessun istante cinematografico, nessun riff miracoloso caduto dal cielo. I DYRNWYN raccontano piuttosto un’identità conquistata attraverso peripezie musicali e personali, con la pazienza di chi sa che Roma non è stata costruita in un giorno. E forse non è un caso che proprio Roma, quella arcaica, rituale, ancora coperta di polvere e presagi, sia uno dei cuori pulsanti della loro visione.
Dentro il laboratorio creativo, ogni figura ha un compito preciso. Alessandro, chitarrista, guida la composizione dei brani, poi rifiniti dal resto della band. Ivan al basso si immerge nello studio di testi e fonti legate soprattutto alla storia romana più antica, materiale che viene poi completato insieme a Thierry. Il concept visivo passa invece ancora dalle mani dell’altro Ivan, forte di un passato da rievocatore storico. Più che una band, sembra una piccola officina dove ognuno forgia una parte diversa della stessa arma.
Gli inizi non sono stati semplici neppure sul piano dell’identità percepita. Nei primi anni la scena pagan folk era fortemente dominata da immaginari norreni e celtici, mentre c’era poco spazio per una band che scegliesse la Roma arcaica come bussola narrativa. E non sono mancati fraintendimenti superficiali, quelli che costringono a spiegare prima ancora di suonare. Ma i DYRNWYN hanno continuato a percorrere il proprio sentiero senza cambiare rotta.
Il primo live, raccontano con ironia, è più facile ricordarlo per ciò che non ha funzionato: praticamente tutto. Poca intesa tra i membri, livello tecnico acerbo, location inadatta per una serata metal e un’affluenza minima che almeno ha limitato i danni. L’unica vera forma di moshpit fu quella degli insetti attirati dalle luci del parcheggio dove si esibirono. Un battesimo tragicomico, perfetto per diventare leggenda interna.
Con il tempo sono arrivate la compattezza e una disciplina quasi militare. Nulla viene lasciato all’improvvisazione: i brani sono studiati e preparati prima ancora di entrare in sala prove. Le sessioni si svolgono a casa di Alessandro e partono spesso da tematiche precise che poi si trasformano in riff e melodie. Non sempre una giornata produce risultati, anzi. A volte intere ore finiscono cestinate. Altre volte anche brani apparentemente pronti vengono demoliti dopo ascolti successivi. La scrematura è severa, senza sentimentalismi. Se una canzone non trasmette più le sensazioni giuste, viene lasciata indietro sul ciglio della strada.
I più esigenti del gruppo, ammettono sorridendo, sono proprio Alessandro e Ivan, eternamente insoddisfatti finché un pezzo non raggiunge la forma desiderata. Ma è proprio questa severità a tenere alta l’asticella. Nessuno spinge mai per pubblicare qualcosa su cui non ci sia convinzione totale. Nei momenti di disaccordo, la soluzione passa spesso per un rito molto umano: bere insieme, ascoltare musica, discutere e cercare un compromesso che renda tutti soddisfatti. Non sempre con successo garantito, ma abbastanza spesso da andare avanti.
Tra i brani nati con maggiore spontaneità citano Vae Victis, tratto da Il culto del fuoco: istintivo, rapido, quasi un evento soprannaturale considerando i loro tempi di lavorazione. Tanto da meritare anche un videoclip. Sul versante opposto c’è invece Aurea Aetas, dallo stesso disco, tra i pezzi più complessi da portare a compimento. E se il passato ha chiesto impegno, il futuro non è stato più gentile: il nuovo album, già scritto e pronto per essere registrato a giugno, ha richiesto oltre due anni di rifiniture per arrivare esattamente dove volevano.
Gli imprevisti più memorabili arrivano dal Celtic Transilvania 2019, in Romania: caldo feroce, problemi tecnici a catena, ponte della chitarra saltato, perdita dei banchi suoni della pedaliera dopo un picco di tensione, batteria quasi impossibile da sentire sul palco, cantante nel panico e il batterista costretto a urlare il tempo ai compagni. Un concerto trasformato in sopravvivenza epica.
Dopo oltre tredici anni di cammino, il cambiamento più evidente, scherzano, sono i capelli bianchi. Ma sotto la battuta c’è una verità più profonda: la crescita tecnica, la maturazione nella scrittura e un approccio molto più consapevole a ogni aspetto del mestiere. Oggi i DYRNWYN non sono solo una band che compone musica, ma una struttura che lavora anche sulla propria visibilità, sulla presenza nella scena metal, sull’uso dei social come strumento e non come maschera.
Alessia Buccino
Se agli inizi erano una scintilla accesa dopo un festival, oggi sono un fuoco custodito con esperienza. Meno impulsivo, forse, ma molto più difficile da spegnere.