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DARKVOID - Vox Profana - BLACKZine.com

Entrare nel mondo dei DARKVOID

non è un semplice spostamento, ma un atto rituale.
Non si parte, si varca. Non si ascolta, si attraversa.
Il cammino prende forma nel buio, là dove il suono diventa materia e il tempo si piega come fumo attorno a una fiamma antica. Ogni passo è un’offerta, ogni nota un sigillo tracciato sul terreno. I DARKVOID non indicano una direzione, aprono una soglia: sta a chi ascolta decidere se oltrepassarla.
Questo viaggio non promette ritorni né approdi luminosi. È una discesa consapevole, una liturgia sonora che chiede presenza, abbandono, silenzio interiore. Qui la musica non accompagna: guida, invoca, consuma.
E quando il rituale ha inizio, non resta che seguire il sentiero, accettando che qualcosa, lungo la strada, venga lasciato indietro.
Il viaggio dei DARKVOID inizia in solitudine, come molte evocazioni autentiche. Fine 2019: la creatura nasce come one-man band, quasi in sordina, mentre altrove pulsa ancora l’esperienza degli "Howls of Grey". All’epoca è poco più di un rifugio, un luogo mentale in cui tornare senza obblighi né aspettative. Poi il mondo si ferma. La pandemia del 2020 azzera le coordinate, spezza le traiettorie collettive e lascia spazio a una decisione netta: non attendere chiamate, non inseguire altre ombre, ma costruire da sé il proprio varco.
È in quel vuoto improvviso che DARKVOID smette di essere un’idea e diventa gesto. Riff dopo riff, senza mediazioni, senza compromessi, la musica prende forma come atto di resistenza e autoaffermazione. Non più un passatempo, ma una necessità.
Il nome DARKVOID arriva prima come suono, poi come rivelazione. Nessun simbolismo premeditato, nessuna mitologia forzata. Il significato si sedimenta col tempo, seguendo la scrittura, come accade ai veri nomi rituali: non si scelgono, si comprendono dopo. È la musica stessa a dare peso alle parole, a caricarle di senso fino a farle coincidere con l’identità del progetto.
Nel primo EP, quel “vuoto oscuro” diventa il vuoto del cosmo. Non un semplice scenario, ma una presenza. Qualcosa di primordiale, inconoscibile, che osserva l’umanità nel suo agitarsi quotidiano. Un’entità muta davanti alla quale l’uomo appare fragile, irrilevante, inerme. Non c’è consolazione in questo sguardo, né risposte. Solo la consapevolezza di essere minuscoli di fronte a ciò che non può essere compreso.
Eppure il viaggio non si arresta qui. Con il primo album già in fase di gestazione, il vuoto è destinato a mutare forma, a spostarsi su un altro piano. Quale, per ora, resta sigillato. Come ogni rituale che si rispetti, anche DARKVOID conosce il valore dell’attesa e del non detto.
Col tempo, il viaggio di DARKVOID smette di essere un attraversamento solitario. Non per una scelta forzata, ma per naturale gravità. La prima presenza a manifestarsi è quella di Antonio, legame che affonda le radici nel passato, già batterista degli "Howls of Grey". All’inizio è un aiuto tecnico, quasi invisibile: la batteria programmata dei singoli del 2020, un sostegno discreto mentre il progetto prende confidenza con il proprio respiro. Poi il rito chiede corpi reali, mani, presenza. Con l’idea dell’EP, l’ingresso diventa definitivo, e il suono acquista peso, carne, impatto.
Da lì il cerchio si amplia senza attriti. Riccardo, Gabriele e Peppe si uniscono non per audizione, ma per affinità. Amicizie già esistenti, fiducia reciproca, visioni compatibili. È così che DARKVOID completa la sua prima forma collettiva: non una band assemblata, ma una convergenza.
La scelta dei membri non segue logiche strategiche o calcoli esterni. È una questione di prossimità, di talento riconosciuto e di disponibilità umana prima ancora che musicale. Quando il viaggio è autentico, chi deve salire a bordo lo fa senza bisogno di troppe parole.
All’interno del quintetto, le influenze non vengono negate né uniformate, ma incanalate. Ognuno porta con sé altri mondi: il thrash metal di Antonio, contaminato da blues, rock e grunge; l’approccio old-school death di Riccardo; il black/doom che scorre nelle vene del fondatore. Tutto confluisce, ma nulla prende il sopravvento. Le differenze non generano caos, bensì struttura.
Il suono di DARKVOID nasce proprio qui, in questo equilibrio rituale: lasciare che ogni esperienza parli, ma solo quando serve. Il risultato non è una somma, bensì una forma nuova, coerente, oscura, pronta a proseguire il viaggio senza perdere la direzione.
Con The Great Horror, DARKVOID trova la sua prima bussola narrativa. H. P. Lovecraft non entra nel progetto come semplice riferimento letterario, ma come presenza necessaria, quasi terapeutica. È il 2020, il tempo della sospensione globale, e proprio in quel vuoto i suoi racconti si rivelano una scoperta tardiva ma decisiva. Un incontro inatteso, capace di offrire non conforto, ma direzione. In quelle storie prive di ottimismo, e proprio per questo radicalmente sincere, nasce l’impulso a trasformare la lettura in suono.
Lovecraft diventa così il primo senso compiuto di DARKVOID. Non un omaggio sterile, ma una traduzione. Le sue visioni cosmiche, l’insignificanza dell’uomo, l’orrore che osserva da distanze inconcepibili vengono trasmutati in riff, strutture, atmosfere. La musica non illustra i racconti: li riattiva, li rende esperienza fisica, li riporta nel presente attraverso la violenza controllata del death e del thrash.
All’interno del processo creativo, la narrativa non è mai una gabbia. Spesso il viaggio parte dal suono, da ciò che la musica stessa evoca, e solo in un secondo momento si coagula in racconto. Altre volte il percorso si inverte, come accaduto con "I Malevolence", dove il testo nasce per primo, carico di motivazioni personali, e chiede alla musica di seguirlo. Non esiste una regola fissa, ma una sensibilità che decide quale strada percorrere di volta in volta.
I temi che ritornano non sono mai fini a se stessi. Anche quando DARKVOID si muove in territori pessimisti o apparentemente privi di speranza, l’obiettivo non è la mera contemplazione dell’orrore. Ogni storia porta con sé uno scopo, una possibilità di lettura ulteriore. Persino nelle visioni più cupe di The Great Horror, esiste qualcosa da raccogliere, un frammento di consapevolezza che resta addosso all’ascoltatore dopo l’attraversamento.
Ed è forse qui che il rituale si compie davvero: quando il buio non è solo buio, ma diventa strumento per vedere meglio ciò che normalmente si evita di guardare.
Anche l’immagine, in "The Great Horror", non nasce come semplice ornamento, ma come estensione del rituale. L’artwork dell’EP è affidato a Mr. Voidgazer, artista che lavora partendo da una base di intelligenza artificiale per poi plasmarla, piegarla, contaminarla secondo una visione personale. Una scelta che non segue il gioco dei nomi o delle coincidenze, ma una risonanza immediata e inequivocabile.
Il risultato è un’immagine che non accompagna la musica, ma la rispecchia. Le forme, le presenze, l’atmosfera catturano in pieno l’essenza lovecraftiana del disco: un orrore antico, cosmico, che non ha bisogno di spiegazioni. Davanti a quell’artwork non c’è esitazione, né dubbio. È chiaro fin da subito che quello è il volto giusto per "The Great Horror".
La relazione tra suono e immagine diventa così simbiotica. L’ascolto prepara lo sguardo, e lo sguardo amplifica l’ascolto. Entrambi partecipano allo stesso incantesimo, parlando lo stesso linguaggio fatto di vastità, insignificanza e presenze che sfuggono al controllo umano.
E in fondo, quando si invoca Lovecraft, la domanda smette di essere “chi scegliere” e diventa inevitabilmente un’altra: se si deve dare un volto all’orrore cosmico, chi meglio di Cthulhu?
Nel presente, DARKVOID cammina senza sigilli esterni. La scelta di restare unsigned non nasce da diffidenza ideologica, ma da una presa di posizione lucida: fare tutto in prima persona significa portare il peso dell’intero rituale, dalle serate al merch, dalla produzione del disco alla sua diffusione. È una fatica reale, che non concede scorciatoie, ma che restituisce controllo e consapevolezza.
Per ora, il bilancio pende verso i vantaggi. Ogni gesto è diretto, ogni decisione sentita. Non c’è l’idea di un lavoro imposto, ma quella di un mondo che appassiona e gratifica, proprio perché vissuto fino in fondo. La consapevolezza, però, è chiara: andando avanti, il carico aumenterà. E quando il peso diventerà strutturale, l’ipotesi di una collaborazione con un’etichetta non è esclusa. A una condizione sola: che ne valga davvero la pena.
La forgiatura sonora di "The Great Horror" passa invece da un luogo preciso e da una figura altrettanto definita. La produzione è affidata a Rocco Minichiello del "Blackness Sound Studio", amico prima ancora che producer. Una scelta naturale e, col senno di poi, inevitabile. Serviva qualcuno che conoscesse il linguaggio del genere, che fosse moderno, coinvolto, partecipe. Qualcuno che non si limitasse a registrare, ma che entrasse nel processo creativo come alleato.
La sua esperienza come musicista fa la differenza. Ogni suggerimento, ogni intervento, ogni dettaglio contribuisce a dare all’EP una forma solida e coerente. Un supporto reale, raro, che lascia un’impronta netta sul risultato finale.
E il viaggio, naturalmente, non si ferma. Con il primo album già in cantiere, l’orizzonte si popola di nuove possibilità. Collaborazioni artistiche, forse una label, sicuramente sorprese. Ma come sempre accade nel mondo di DARKVOID, nulla verrà forzato. Ogni passo arriverà quando il terreno sarà pronto a reggerlo.
Ogni brano di DARKVOID nasce da un gesto individuale, un frammento di intuizione che poi si trasforma in esperienza collettiva. La demo iniziale è un seme, e il quintetto lo osserva insieme, decide se irrigarlo, potarlo, lasciarlo crescere secondo il suo naturale corso. È un processo fluido, dove sperimentazione e struttura convivono senza gerarchie. Il death metal classico si intreccia con modernità, thrash, black, qualche sfumatura di deathcore o metalcore, eppure tutto passa attraverso un filo invisibile: la melodia, che mantiene il rito coeso e riconoscibile.
Sul palco, il viaggio diventa tangibile. Momenti indimenticabili non sono legati a numeri o scenografie, ma alle persone che condividono lo stesso passo: un giovane chitarrista delle loro zone che partecipa a un brano dal vivo, fan che accorrono in due o cinquanta, ma sempre con la stessa passione. Ogni concerto è un piccolo rito collettivo, un frammento di comunità che conferma loro che il percorso intrapreso ha senso. La scena metal underground in Sicilia e in Italia è in fermento, e DARKVOID si colloca al centro di questo cambiamento generazionale: testimone e catalizzatore, portando avanti il proprio cammino senza scorciatoie.
Il futuro del progetto è già tracciato. Con il primo album in cantiere, l’obiettivo è chiaro: nessun limite, nessuna barriera. La band vuole che i fan percepiscano libertà totale, espansione sonora e concettuale. Ogni pezzo sarà un nuovo frammento del loro rituale, ogni scelta musicale un invito a esplorare, senza paura, il vuoto oscuro. Se questo percorso fosse un racconto, il prossimo capitolo potrebbe chiamarsi "The Avengers"  un titolo che evoca azione, coesione e un impatto epico, proprio come la musica che DARKVOID sta plasmando.
Il viaggio di DARKVOID non conosce fine: ogni nota è un passo nel vuoto oscuro, ogni concerto un rito condiviso. La strada si piega davanti a chi ascolta, invitandolo a varcare soglie invisibili e a scoprire nuovi orizzonti sonori. In questo cammino, la musica diventa guida e il vuoto stesso, compagno di viaggio.

 

ALESSIA BUCCINO

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