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GLI ATROCI - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono band che

nascono da un progetto preciso, da una visione già definita, da un'ambizione che fin dall'inizio sembra indicare una direzione. E poi ci sono Gli Atroci. Una band che, prima ancora di avere un nome, aveva probabilmente già capito una cosa fondamentale: il Metal poteva essere preso terribilmente sul serio e, proprio per questo, poteva anche essere amato abbastanza da poterci ridere sopra.
Prima ancora della Quinta Dimensione, prima dei costumi, dei personaggi, delle coreografie e di quell'universo parallelo nel quale il Metallo assume forme tanto solenni quanto irresistibilmente assurde, c'erano Claudio e Alberto. Due ragazzi uniti dalla passione per il Metal e da tre folgorazioni che, stratificandosi nel tempo, avrebbero finito per diventare la formula genetica degli Atroci.
La prima aveva il volto truccato dei Kiss. Guardando quella band, si apriva davanti a loro una possibilità che sembrava quasi appartenere a un altro pianeta: come poteva esistere un gruppo capace di costruire un impatto scenico ed estetico simile mentre, da questa parte del mondo, l'orizzonte sembrava fermarsi inevitabilmente al Festival di Sanremo?
La seconda folgorazione arrivava invece dagli Skiantos. E qui la scoperta era ancora più destabilizzante: si potevano pubblicare dischi senza senso, mettendo in campo competenze quantomeno discutibili, purché sostenute da una motivazione abbastanza grande da trasformare l'improbabile in qualcosa di reale.
Poi arrivarono i Venom e, insieme a loro, tutto ciò che da quella scintilla aveva preso forma nel Metal estremo. C'erano testi che, tradotti più o meno letteralmente, potevano risultare esilaranti a un ascoltatore italiano capace di andare oltre l'apparenza. E proprio quella distanza culturale diventò la chiave. Perché ciò che in una lingua poteva apparire oscuro, minaccioso e serissimo, in un'altra poteva assumere sfumature completamente differenti. Era lì che Claudio e Alberto capirono che riprodurre seriamente quel tipo di immaginario in italiano non avrebbe avuto lo stesso effetto.
La conclusione, allora, era quasi inevitabile: Gli Atroci sarebbero stati la sintesi di quelle tre folgorazioni. Lo spettacolo dei Kiss, la libertà dissacrante degli Skiantos e l'estremismo estetico dei Venom, filtrati attraverso una sensibilità profondamente italiana.
Ma tra quelle prime intuizioni e la nascita ufficiale degli Atroci nel 1995 passarono diversi anni. E fu soltanto quando arrivarono i primi concerti che qualcosa cambiò davvero. Il pubblico tornava. Le persone si divertivano. I demo e il merchandise cominciavano a essere venduti, le riviste cartacee dell'epoca pubblicavano recensioni positive e arrivavano persino le lettere dei fan, incuriositi da quella creatura che sembrava non assomigliare a nient'altro.
L'idea iniziale era stata semplice: qualche data, un breve orizzonte temporale e, se non avesse funzionato, tutti a casa.

Non andarono a casa.

Da quel momento Gli Atroci non hanno più smesso.
Quasi trent'anni di storia significano inevitabilmente trasformazioni, musicisti che arrivano, altri che se ne vanno, formazioni differenti e persone che entrano ed escono dall'organismo della band. Ma loro preferiscono proprio questa parola: organismo. Gli Atroci, dicono, vivono di vita propria. I singoli elementi contribuiscono alla loro evoluzione, la influenzano, la modificano, ma nessuno la guida da solo. È una concezione quasi biologica della band, qualcosa che cresce e muta senza perdere necessariamente la propria identità.
E dentro questo organismo ogni musicista finisce per diventare qualcosa di più di un semplice musicista. Il Profeta, La Bestia Assatanata, Il Nano Merlino, Il Boia Malefico e gli altri personaggi che popolano la Quinta Dimensione non sono semplicemente nomi di scena scelti per completare un costume. Nascono dal tentativo di trovare per ogni componente un nome e un'immagine che siano contemporaneamente rappresentativi e capaci di entrare in rottura con la personalità reale del musicista.
Poi accade qualcosa di ancora più interessante: il personaggio comincia a plasmare la persona.
È uno dei paradossi più affascinanti degli Atroci. L'identità scenica nasce dall'essere umano, ma con il tempo finisce per restituire qualcosa all'essere umano stesso. La maschera non serve soltanto a nascondere. In qualche modo, costruisce.
Eppure sarebbe facile fermarsi alla superficie. Ai costumi, al trucco, alle coreografie, ai nomi improbabili, alle battute, all'ironia e a uno spettacolo nel quale il Metal viene continuamente deformato, portato all'eccesso e restituito al pubblico sotto una forma completamente diversa.
Ma se togliessimo tutto questo?
Se rimanessero soltanto le canzoni?
Rimarrebbe esattamente l'idea da cui tutto è partito: la possibilità di dissacrare con rispetto e con uno stile italiano qualcosa che, in altre culture, possiede un connotato molto più serioso.
Ed è proprio qui che bisogna stare attenti a una distinzione fondamentale. Gli Atroci non nascono dal desiderio di prendere in giro il Metal. La loro passione per il genere è reale e dura da sempre. L'ironia non è una dichiarazione di distanza, ma nasce dall'interno di una conoscenza profonda di ciò che stanno raccontando.
Per deformare un cliché bisogna conoscerlo.
Per poterlo spingere fino al limite, bisogna sapere esattamente da dove proviene.
Il Metal, secondo Gli Atroci, possiede il pregio di avere fondamenta estetiche e stilistiche solide e richiede persino una certa "chiusura mentale", caratteristica che loro non considerano necessariamente negativa. Ma proprio per questo, non prendersi troppo sul serio rispetto a quelle stesse caratteristiche diventa una forma d'amore.
La loro è quindi una dissacrazione che non nasce dal disprezzo, ma dalla familiarità. È il gesto di chi conosce talmente bene un mondo da potersi permettere di attraversarne i confini senza sentirsi obbligato a distruggerlo.
Anche i testi seguono questa logica e non esiste una formula prestabilita per crearli. A volte tutto parte da un'idea di fondo, altre da uno slogan, altre ancora da un riff di chitarra. Nessun metodo è diventato una regola e tutti, invece, sono stati sperimentati.
Il risultato è quell'universo popolato da personaggi improbabili, situazioni assurde, riferimenti alla cultura popolare e cliché del mondo metal spinti fino al punto in cui smettono di essere semplicemente cliché e diventano materia narrativa.
Nel 1999 arrivò il primo album omonimo, Gli Atroci, e con esso anche un incontro destinato a lasciare un segno particolare nella loro storia: quello con Roberto "Freak" Antoni.
Per loro non fu semplicemente la collaborazione con un artista dalla forte personalità. Freak Antoni rappresentava qualcosa che andava direttamente al cuore dell'idea stessa degli Atroci. La sua presenza diede un senso alla lunga gestazione del progetto che Claudio e Alberto avevano immaginato anni prima. Utilizzando una metafora che sembra perfettamente appartenere alla loro storia, raccontano quell'esperienza come una gravidanza artistica: con Freak Antoni completarono quella "gravidanza" e furono finalmente "partoriti" nel mondo reale.
Un'immagine ironica, naturalmente, ma anche sorprendentemente precisa.
Perché Gli Atroci, prima ancora di diventare una band, sono stati un'idea che ha avuto bisogno di tempo per assumere una forma concreta.
Negli anni il loro bersaglio non è rimasto immobile. All'inizio era quasi naturale rivolgersi ai grandi stereotipi del Metal, quelli immediatamente riconoscibili da qualsiasi metallaro. Con il passare del tempo hanno iniziato a spingersi più lontano, ad ampliare il campo, a cercare nuovi punti da deformare. Ma il Metallo è rimasto, e continua a essere, il loro argomento preferito.
Il mondo attorno a loro, invece, cambiava.
Nel 2011 arrivò una delle pagine più dolorose della storia della band. Oscar Bandiera, l'Orrendo Maniscalco, morì dopo essere stato una presenza fondamentale negli Atroci fin dagli esordi.
Di fronte a una perdita del genere, ogni definizione musicale diventa secondaria.
Prima di essere un musicista, Oscar era un amico.
Ed è così che lo ricordano ancora oggi. Non come una semplice figura appartenente al passato della band, ma come una persona che continua a esistere nella storia che portano sul palco. Se Gli Atroci sono arrivati dove sono arrivati, dicono, lo devono anche a lui.
È una frase semplice, ma forse proprio per questo pesa più di qualsiasi celebrazione.
Dopo Metallo o Morte arrivò un periodo molto più lungo prima di un nuovo album. Dieci anni separano quel disco da Metal Pussy, pubblicato nel 2019. Nel frattempo la band attraversò ciò che attraversano le persone quando la musica deve convivere con la vita reale: cambi di formazione, problemi familiari e tutte quelle circostanze personali che, inevitabilmente, finiscono per modificare anche il ritmo di una band.
Quando Metal Pussy arrivò, non aveva il compito di dimostrare che Gli Atroci erano ancora quelli di dieci anni prima. Doveva rappresentare ciò che erano diventati in quel momento.
E fu esattamente ciò che fece.
Non c'era una strategia costruita per garantire un ritorno, né la necessità di inseguire un pubblico a tutti i costi. La filosofia rimaneva quella che li aveva accompagnati fin dall'inizio: non sono nella musica per arricchirsi. Si sono semplicemente detti di fare quello che avevano voglia di fare e vedere poi cosa sarebbe successo.
Il pubblico, alla fine, non li aveva abbandonati.
Non ci furono particolari cali di gradimento.
La macchina ripartì.
Nel corso della loro storia sono arrivati anche numerosi incontri con artisti provenienti da mondi differenti, ma accomunati da una personalità forte e da una certa predisposizione a non prendere la musica secondo un'unica regola. Freak Antoni e Pino Scotto sono soltanto due dei nomi più immediatamente riconoscibili. Gli Atroci ricordano anche Michele Luppi, Flavio Falloppio, Nanowar of Steel, Roberto Tiranti, Alvaro Vitali e Maurizio Merluzzo.
Con tutti, raccontano, sono rimasti in ottimi rapporti.
E soprattutto, con tutti è esistita una grande complicità artistica. Perché, secondo loro, in fondo il Metallo continua a scorrere potente nelle vene di tutti.
Nel 2022 Gli Atroci decisero poi di guardare al proprio passato da una prospettiva diversa con I Grandi Insuccessi, Vol. 666. Non una semplice raccolta, ma un esperimento nel quale il repertorio veniva riletto attraverso arrangiamenti differenti.
Per una band con una storia così lunga, tornare sui propri brani significa anche sottoporli a una specie di prova. Se una canzone riesce a sopravvivere a un arrangiamento diverso, se la sua struttura continua a funzionare anche quando cambia l'abito, allora forse significa che qualcosa, al suo interno, è davvero solido.
Gli Atroci hanno usato proprio questo esperimento come una sorta di cartina tornasole.
E si sono divertiti un sacco a farlo.
In fondo, anche questo è un tratto fondamentale della loro storia: la capacità di trasformare perfino l'analisi del proprio repertorio in un'occasione di gioco.
Nel frattempo il mondo della musica era diventato quasi irriconoscibile rispetto a quello nel quale avevano iniziato. Il passaggio dal CD alle piattaforme digitali, dai forum ai social, dalla dimensione fisica a quella virtuale, ha modificato radicalmente il rapporto tra band e pubblico.
Secondo Gli Atroci, il digitale ha avuto un doppio effetto.
Da una parte ha permesso a un numero enorme di band di affacciarsi a un livello di notorietà che con i vecchi sistemi sarebbe stato praticamente irraggiungibile. Dall'altra, quello stesso universo sconfinato ha contribuito a rendere economicamente molto più difficile sostenere l'attività di una band.
Oggi puoi trovarti nella stessa vetrina dei Metallica, ma quella vetrina è immersa in un oceano talmente enorme di proposte che emergere diventa estremamente difficile e i margini economici si assottigliano.
È uno dei grandi paradossi dell'epoca digitale: la porta è diventata molto più grande, ma dall'altra parte ci sono talmente tante persone che cercano di attraversarla che farsi vedere è diventato un problema completamente diverso.
E forse è proprio dal vivo che Gli Atroci ritrovano la dimensione più autentica del loro essere band.
Perché sul palco non eseguono semplicemente delle canzoni.
Costruiscono uno spettacolo.
E il pubblico non rimane confinato dall'altra parte della scena, come un osservatore passivo. Diventa parte di quella macchina che prende forma durante la serata.
La loro energia arriva dal pubblico. Il momento in cui capiscono che la macchina Atroci è realmente partita è quello in cui dal palco vedono le persone cantare, divertirsi, lasciarsi coinvolgere. È lì che lo spettacolo cambia marcia.
È lì che capiscono di essere riusciti a fare quello che volevano davvero: coinvolgere il pubblico e scatenare la voglia di divertirsi.
Dopo così tanti anni sarebbe legittimo chiedersi se esista ancora il bisogno di inventare nuovi personaggi, nuove provocazioni, nuovi modi per raccontare il Metal. Ma Gli Atroci non sembrano seguire una tabella di marcia.
Non hanno esigenze particolari.
Vanno dove li portano le idee del momento.
Una cosa, però, non è ancora cambiata: non è arrivato il momento di smettere di raccontare il Metallo.
Ed è forse questa la continuità più importante di tutta la loro storia.
Non la formazione.
Non i costumi.
Non i personaggi.
Non gli album.

L'idea.

Quella stessa idea che aveva iniziato a prendere forma quando Claudio e Alberto erano ancora due ragazzi che guardavano i Kiss e si chiedevano come fosse possibile che una band potesse trasformare la musica in uno spettacolo così enorme. Quella che aveva trovato negli Skiantos la dimostrazione che anche l'assurdo poteva diventare arte. Quella che aveva incontrato nei Venom un immaginario talmente estremo da poter diventare, attraverso la distanza culturale, qualcosa di completamente diverso.
Quella stessa idea che nel 1995 sembrava una follia da provare per qualche concerto.
Se non funziona, tutti a casa.
Sono passati quasi trent'anni e quella casa non l'hanno mai raggiunta.
Forse perché, guardando indietro, non sentono il bisogno di correggere la strada.
Se potessero tornare a quella notte del 1995 e incontrare i ragazzi che stavano appena cominciando questa follia, non direbbero loro di essere più prudenti. Non suggerirebbero di evitare gli errori, di scegliere meglio, di anticipare i cambiamenti o di prepararsi alle difficoltà che sarebbero arrivate.
Gli direbbero di sbagliare tutto esattamente come allora.
Perché è proprio attraverso quegli errori, quelle intuizioni, quelle deviazioni e quelle decisioni apparentemente assurde che Gli Atroci sono diventati Gli Atroci.
E dopo tutto questo tempo, sotto il trucco, i costumi, i nomi, le battute, le provocazioni e quella gigantesca maschera che la band porta sul palco, rimane qualcosa di molto più semplice.
Gli amici di sempre.
È questa, alla fine, la risposta più autentica che Gli Atroci danno quando viene chiesto loro cosa si nasconda davvero dietro la Quinta Dimensione.
Non c'è bisogno di smontare la maschera per trovare una verità più complessa.
Dietro ci sono ancora le stesse persone che hanno iniziato questa storia insieme, con la stessa voglia di stare sul palco, di raccontare il Metallo e soprattutto di divertirsi.
E non hanno intenzione di cambiare.
Forse è proprio questo il segreto di una band capace di attraversare quasi tre decenni senza smettere di essere riconoscibile: avere imparato a cambiare tutto ciò che poteva cambiare, lasciando intatto ciò che contava davvero.
Gli Atroci sono ancora lì.
Servitori del Metallo, abitanti della Quinta Dimensione, creature di uno spettacolo che continua a nutrirsi di musica, ironia e amicizia.

E, dopo tutto questo tempo, la macchina non sembra affatto intenzionata a spegnersi.

 

Alessia buccino

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