Ci sono dischi che
sembrano chiedere di essere ascoltati e altri che, più silenziosamente, sembrano chiedere di essere attraversati. *Where Silence Used To Sleep*, primo lavoro degli In Vespro, appartiene alla seconda categoria. Non perché cerchi di costruire un mondo artificiale nel quale rifugiarsi, ma perché sembra piuttosto condurre l’ascoltatore dentro uno spazio già esistito, un luogo in cui qualcosa è accaduto e di cui rimangono soltanto tracce. Non c’è una spiegazione ad attenderci alla fine, né una forma di consolazione. Rimane ciò che resta quando qualcosa non c’è più: una memoria, una sensazione, un’assenza capace di occupare ancora uno spazio.
A dare forma a questo universo sono Luca Gagnoni alla voce e alle chitarre, Emanuela Marino alle chitarre, Daniele Mielert al basso e Diego Tasciotti alla batteria. Una formazione nella quale le diverse esperienze musicali dei suoi componenti confluiscono in una dimensione nuova, costruita intorno alla necessità di lasciare spazio a qualcosa che non fosse semplicemente la prosecuzione dei percorsi precedenti. Anche l’identità visiva degli In Vespro trova una firma importante nel lavoro di Christophe Szpajdel, autore del logo della band, che contribuisce a dare un volto a quella stessa atmosfera sospesa che attraversa la musica.
Gli In Vespro prendono forma a Roma nel 2025 quasi naturalmente, almeno nella percezione di Luca Gagnoni, ma dietro quella apparente semplicità esiste una necessità precisa: fare qualcosa di profondamente diverso da tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento. La formazione riunisce musicisti provenienti da realtà come Svart Vinter, Veil of Conspiracy e Handful of Hate, esperienze che inevitabilmente hanno lasciato una traccia nel modo di intendere la musica, ma che gli In Vespro non volevano trasformare in un'eredità da replicare. «Siamo le persone e i musicisti che siamo anche grazie a quello che abbiamo fatto prima», racconta Luca, ma questa volta l’obiettivo era liberarsi dalle aspettative legate alle identità già costruite. Partire quasi da zero, senza dimenticare il passato ma senza sentirsi obbligati a ripeterlo. È proprio in quella libertà che sembra nascere l’identità della band.
Anche il nome racchiude questa idea di transizione. Il vespro è quel momento in cui il giorno non è più completamente giorno e la notte non è ancora arrivata. Una zona intermedia, indefinita, nella quale le cose iniziano a cambiare aspetto senza essere ancora diventate qualcos’altro. È una condizione che descrive perfettamente la dimensione emotiva degli In Vespro: stare tra presenza e assenza, tra memoria e oblio, tra ciò che è accaduto e ciò che continua a rimanere. C’è poi qualcosa di ancora più personale nella scelta di Luca, legato a quel momento della giornata in cui la luce cambia e ciò che abbiamo davanti sembra improvvisamente diverso da pochi minuti prima. Non è più esattamente la stessa realtà, pur essendo rimasta nello stesso posto.
È da questa soglia che prende forma la musica di *Where Silence Used To Sleep*, profondamente radicata nella tradizione doom/death dei primi anni Novanta e in particolare nell’universo dei primi Katatonia, degli Anathema, dei My Dying Bride e di quella stagione nella quale la pesantezza conviveva con una vulnerabilità quasi disarmante. Ciò che affascina Luca non è soltanto il suono di quegli anni, ma la sincerità con cui quella musica riusciva a parlare di fragilità senza doverla nascondere dietro la tecnica o l’aggressività. E poi c’era il vuoto. Lo spazio lasciato tra un elemento e l’altro, il coraggio di non riempire ogni cosa. Una caratteristica che continua a rendere quei dischi così potenti perché, in fondo, perdita, solitudine, nostalgia, morte e memoria non appartengono a una determinata epoca. Sono esperienze umane.
Gli In Vespro, però, non cercano di ricostruire il 1993. Il passato è un punto di partenza, non un modello da copiare. La lentezza, la ripetizione, la malinconia e il silenzio diventano strumenti attraverso i quali raccontare qualcosa che appartiene al presente. La band vive nel 2026, con esperienze diverse e una percezione diversa delle stesse emozioni. Per questo *Where Silence Used To Sleep* non si presenta come un esercizio nostalgico, ma come una rilettura personale di quella sensibilità.
Il disco non racconta una storia nel senso tradizionale del termine. Non esiste necessariamente una trama da seguire né un significato univoco da decifrare. Esiste piuttosto uno stato emotivo nel quale l’ascoltatore può entrare e dal quale può uscire portandosi dietro qualcosa di diverso. Per Luca, la musica non deve necessariamente spiegare. Può semplicemente far provare qualcosa, e forse è proprio questa una delle funzioni più importanti dell’arte. Le immagini vengono lasciate a chi ascolta, così come la possibilità di costruire una propria interpretazione. Se qualcuno trova nel disco qualcosa che gli autori non avevano previsto, non significa che lo abbia compreso nel modo sbagliato. Significa che quell’opera ha iniziato a vivere anche al di fuori di chi l’ha creata.
Il dolore, allora, non viene raccontato attraverso l’esplosione, ma attraverso la sedimentazione. Non è necessariamente qualcosa che irrompe, distrugge tutto e poi scompare. Molto più spesso rimane. Passano i giorni, passano gli anni, apparentemente si continua ad andare avanti, eppure qualcosa continua a depositarsi dentro di noi fino a diventare parte del nostro paesaggio interiore. È un dolore quasi sedimentario, accumulato lentamente, fino a diventare indistinguibile da ciò che siamo.
Da qui nasce anche uno degli aspetti più radicali del disco: l’assenza di una vera catarsi. La musica non sembra voler accompagnare l’ascoltatore verso una liberazione finale, perché nella vita non tutte le cose trovano una risoluzione. La musica, spesso, ci ha abituati a una dinamica precisa: tensione, climax, liberazione. Gli In Vespro scelgono invece di lasciare alcune cose sospese. Non c’è necessariamente una luce alla fine e, soprattutto, non c’è il bisogno di inventarne una soltanto perché una conclusione rassicurante sarebbe più facile da accettare.
Anche il tempo perde progressivamente la propria forma. I riff ciclici, le strutture estese e i tempi lenti non sono soltanto caratteristiche compositive, ma strumenti per alterare la percezione della durata. All’inizio si può ancora essere consapevoli delle ripetizioni, quasi contarle. Poi, se la musica riesce nel proprio intento, quel conteggio scompare. Non si sa più dove ci si trovi all’interno del brano, e per qualche istante viene meno anche il tempo quotidiano. È una piccola forma di estraniamento, un passaggio verso una dimensione nella quale la durata smette di essere una misura precisa.
Dentro questo spazio si muovono le parole di Emanuela Marino, nate quasi sempre da immagini prima ancora che da concetti. Cenere, acqua, luce che si allontana, qualcosa che scompare. Non c’è un tema deciso razionalmente in anticipo: prima arriva un’immagine, una scena, una sensazione, e soltanto dopo emerge ciò che si trova dietro di essa. E tra tutte le immagini, una torna con particolare forza: la memoria. L’idea che qualcosa possa continuare a esistere proprio attraverso la propria assenza. Una persona che non c’è più, un luogo che è cambiato, una situazione che si è conclusa, eppure ciò che hanno lasciato continua a occupare uno spazio.
È forse qui che *Where Silence Used To Sleep* trova il proprio centro più profondo.
La divisione creativa tra Luca ed Emanuela segue un processo nel quale la musica generalmente arriva prima. Luca lavora sulle composizioni fino a quando un brano non comincia ad assumere una propria forma, poi Emanuela entra al suo interno attraverso le parole. Ma non esiste una separazione rigida tra le due dimensioni. La musica suggerisce immagini e atmosfere, mentre il testo, una volta nato, modifica inevitabilmente anche il modo in cui il brano viene percepito. È un processo istintivo, nel quale nemmeno gli autori conoscono sempre in anticipo la destinazione finale.
E forse è proprio questa componente istintiva a permettere alle due parti di diventare una cosa sola. Le voci di *Where Silence Used To Sleep* sono esclusivamente growl e scream, senza aperture melodiche. Una scelta che non cerca una vulnerabilità immediatamente riconoscibile, ma qualcosa di più distante dall’umano. Una voce che non sembra appartenere necessariamente a una persona intenta a raccontare ciò che ha vissuto, ma a una presenza che attraversa la musica. Il growl diventa così comprensibile e incomprensibile allo stesso tempo, mentre la voce smette progressivamente di occupare un posto separato dagli strumenti.
È importante, per gli In Vespro, che dopo un po’ di ascolto sia persino difficile distinguere perfettamente la voce dalla musica. I testi rimangono fondamentali, ma non devono necessariamente essere ascoltati come una poesia recitata. Possono diventare materia sonora, parte dello stesso tessuto nel quale gli strumenti e la voce finiscono per confondersi.
Anche mantenere questa sospensione richiede una forma di precisione quasi chirurgica. In una musica che sceglie deliberatamente di non esplodere, ogni elemento aggiunto può modificare l’equilibrio. Togliere troppo significa rischiare di lasciare il vuoto assoluto; aggiungere troppo significa perdere quella sensazione di sospensione che costituisce il cuore dell’opera. È un lavoro di sottrazione, e proprio imparare cosa non aggiungere è stato uno degli aspetti più importanti della scrittura del disco.
Tra i riferimenti dichiarati c’è *Brave Murder Day* dei Katatonia, non tanto come modello sonoro da riprodurre quanto per la capacità di creare qualcosa di enorme attraverso pochissimi elementi. Riff apparentemente semplici che, attraverso la ripetizione e il tempo, acquistano un peso emotivo sempre maggiore. È questa possibilità che gli In Vespro recuperano: la ripetizione non come limite, ma come trasformazione. Lo stesso elemento può assumere un significato completamente diverso semplicemente restando lì abbastanza a lungo.
E poi c’è Roma.
Una città che sembra lontana dall’immaginario nordico al quale il doom/death viene tradizionalmente associato, ma che possiede una propria forma di stratificazione. Roma è rumore, caos, luce, persone, movimento. Eppure sotto tutto questo esiste una quantità quasi impossibile di passato. Si può camminare per una strada e trovarsi davanti qualcosa che esiste da duemila anni, per poi incontrare pochi metri più avanti qualcosa di completamente contemporaneo. Il passato non è mai davvero scomparso. È ancora lì, sotto i piedi. Ed è difficile non riconoscere in questa stratificazione lo stesso principio che attraversa il disco: ciò che è stato non necessariamente scompare. Può continuare a modificare il luogo in cui è esistito.
Se *Where Silence Used To Sleep* fosse davvero un luogo fisico, sarebbe probabilmente un posto abbandonato, attraversato da una luce ancora presente ma ormai insufficiente a rendere ogni cosa perfettamente visibile. Ci sarebbe polvere. Ci sarebbero tracce di qualcuno o qualcosa che non c’è più. Non sarebbe possibile capire esattamente chi fosse, cosa sia successo o perché quel luogo sia stato abbandonato. Resterebbero soltanto i resti.
È una descrizione che sembra quasi sovrapporsi alla musica stessa.
Il titolo del disco porta questa idea ancora più lontano. *Where Silence Used To Sleep*: un luogo nel quale il silenzio una volta dormiva. Quel luogo esiste ancora, ma il silenzio non c’è più. Non è necessario decidere se quel silenzio rappresenti qualcosa che è stato perduto oppure qualcosa che credevamo di possedere e che forse non è mai esistito davvero. L’ambiguità è parte integrante del significato. Come la memoria, ciò che è scomparso continua a modificare il luogo nel quale è esistito.
Come quando si torna in una casa dopo molti anni e tutto sembra essere ancora al proprio posto, eppure si avverte immediatamente che manca qualcosa.
È anche per questo che gli In Vespro rifiutano l’idea che ogni dolore debba necessariamente trasformarsi in crescita, guarigione o riscatto. Esiste una pressione quasi costante a trovare un significato positivo alle esperienze negative, a raccontare la sofferenza come qualcosa che alla fine ci rende più forti. Ma non sempre è così. A volte si soffre e basta. Non tutto deve essere aggiustato, trasformato o risolto. Alcune emozioni possono rimanere irrisolte, e non per questo hanno meno valore.
*Where Silence Used To Sleep* sembra nascere proprio da questa consapevolezza: dalla possibilità di lasciare che qualcosa rimanga incompleto senza considerarlo un fallimento.
Alla fine, forse, ciò che resta non è nemmeno la musica nella sua forma più concreta. È una sensazione. Quella di essere entrati per qualche minuto in un luogo che non esiste più e di averne percepito comunque la presenza. Non una risposta, ma la traccia di qualcosa che una volta era lì.
E allora il titolo assume un significato ancora più profondo. Perché il silenzio non è semplicemente qualcosa che manca. È qualcosa che ha avuto un luogo, una presenza, una storia. E anche dopo essere scomparso continua a lasciare una forma attorno a sé.
Forse è proprio questa la cosa più importante che gli In Vespro chiedono all’ascoltatore di portare con sé: non una spiegazione, non una soluzione, ma la percezione di ciò che rimane quando qualcosa non c’è più.
Perché alla fine, quando davvero ascoltiamo, può essere proprio l’assenza a fare più rumore.
Alessia Buccino