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NODE - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono band che attraversano il tempo

lasciandosi alle spalle una semplice discografia e altre che, album dopo album, finiscono per raccontare una vera e propria storia. I NODE appartengono senza dubbio a questa seconda categoria. Trent'anni di attività significano molto più di una lunga permanenza sulla scena: significano sopravvivere ai cambi di formazione, ai mutamenti del mercato discografico, alle evoluzioni del metal stesso e, soprattutto, alle inevitabili fratture che ogni percorso umano porta con sé. Eppure, osservando oggi la band attraverso Canto VII, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un gruppo che non vive di nostalgia, ma che continua a considerare ogni nuovo disco come un nuovo punto di partenza.
Le origini dei NODE risalgono al 1994, quando Steve Minelli, già chitarrista dei Death SS nella storica formazione di Heavy Demons, diede vita al progetto insieme ad alcuni musicisti della zona di Novara. La prima incarnazione della band registrò il demo Grind Revolution In Mass Evolution, ma il risultato non convinse pienamente Minelli, che decise di ripartire praticamente da zero.

«Il primo anno fu un idillio. Eravamo ispirati, pieni di voglia di fare e tutto veniva spontaneo. Non c'era un programma preciso: ci lasciavamo trasportare dal cuore.»

È difficile trovare un'immagine più efficace per descrivere l'inizio di un'avventura che, senza saperlo, avrebbe attraversato tre decenni di metal italiano.
Anche il nome della band racconta perfettamente la mentalità con cui nacque il progetto. "NODE" è un termine informatico che identifica un nodo di una rete, un punto capace di trasmettere, ricevere e collegare informazioni. Per Steve Minelli rappresentava il ponte tra uomo e macchina, una visione profondamente cibernetica e fantascientifica che si rifletteva anche nei testi dei primi lavori, già orientati verso il rapporto tra tecnologia e umanità. Curiosamente, quella scelta continua ancora oggi a rappresentare perfettamente la band.

«Oggi il nostro "NODE" è il simbolo di un mondo controllato dai mezzi di comunicazione e dalla dipendenza dagli schermi.»

Una riflessione che dimostra quanto certi temi, affrontati trent'anni fa, siano oggi persino più attuali.
Fin dagli esordi il gruppo ha costruito la propria identità fondendo influenze diverse. Da una parte il death metal di Death e Obituary, dall'altra Slayer, Megadeth, Machine Head, Iron Maiden e Vicious Rumors. Nessuna formula prestabilita, ma una continua contaminazione che permetteva a ogni componente di mettere qualcosa di personale all'interno dei brani.
Quella stessa apertura mentale è rimasta una costante anche dopo l'uscita di Steve Minelli. 

«Ogni nuovo musicista ha portato idee, stimoli e influenze diverse.»

Oggi questo processo ha condotto i NODE verso territori che nessuno avrebbe immaginato agli inizi della loro carriera. Canto VII introduce infatti atmosfere ispirate al progressive rock degli anni Settanta, sintetizzatori, Hammond, Mellotron e arrangiamenti molto più ricchi rispetto al passato.

«È stato come rinascere.»

Non è semplicemente un cambio di stile, ma una vera ridefinizione del linguaggio musicale della band.
Ripensando alla scena metal italiana degli anni Novanta, nelle parole di Gary emerge una nostalgia che va oltre la musica. Ciò che più gli manca non sono i locali o i festival, ma lo spirito di comunità che caratterizzava quell'epoca.

«Eravamo una grande famiglia.»

Secondo lui, il metal italiano è cresciuto proprio grazie a quella collaborazione spontanea tra musicisti e pubblico, un patrimonio umano che con il tempo si è progressivamente affievolito, sostituito troppo spesso da individualismi e dichiarazioni di facciata.

«Oggi sento parlare continuamente di collaborazione e solidarietà, ma spesso restano soltanto belle parole.»

Una riflessione amara, ma estremamente lucida, che fotografa l'evoluzione dell'intero ambiente musicale italiano.
Curiosamente, parlando delle difficoltà dei primi anni, Gary risponde quasi sorridendo.

«Non esistevano difficoltà. Eravamo giovani, affamati e volevamo solo suonare.»

Sala prove, concerti, chilometri, pub e amicizie. Era questa la quotidianità di una generazione che viveva il metal prima ancora come stile di vita che come carriera artistica.
L'evoluzione della discografia racconta invece un percorso costante di crescita tecnica e compositiva. Dai primi lavori, fortemente incentrati sulla chitarra di Steve Minelli, la band è passata gradualmente a un approccio sempre più collettivo. L'incontro con il produttore Pelle Saether rappresentò una tappa fondamentale, contribuendo a far emergere limiti e potenzialità del gruppo. Il lavoro in analogico, inoltre, obbligava ad arrivare in studio preparatissimi, innalzando inevitabilmente il livello qualitativo delle registrazioni.
Dopo numerosi cambiamenti e una vera rifondazione iniziata nel 2011, il percorso è culminato proprio con Canto VII, accolto da critica e pubblico come uno dei vertici assoluti della carriera dei NODE.
Se però esiste un album che ha realmente cambiato la storia della band, quello è Das Kapital.

«Tre prove alla settimana, vivevamo praticamente insieme.»

Un clima di assoluta sintonia che si rifletté inevitabilmente anche sul disco. La risposta del pubblico fu straordinaria, arrivarono tour in tutta Italia e soprattutto l'esperienza insieme ai Lacuna Coil, che contribuì ad ampliare enormemente la loro fanbase.

«Con Das Kapital è arrivata la vera svolta.»

Un'affermazione che ancora oggi viene pronunciata con evidente orgoglio.
Naturalmente, una storia così lunga non può evitare cambiamenti di formazione. Perdere amici e compagni di viaggio è stato spesso doloroso, ma Gary ha sempre scelto di interpretare ogni separazione come un'opportunità piuttosto che come una sconfitta.

«Se riesci a vedere anche una sola opportunità dentro un evento negativo, puoi rinascere.»

È probabilmente questa filosofia ad aver permesso ai NODE di superare ogni crisi senza perdere la propria identità.
Oggi la formazione vede Dave Arri alla voce, Gary D'Eramo al basso e ai synth, Gabriele Ghezzi alla chitarra e Pietro Battanta alla batteria. Il metodo compositivo è rimasto estremamente democratico: le idee iniziali nascono principalmente da D'eramo e Ghezzi, ma ogni arrangiamento viene sviluppato collettivamente fino a raggiungere un risultato condiviso.

«La creatività prende sempre il sopravvento.»

È un processo basato sull'osmosi tra le diverse personalità musicali, senza gerarchie artistiche né imposizioni stilistiche.
Grande importanza assumono anche i testi, da sempre orientati verso riflessioni storiche, sociali e politiche.

«La musica deve essere prima di tutto un veicolo di comunicazione.»

Secondo Gary, l'arte possiede quasi un dovere morale: stimolare il pensiero critico in una società sempre più segnata dalla decadenza culturale. Non sorprende quindi che Canto VII, ispirato al settimo canto dell'Inferno di Dante, rappresenti uno dei lavori concettualmente più ambiziosi mai realizzati dalla band.
Tra i ricordi più preziosi emerge inevitabilmente l'apertura ai Death durante il tour di Symbolic.

«Chuck Schuldiner spostò personalmente la strumentazione pur di farci suonare.»

Un gesto nato semplicemente dal rispetto della parola data, ma che Gary D'eramo ricorda ancora oggi come una delle più grandi lezioni di umiltà ricevute nella sua carriera.
Se invece bisogna scegliere il concerto più emozionante, la memoria corre all'Olympia di Parigi, nel 2006, ancora una volta insieme ai Lacuna Coil. Suonare davanti a quasi duemila persone in un luogo che aveva ospitato artisti come Édith Piaf, Jimi Hendrix, Louis Armstrong, i Beatles e i Rolling Stones rappresentò un momento destinato a rimanere scolpito nella storia della band.
Eppure, nonostante le soddisfazioni, i NODE hanno conosciuto anche periodi estremamente difficili. Più volte Gary si è ritrovato completamente solo, costretto a ricostruire la band dalle fondamenta.

«Sono nato per ricominciare da capo.»

Una frase che racchiude probabilmente tutta la sua filosofia di vita. Ogni caduta diventa esperienza, ogni sconfitta un nuovo punto di partenza. Non esistono finali definitivi, ma soltanto nuove occasioni per ricostruire qualcosa di ancora più solido.
Questo stesso approccio si riflette anche nella cura maniacale dedicata all'aspetto visivo. Per una band fortemente concettuale, artwork e musica devono procedere nella stessa direzione, completandosi a vicenda. Con Paolo Puppo, autore della copertina di Canto VII, il dialogo è stato continuo, quasi identico alla composizione di un brano.

«Era come scrivere musica insieme.»

Ogni dettaglio nasceva da un confronto quotidiano, lasciando però all'artista la piena libertà espressiva necessaria per trasformare il concept in immagine.
Tra tutte le copertine della loro discografia, quella di Das Kapital occupa però un posto speciale. Realizzata da Lasse Hoile, racconta la storia ciclica dell'umanità attraverso l'immagine di un uomo che punta il fucile contro sé stesso. Una metafora che, osservando il presente, assume oggi una forza quasi inquietante.

«La storia continua a ripetersi.»

Un messaggio che sembra attraversare non soltanto quell'album, ma l'intera carriera dei NODE.
Alla domanda finale, quella che chiede di racchiudere trent'anni di musica in un'unica immagine, Dave Gary non sceglie paesaggi né simboli astratti. Immagina un enorme muro quasi intatto, con il logo dei NODE dipinto sopra, davanti al quale giacciono distrutti un Caterpillar e una gigantesca palla da demolizione.

«La passione vince sempre.»

È una risposta che va oltre la semplice metafora. Racconta una band che ha visto persone andare via, mode cambiare, dischi nascere e altrettanti dissolversi nel tempo, ma che continua ancora oggi a resistere con la stessa convinzione del primo giorno. Perché, come conclude Gary, esiste una sola certezza capace di sopravvivere a qualsiasi difficoltà: la musica è vita.
E, per i NODE, è tutta la loro vita.

 

Alessia Buccino

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