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[LIVE REPORT] PONTE DEL DIAVOLO + DEADLY CARNAGE + EXPIATORIA + MAISON DIEU @ SPAZIO WEBO 24/10/2026 [ITA]

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Arrivare a un concerto con un po' di anticipo ha i suoi vantaggi. Ti permette di osservare quello che succede prima che le luci si accendano, di conoscere le persone che daranno vita alla serata e di scoprire che, a volte, i ricordi più belli nascono proprio lontano dal palco. Il 24 ottobre, allo Spazio Webo, è successo anche questo.
Sono arrivata prima dell'inizio delle esibizioni e ho avuto modo di conoscere diversi artisti, tra cui i Maison Dieu, che avevo già avuto occasione di raccontare attraverso Vox Profana. Incontrarli di persona è stato un piacere: sono stati tutti molto gentili e disponibili. C'è un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso. Mentre preparava il palco, la cantante mi ha chiesto se avessi una bussola sul telefono, perché voleva disporre alcuni oggetti seguendo un orientamento preciso. Non avendola, ho chiesto in giro se qualcuno potesse aiutarci, per poi scaricarla direttamente sul mio telefono e permetterle di utilizzarla. Un piccolo momento, apparentemente insignificante, che mi ha permesso di avvicinarmi ancora di più al loro mondo e alla cura che dedicano al proprio progetto.
Quando i Maison Dieu hanno iniziato a suonare, ho ritrovato proprio quell'attenzione e quella dedizione, questa volta tradotte in musica e presenza scenica. C'è una cosa che cerco sempre nelle esibizioni dal vivo: la capacità di lasciarsi attraversare completamente da ciò che si sta suonando. Mi piace osservare gli artisti quando sembrano perdere il confine tra sé stessi e la propria musica, quando i movimenti diventano istintivi e il corpo segue qualcosa che va oltre la semplice esecuzione. I Maison Dieu mi hanno trasmesso esattamente questo. Sul palco sembravano immersi nelle proprie vibrazioni, catturati da ciò che stavano creando, e la loro energia arrivava anche a me. La loro esibizione aveva qualcosa di rituale, un abbandono fisico alla musica che ho apprezzato molto. Il pubblico, ancora poco numeroso e non del tutto coinvolto, sembrava aver bisogno di tempo per entrare nella serata. Loro, però, hanno saputo occupare il palco con convinzione, lasciando emergere tutta la propria identità.
Con gli Expiatoria mi sono trovata davanti a una proposta musicale meno vicina ai miei gusti, ma questo non mi ha impedito di apprezzare il lavoro costruito attorno alla loro esibizione. Anzi, è proprio qui che entra in gioco un aspetto che considero importante quando assisto a un concerto: la capacità di riconoscere la cura e l'impegno di un progetto anche quando non coincide con le proprie preferenze musicali.
La loro performance è cominciata prima ancora che tutti gli strumenti fossero pronti a suonare. Il palco era vuoto quando il cantante è apparso con il cappuccio calato sulla testa e un bastone con cui batteva a terra durante l'ingresso. Poi, dal pubblico, sono arrivati gli altri componenti, avvolti in lunghi mantelli neri e con il volto nascosto. Uno dopo l'altro hanno raggiunto le proprie postazioni, si sono tolti i mantelli e hanno dato inizio all'esibizione. Una scena costruita con attenzione, che non si è limitata all'ingresso, ma ha accompagnato anche i gesti e le piccole rappresentazioni del frontman durante il concerto. Alla fine, i musicisti hanno indossato nuovamente i mantelli, chiudendo simbolicamente il cerchio.
L'intera performance mi ha dato l'impressione di assistere a un rito, una rappresentazione nella quale ogni movimento sembrava avere un posto preciso. Ho apprezzato anche il fatto che il cantante fosse già impegnato ad allestire il set prima di salire sul palco. Sono dettagli che mi colpiscono perché raccontano quanto un artista creda nella propria visione e quanto desideri darle una forma riconoscibile. Non è necessario che una musica appartenga al nostro mondo per riuscire a comprenderne e apprezzarne la dedizione.
Poi è arrivato il momento dei Deadly Carnage. E qui, lo ammetto, la serata ha preso una piega che mi ha completamente rapita.
Conosco la loro musica da tempo, li avevo già apprezzati prima ancora di conoscerli personalmente e in passato avevo anche scritto di loro. Avevo avuto modo di vederli dal vivo qualche mese prima, ma il contesto di quella precedente esibizione non aveva permesso alla band di esprimersi pienamente. Allo Spazio Webo, invece, ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa di completamente diverso. Non era la prima volta che li vedevo, eppure per certi versi mi è sembrato di scoprirli nuovamente.
Le luci, il fumo e la scelta di vestire completamente di nero hanno contribuito a costruire un'atmosfera nella quale la musica sembrava occupare ogni spazio. I musicisti erano spesso illuminati da dietro, lasciando i loro volti in secondo piano. Una scelta scenica che ho trovato particolarmente efficace: anziché concentrare l'attenzione sulle singole persone, sembrava lasciare che fosse la musica stessa a emergere dall'ombra. Non era necessario vedere ogni espressione per percepire ciò che stava accadendo sul palco.
Durante i brani di Endless Blue, il loro ultimo lavoro, ho potuto apprezzare la coesione della band e l'intensità con cui ogni componente contribuiva alla costruzione del suono. Mi ha colpita soprattutto la sincronia dei loro movimenti. In diversi momenti, dopo le pause che precedevano la ripresa di un brano, tutti ripartivano insieme, accompagnando l'attacco con lo stesso movimento del corpo, piegandosi in avanti quasi all'unisono. Un gesto ripetuto che, invece di apparire semplicemente coreografico, restituiva visivamente la loro connessione musicale. Sembravano respirare secondo lo stesso ritmo, condividendo la stessa tensione prima di liberarla attraverso il suono.
Ma è stato con i brani inediti che mi hanno definitivamente conquistata. Rispetto a Endless Blue, queste nuove composizioni mi sono sembrate più aggressive, con una presenza più marcata di growl e scream. Una direzione che sento particolarmente vicina ai miei gusti, senza che questo tolga nulla a quanto ho apprezzato del loro precedente lavoro. Mi sono ritrovata completamente immersa nell'esibizione, al punto da fare fatica persino a registrare qualche video. Continuavo ad ascoltare e a guardare, incapace di distogliere davvero l'attenzione da quello che stava succedendo.
Ed è forse questa la cosa che più mi è rimasta di quel momento: conoscere già una band, apprezzarne il percorso e poi ritrovarsi davanti a un'esibizione che riesce a sorprenderti ancora. Non si tratta di esagerare gli elogi perché si conoscono i musicisti, ma di riconoscere quando un concerto riesce finalmente a restituire tutta la forza di un progetto. Quella sera, per me, i Deadly Carnage ci sono riusciti pienamente.
A chiudere la serata sono stati i Ponte del Diavolo, una band che avevo già approfondito attraverso il mio lavoro su Vox Profana e che ho ritrovato sul palco con una presenza capace di catturare immediatamente lo sguardo.
La cantante possiede un magnetismo particolare, fatto di gesti misurati, movimenti lenti e sguardi che sembrano attraversare la sala alla ricerca di qualcuno da sfidare. In alcuni momenti rimaneva immobile, osservando il pubblico, quasi a voler instaurare un confronto silenzioso con chi aveva davanti. In altri percorreva il palco con movenze delicate e sensuali, soffermandosi in pose che sembravano studiate per lasciare che ogni gesto venisse assorbito dallo sguardo degli spettatori. La cosa che mi ha colpita è stata la consapevolezza con cui sembrava abitare quello spazio, senza bisogno di ricorrere a movimenti eccessivi.
All'inizio portava i capelli raccolti in una treccia lunghissima. A un certo punto dell'esibizione l'ha sciolta, lasciando ricadere i capelli sulle spalle. È stato un gesto semplice, eppure ai miei occhi ha segnato un cambiamento nella sua presenza scenica. Da quel momento mi è sembrata ancora più magnetica, come se quel gesto avesse liberato un'altra sfumatura della sua personalità sul palco.
Anche il suono dei Ponte del Diavolo mi ha colpita particolarmente. La scelta di utilizzare due bassi insieme a una chitarra crea una tessitura sonora che si percepisce fisicamente: le frequenze basse acquistano spazio, riempiono l'ambiente e avvolgono l'ascolto con una profondità che trovo estremamente affascinante. Il basso è uno degli elementi che più amo nella musica che ascolto, proprio per la sua capacità di dare peso e corpo a una composizione. Sentire questa configurazione dal vivo è stata una piacevole sorpresa, una di quelle particolarità che acquistano ancora più valore quando riesci a percepirne direttamente l'effetto.
A quel punto della serata anche il pubblico appariva più coinvolto. L'energia circolava nella sala e l'esibizione è stata accolta con partecipazione, chiudendo un evento che, nel suo insieme, mi ha lasciato sensazioni decisamente positive.
Eppure, ripensando al 24 ottobre, non sono soltanto le esibizioni a tornarmi in mente. C'è anche tutto quello che è successo tra un concerto e l'altro, prima e dopo la musica, nei momenti in cui il palco smette di essere il centro dell'attenzione.
MVO Concerti mi ha fatto sentire accolta fin dal mio arrivo. Non mi sono sentita fuori posto, né ho percepito quella distanza che a volte può crearsi tra chi organizza, chi suona e chi partecipa a un evento. Ho ritrovato, invece, un ambiente nel quale è naturale fermarsi a parlare, scherzare e condividere qualche momento senza formalità.
È qualcosa che sto imparando ad apprezzare sempre di più frequentando questi ambienti. Quando gli artisti scendono dal palco, per me viene meno anche quella separazione che li colloca da una parte e il pubblico dall'altra. Restano le persone, con cui puoi parlare della musica appena ascoltata, complimentarti per un'esibizione o semplicemente scambiare qualche parola. E quando questi gesti vengono accolti con disponibilità e gratitudine, la sensazione è quella di partecipare a qualcosa che va oltre il concerto.
Non tutti gli artisti riescono a trasmettere questa vicinanza, ma quando succede cambia anche il modo in cui vivi un evento. La musica diventa un punto d'incontro, qualcosa che permette a persone diverse di condividere uno spazio senza che siano necessari ruoli o distanze.
È questo il senso di comunità che sto scoprendo nell'underground e che mi sta facendo stare bene. Una comunità che non si esaurisce quando l'ultimo musicista lascia il palco, ma continua nelle conversazioni, nelle risate e nella disponibilità a incontrarsi senza costruire barriere.
Il 24 ottobre, allo Spazio Webo, ho ascoltato quattro band diverse, ognuna capace di lasciare qualcosa a modo proprio. Ma sono tornata a casa anche con la sensazione di aver preso parte a una serata in cui la musica non era soltanto qualcosa da ascoltare, bensì il motivo per cui tante persone avevano scelto di ritrovarsi nello stesso posto.
E forse è proprio questo che rende certi concerti importanti anche dopo che le luci si sono spente: non soltanto quello che resta nelle orecchie, ma il piacere di sentirsi parte di qualcosa.

Tuesday, 27 October 2026