Ci sono luoghi che
conosciamo perché li abbiamo attraversati. Altri esistono prima ancora che possiamo raggiungerli, sedimentati nella mente attraverso mappe, immagini, racconti e coordinate che sembrano appartenere a un mondo appena oltre il nostro.
Per Giuseppe Emanuele Frisone, alcuni di questi luoghi esistono fin dall'infanzia.
È da una passione coltivata per anni verso le geografie remote e misteriose che prende forma **Atlantic Ridge**, un progetto che porta dentro di sé qualcosa di profondamente personale. Non soltanto perché nasce da un interesse che lo accompagna da bambino, ma perché gli permette di dare finalmente una forma musicale a quell'immaginazione che da sempre lo spinge verso ciò che è lontano, sconosciuto, difficile da raggiungere.
La scelta potrebbe sembrare insolita all'interno del metal estremo. Eppure, osservandola da vicino, appare quasi naturale.
La musica ha sempre avuto una relazione particolare con l'ignoto. Può creare paesaggi senza bisogno di descriverli, suggerire distanze senza misurarle, condurre l'ascoltatore verso luoghi che non compaiono necessariamente su nessuna carta geografica.
Atlantic Ridge nasce proprio lì, in quella zona sospesa tra il luogo reale e quello immaginato.
Il concetto di utopia, infatti, è centrale nel progetto. Non nell'accezione contemporanea di un luogo ideale e perfetto, ma nel suo significato originario: *ou-topos*, "nessun luogo". Un luogo che non esiste, o che esiste soltanto attraverso la nostra interpretazione.
Giuseppe parte da luoghi reali, o al limite del reale, e li attraversa con l'immaginazione. È un movimento continuo tra due mondi che non vengono mai completamente separati. La realtà rimane presente, ma viene deformata, ampliata, filtrata attraverso lo sguardo di chi la osserva.
È una terra di mezzo.
Ed è proprio in questa terra di mezzo che Atlantic Ridge trova la propria identità.
Non sorprende allora che il concetto sia arrivato prima del nome.
Giuseppe era già affascinato dalla Mid-Atlantic Ridge, la dorsale medio-atlantica: una gigantesca catena montuosa che attraversa l'Oceano Atlantico e che possiede una caratteristica quasi paradossale. È qualcosa di immenso, ma invisibile a chi osserva la superficie dell'oceano.
Esiste senza mostrarsi.
È reale, ma sembra appartenere all'immaginazione.
Una contraddizione perfetta per un progetto costruito proprio sul confine tra ciò che possiamo conoscere e ciò che possiamo soltanto immaginare.
Il nome non è quindi un omaggio alla band brasiliana Dorsal Atlântica, nonostante la somiglianza. È una scelta esclusivamente geografica, nata dall'immagine della dorsale oceanica e da ciò che quella geografia rappresenta per il progetto.
Ma una visione personale, per diventare musica, ha bisogno anche di altre persone.
Ed è qui che entra Jacopo.
Giuseppe lo conosce da molti anni e aveva già avuto modo di collaborare con lui in precedenti progetti. Non si tratta quindi di un incontro casuale, ma della naturale evoluzione di una collaborazione costruita nel tempo e fondata soprattutto sulla fiducia.
Quando si lavora su una visione così personale, scegliere con chi condividerla diventa una parte importante del processo creativo. Giuseppe tende a collaborare con persone di cui conosce il modo di pensare musicalmente, persone con cui sente di poter condividere idee e direzioni artistiche.
Jacopo possiede inoltre un bagaglio che va oltre quello del semplice musicista. Si occupa anche di mix, mastering e produzione e molti dei lavori di Giuseppe sono passati dai **Le Trombe degli Angeli Studios**, gestiti da Jacopo insieme a Stefano Allegretti, altro membro dei Bedsore.
All'interno di Atlantic Ridge, però, il suo contributo assume una forma ancora più precisa.
La visione iniziale appartiene a Giuseppe, che ha curato la scrittura del materiale, ma l'esperienza e il gusto di Jacopo hanno contribuito a completarla e a renderla più solida, soprattutto dal punto di vista musicale.
E proprio le loro differenze diventano una delle caratteristiche più interessanti del disco.
Giuseppe è autodidatta e si definisce molto più vicino al mondo blackster. Jacopo proviene invece da una formazione differente ed è maggiormente orientato verso il progressive. Anche le esperienze precedenti dei due musicisti appartengono a mondi diversi.
Ma quelle differenze non vengono cancellate.
Si incontrano.
Entrano negli arrangiamenti, nella costruzione degli assoli, negli elementi ambient e soprattutto nello sviluppo delle tastiere, dove emerge maggiormente il lato progressivo della proposta. Il disco, però, non diventa per questo un album progressive. La scrittura rimane legata a strutture semplici e circolari, una caratteristica che appartiene alla composizione di Giuseppe.
È una fusione più che una trasformazione.
Un modo per prendere elementi conosciuti e portarli altrove.
Ed è anche ciò che rende Atlantic Ridge differente da ciò che Giuseppe aveva realizzato in precedenza. Pur mantenendo alcune coordinate riconoscibili, il progetto diventa una delle cose più atmosferiche, leggere e sognanti che abbia fatto.
Con una piccola contraddizione interna: in mezzo a questa dimensione sospesa, non mancano momenti che arrivano quasi a sfiorare il funeral doom.
Forse è proprio questa apparente contraddizione a raccontare meglio il disco.
Perché il sogno non è necessariamente luminoso.
Può essere lento, oscuro, immenso. Può avere la consistenza di un paesaggio che osservi da lontano senza riuscire a raggiungerlo.
E per costruire un paesaggio simile serve anche la capacità di affidarsi agli altri.
Giuseppe non suona gli strumenti in senso tradizionale, anche se ammette con una certa ironia di suonare il basso, semplicemente, "male". Ma conosce abbastanza lo strumento da poterlo utilizzare nella composizione e non ha mai vissuto come un problema il fatto di dover affidare ad altri musicisti la realizzazione concreta delle proprie idee.
Per lui il punto fondamentale rimane uno: la fiducia reciproca.
Se quella esiste, il processo diventa naturale.
E forse è proprio questa fiducia che permette ad Atlantic Ridge di non sembrare la somma di due percorsi differenti, ma qualcosa che nasce dall'incontro tra quei percorsi.
Anche l'estetica ha avuto un peso importante.
Giuseppe è estremamente attento a ciò che ogni suo progetto deve comunicare e all'identità estetica che deve assumere. Atlantic Ridge non fa eccezione. Fin dall'inizio, insieme a Jacopo, c'era una convinzione precisa: il disco doveva quasi "suonare antico".
Non c'è stata la volontà di imporre una lunga serie di limitazioni stilistiche. Piuttosto, il desiderio di evitare deliberatamente una produzione eccessivamente moderna e lasciare che il suono conservasse qualcosa di remoto, quasi fuori dal presente.
Una scelta particolarmente coerente per un album che parla proprio di luoghi lontani e di immaginazione.
Il problema è che, prima di arrivare al pubblico, Atlantic Ridge ha dovuto attraversare un altro tipo di distanza: quella del tempo.
Il disco avrebbe dovuto essere completato molto prima. Giuseppe avrebbe voluto finirlo già durante il periodo del COVID, ma problemi di registrazione e una serie di altri impegni hanno progressivamente rimandato la conclusione.
Non è stata una strategia.
Non è stata una scelta per creare attesa.
Sono semplicemente successe delle cose fuori dal suo controllo.
Eppure, quella lunga gestazione finisce per inserirsi perfettamente nella filosofia con cui Giuseppe guarda alla musica.
Perché il mondo contemporaneo corre velocissimo. La musica sembra quasi chiedere una presenza continua: pubblicare, tornare a pubblicare, mantenere costantemente viva l'attenzione, evitare di scomparire.
Giuseppe non sembra particolarmente interessato a questo meccanismo.
Si definisce, in questo senso, piuttosto old school.
L'integrità artistica viene prima della necessità di essere costantemente visibili. L'idea di pubblicare singoli digitali a intervalli regolari soltanto per ricordare al pubblico che una band esiste gli appare più vicina a una logica capitalistica e commerciale che a quella che dovrebbe guidare l'arte.
E qui parla anche da ascoltatore.
Preferisce aspettare anni per un album ben fatto piuttosto che ricevere un nuovo brano ogni pochi mesi soltanto per mantenere vivo il nome di una band. In alcuni casi, dice apertamente, una pubblicazione troppo frequente può persino diventare fastidiosa.
Atlantic Ridge ha quindi aspettato.
E quando finalmente arriva, il suo *self-titled* assume il significato di una chiusura.
Non esiste un singolo luogo geografico capace di rappresentare l'intero album. Ci sono luoghi lontani, separati, apparentemente scollegati. Ciò che li unisce è il filo invisibile che attraversa tutto il progetto: quella continua oscillazione tra realtà e immaginazione.
Chiamare il disco semplicemente **Atlantic Ridge** significa allora racchiudere tutto sotto un'unica identità.
Chiudere il cerchio.
Ma pubblicare un disco dopo una gestazione così lunga non significa soltanto arrivare.
Significa anche ripartire.
Da una parte c'è la sensazione di poter finalmente mettere un punto a tutto quello che è venuto prima. Dall'altra arriva inevitabilmente la domanda che accompagna ogni conclusione: *e adesso?*
Per Giuseppe, la vera difficoltà non è soltanto realizzare un secondo album. È riuscire a mantenere viva la propria visione, continuare a incanalare le idee e dare una forma coerente a ciò che verrà dopo.
Si dice spesso che il secondo album sia il più difficile.
Giuseppe, però, ha una teoria diversa.
Il terzo è peggio.
E forse c'è una certa ironia nel fatto che dietro un progetto nato da una passione geografica così seria ci sia anche la capacità di guardare al proprio percorso con leggerezza.
Il futuro, intanto, esiste già.
Un secondo album è stato scritto tra il 2020 e il 2021. Bisognerà riascoltarlo, capire se quelle composizioni funzionano ancora oggi e, eventualmente, utilizzarle come base per il prossimo capitolo.
Un concept preciso esiste già.
Ma rimane, per ora, fuori dalle mappe.
Perché alcune destinazioni è meglio non rivelarle prima della partenza.
Anche Giuseppe, nel frattempo, è cambiato.
Quando quel materiale è stato scritto, aveva riferimenti musicali che oggi ascolta molto meno. In particolare, alcune influenze legate al black metal atmosferico appartengono maggiormente a quella fase della sua vita che a quella attuale.
Ma non c'è nessun tentativo di correggere il passato.
Ogni disco nasce in un momento preciso perché in quel momento esiste una determinata esigenza. Se quella necessità cambia, cambia anche la persona che l'ha espressa.
È per questo che Giuseppe non ama particolarmente l'idea di intervenire a posteriori sulle proprie opere attraverso remaster o nuove registrazioni. Un disco nasce in determinate condizioni e quelle condizioni fanno parte della sua identità.
Cambiarlo significa, in qualche modo, intervenire su qualcosa che apparteneva a un altro momento.
Atlantic Ridge appartiene al momento in cui è nato.
E forse è proprio per questo che può continuare a esistere anche mentre chi l'ha creato va avanti.
A trentasei anni, dopo aver fatto musica dall'età di vent'anni, Giuseppe sente di essere arrivato a un punto in cui l'unica persona che deve davvero convincere è lui stesso.
Non significa essere indifferenti a chi ascolta.
Al contrario, sarebbe bello che il pubblico riuscisse a cogliere anche ciò che si trova dietro la musica: la passione per la geografia, il concetto di utopia, il rapporto tra luoghi reali e immaginazione.
Ma non è necessario che ogni cosa venga compresa.
Se qualcuno ascolta Atlantic Ridge e dice semplicemente *"mi è piaciuto molto"*, per Giuseppe può essere già abbastanza.
Perché forse la musica non ha sempre bisogno di essere spiegata fino in fondo.
Può bastare che arrivi.
Come un luogo che non conosci, ma verso il quale senti comunque il bisogno di partire.
Ed è difficile non vedere, a questo punto, quanto Atlantic Ridge sia legato alla persona che lo ha creato.
Giuseppe ha sempre cercato, attraverso i propri progetti, di portare nella musica una visione personale senza replicare quella di qualcun altro. Ogni progetto nasce da una necessità diversa, da un tema diverso, da una diversa forma di espressione.
Atlantic Ridge è probabilmente il più autobiografico proprio perché parte da qualcosa che esiste da molto prima della musica.
Una passione infantile.
Il desiderio di immaginare viaggi attraverso luoghi remoti.
La curiosità verso ciò che non conosciamo.
Il bisogno di trasformare tutto questo in qualcosa che possa essere ascoltato.
E adesso, con il primo album finalmente fuori dal suo lungo periodo di gestazione, la direzione sembra essere ancora quella.
Fare le cose diversamente.
Dire, senza troppe sovrastrutture: **questo siamo noi.**
Non cercare necessariamente di adattarsi a ciò che il presente richiede, ma continuare a raccontare qualcosa di personale, qualcosa che rappresenti davvero chi sta dall'altra parte degli strumenti.
Passione e idee.
Questa è la frase con cui Giuseppe riassume ciò che sta emergendo dal progetto.
Ed è forse anche la sua dichiarazione più semplice.
Perché alla fine Atlantic Ridge non parla soltanto di geografia.
Parla del bisogno di cercare.
Di guardare oltre ciò che è immediatamente visibile.
Di prendere qualcosa di reale e lasciarlo attraversare dall'immaginazione fino a trasformarlo in un luogo nuovo.
Proprio come quella dorsale oceanica che dà il nome al progetto: enorme, concreta, antichissima, eppure nascosta sotto chilometri d'acqua.
Non la vediamo.
Ma esiste.
Come esistono le idee prima di diventare musica.
Come esistono i luoghi nella nostra mente prima ancora di raggiungerli.
E forse Atlantic Ridge nasce esattamente lì, in quel punto in cui una passione dell'infanzia incontra una visione adulta e trova finalmente una voce.
Una voce che non vuole soltanto indicare una destinazione.
Vuole costruire una mappa.
E lasciare all'ascoltatore la libertà di perdersi.
Alessia Buccino