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IVOIRE - Vox Profana - BLACKZine.com

Ci sono band che

nascono da un’idea precisa, da un progetto costruito a tavolino, dalla volontà di dare forma a qualcosa che esiste già nella mente prima ancora di avere un suono. E poi ci sono band che nascono perché, a un certo punto, tenersi tutto dentro diventa semplicemente impossibile. IVOIRE appartiene a questa seconda categoria. Prima ancora della formazione, prima dei concerti, prima che esistesse una band nel senso più concreto del termine, c’era un bisogno: mettere nero su bianco qualcosa che premeva dentro. Nel 2021 IVOIRE era il progetto personale di Nicolò Lenoci, nato durante un momento particolarmente buio della sua vita come uno sfogo, quasi un modo per dare una forma tangibile a pensieri che altrimenti sarebbero rimasti senza voce. Non c’era una strategia, né una vera ambizione. C’era soltanto l’urgenza di scrivere. Poi, lentamente, è arrivata la consapevolezza che quelle composizioni avessero un potenziale, che potessero uscire dalle quattro pareti dello studio e diventare qualcosa da portare dal vivo. È lì che quella dimensione individuale ha iniziato a cercare altre persone, fino a trasformarsi nel 2025 in una band vera e propria.
Anche il nome sembra custodire già questa contraddizione. IVOIRE, dal francese “avorio”, nasce dall’incontro fra un’immagine e un concetto: da una parte il candore, la bellezza, qualcosa di raro e prezioso; dall’altra l’oscurità da cui il progetto ha preso forma. L’avorio è qualcosa di bello proprio perché è stato ottenuto attraverso il dolore. È una materia luminosa che porta dentro di sé una storia tutt’altro che luminosa. Ed è difficile non vedere in questa opposizione una delle chiavi attraverso cui leggere l’intero universo di IVOIRE: ciò che è fragile può nascere da qualcosa di devastante, ciò che appare luminoso può avere attraversato l’ombra per arrivare fino a noi.
Quella stessa tensione attraversa la musica. In IVOIRE il peso non esclude l’atmosfera e l’atmosfera non serve ad alleggerire il peso. Sono due estremi dello stesso movimento, il riflesso delle fasi altalenanti dell’introspezione, quando un pensiero può diventare improvvisamente immenso e subito dopo lasciare spazio a qualcosa di più silenzioso, sospeso, contemplativo. Nel loro sound convivono elementi classici e moderni, fino a trovare un equilibrio che per la band non deve necessariamente essere perfetto in senso assoluto: deve semplicemente funzionare. E in Uragano funziona proprio perché non cerca di nascondere le proprie fratture.
Perché Uragano, prima ancora di essere il debutto discografico di IVOIRE, è un flusso di coscienza. Non è nato da un ragionamento preciso, né da un progetto definito a priori. Ogni brano è arrivato quasi autonomamente, come se avesse trovato da solo il modo di esistere. Nicolò lo descrive come il racconto dei propri pensieri, e forse è proprio questa la ragione per cui il disco riesce a trasmettere una sensazione così fisica: non sembra costruito per raccontare qualcosa, sembra piuttosto il risultato di qualcosa che aveva bisogno di essere raccontato.
Il titolo diventa allora inevitabile. L’uragano non è una forza esterna, non è necessariamente un evento preciso, ma il vortice di emozioni che può attraversare una persona nei momenti più bui dell’esistenza: rabbia, tristezza, malinconia, senso di colpa, ma anche quella voglia di rinascita che può sopravvivere persino quando tutto il resto sembra essere stato trascinato via. È una tempesta interiore che non distrugge soltanto. Spazza via, sì, ma nel farlo modifica ciò che trova. E forse proprio per questo la distruzione, nell’universo di IVOIRE, non rappresenta la fine. “Omnia mutantur, nihil interit”: tutto cambia, nulla perisce. La distruzione è una fase, a volte persino necessaria, del processo attraverso cui si diventa altro. Come una fenice, qualcosa deve bruciare prima che dalle proprie ceneri possa emergere una forma nuova. Il dolore è quella fiamma che arde mentre ancora siamo dentro il fuoco, prima che il fuoco si spenga e lasci spazio a ciò che verrà dopo.
Anche il modo in cui sono nate le canzoni sembra appartenere a questa dimensione quasi fisica e visionaria. La composizione degli IVOIRE è stata, nelle parole di Nicolò, quasi sinestetica. Nei momenti di ispirazione si chiudeva in studio, con la sola luce dello schermo davanti a sé, circondandosi di immagini capaci di illuminare lo stato d’animo che stava cercando di trasformare in musica. Montagne, cattedrali, vulcani in eruzione: immagini concrete che diventavano rappresentazioni interiori. Non semplici riferimenti estetici, quindi, ma vere e proprie coordinate emotive. Il paesaggio esterno diventava una mappa di quello interno.
È dentro questa logica che Le Catene dell’Estro arriva ad aprire Uragano con i suoi oltre dodici minuti. La scelta non è stata immediata: la posizione del brano d’apertura è stata discussa fra i membri della band, fino a quando non è diventato evidente che proprio quel pezzo contenesse una parte essenziale dell’intero disco. Atmosfera, aggressività, introspezione e melodia convivono al suo interno, quasi a costruire una porta d’ingresso che non prova a semplificare il mondo di IVOIRE per renderlo più accessibile. Al contrario, sceglie di spalancarlo nella sua interezza, anche correndo il rischio di affidare l’inizio del disco a una composizione così lunga. Un rischio che, a quanto pare, ha trovato dall’altra parte ascoltatori pronti ad attraversarlo.
Il contrasto fra quiete e violenza sonora torna continuamente, non come semplice espediente compositivo ma come necessità espressiva. Le parti più contemplative possono trasformarsi in passaggi pesanti e abrasivi, fino a creare quella che IVOIRE definisce una vera e propria “esplosione di coscienza”. La sensazione non è quindi quella di assistere a un'alternanza artificiale fra due linguaggi diversi, ma di trovarsi dentro il movimento stesso di un pensiero: il silenzio che accumula tensione, la tensione che diventa rumore, il rumore che alla fine esplode.
Dentro questo paesaggio trovano spazio anche due presenze esterne che diventano parte integrante della sua identità. In Chimera compare Michael Anthony Foti dei Die Sünde, coinvolto sia alla voce sia nella scrittura dei testi. Nicolò lo aveva conosciuto durante una serata nella sua zona e aveva già avuto modo di conoscere i Die Sünde, rimanendo immediatamente colpito dalla tecnica vocale di Michael e dal suo approccio alla scrittura. La collaborazione è nata proprio durante il lavoro sui testi, quando è arrivata la proposta. Michael ha accettato con entusiasmo, diventando parte di un brano che, nella sua forma definitiva, porta anche qualcosa della sua sensibilità.
In Sotto la Cenere, invece, il paesaggio si apre al saxofono di Fabrizio Cioce degli Zolfo. Una presenza apparentemente distante dal vocabolario più immediato del post-metal, ma perfettamente coerente con la volontà degli IVOIRE di non considerare il proprio suono come un territorio chiuso. Fabrizio è stato anche una delle persone che hanno accompagnato Nicolò nella fase di finalizzazione dei brani, assorbendo lamentele, problemi e una buona parte delle difficoltà legate alla lavorazione. Alla fine è toccato proprio a lui adornare il lungo outro di Sotto la Cenere. E la richiesta, raccontata con una certa ironia, sembra quasi una naturale conseguenza: dopo avergli affidato buona parte delle rogne, perché non tediarlo anche con questa?
L’identità visiva di Uragano nasce dalla stessa esigenza di contrapposizione che aveva dato origine al nome IVOIRE. Per l’artwork è stata scelta Camilla Di Bella Vecchi, artista di cui Nicolò era già ammiratore, lasciandole carta bianca nella realizzazione di un set fotografico pensato appositamente per il disco. Il risultato è quindi nato dal confronto, ma senza la necessità di imporre un'immagine già definita. Anche qui la fiducia nell'istinto e nell'interpretazione altrui ha avuto un ruolo fondamentale, e le aspettative, racconta Nicolò, non sono state disattese.
E poi c’è il modo in cui Uragano è stato registrato, che forse racconta IVOIRE ancora più chiaramente di qualsiasi scelta di produzione. L’album è stato registrato al Molotov Recording, mentre mix e mastering sono stati affidati ad Andrea Lenoci, ma gran parte delle registrazioni coincide con il momento stesso della composizione. Ci sono take sporche, errori, imperfezioni. A un certo punto Nicolò ha provato a registrare nuovamente il materiale, dopo averne analizzato la struttura, ma ha scelto di tornare a quelle prime registrazioni. Non perché fossero tecnicamente intoccabili, ma perché erano vere. Quelle imperfezioni rappresentavano in maniera più sincera quel monologo interiore da cui tutto era partito.
Ed è qui che la storia temporale di Uragano diventa particolarmente interessante. Il disco è uscito nel 2026, ma era già pronto a metà del 2022. Per anni, quindi, quel nucleo è rimasto lì, in attesa di trovare la forma definitiva. Quando nel 2025 IVOIRE ha finalmente trovato una formazione stabile, Nicolò ha incontrato persone che condividono pienamente la sua idea di ciò che il progetto dovrebbe essere. La band che esiste oggi non rinnega quindi ciò che c’era prima: affonda completamente le proprie radici in quella prima esperienza individuale. Il presente è la continuazione di qualcosa che aveva cominciato a esistere molto tempo prima di poter essere ascoltato dal resto del mondo.
Forse è proprio per questo che, nonostante la natura profondamente personale del disco, Uragano non rimane chiuso dentro la storia di chi lo ha scritto. Le emozioni che lo attraversano appartengono a momenti che, prima o poi, possono diventare riconoscibili anche per qualcun altro: dolore, rabbia, disillusione, perdita. Fare breccia nei giusti ascoltatori, secondo Nicolò, dovrebbe essere la finalità di ogni artista. E la soddisfazione più grande sembra arrivare proprio dal fatto che questa sincerità stia riuscendo a raggiungere qualcuno. Uragano racconta qualcosa di personale, ma proprio per questo può diventare universale.
Se però bisogna scegliere un brano capace più degli altri di rappresentare gli IVOIRE, la risposta arriva con Tempeste. Non un frammento specifico, non necessariamente un singolo momento, ma un brano che riesce a contenere diversi degli elementi fondamentali del progetto: è monolitico, melodico, aggressivo e allo stesso tempo profondamente malinconico. In altre parole, è Uragano concentrato in una sola forma.
Quanto al genere, IVOIRE non sente il bisogno di costruire intorno alla propria musica un’aura di indefinibilità. Se proprio bisogna trovare una definizione, Nicolò sceglie atmospheric sludge, una formula sufficientemente ampia da accogliere le diverse componenti del progetto. E forse è una definizione che restituisce bene anche il modo in cui la band si muove fra peso, dilatazione, atmosfera e aggressività, senza dover scegliere una sola direzione e sacrificare tutto il resto.
Il rapporto con l’underground, del resto, non è qualcosa che IVOIRE deve costruire artificialmente. Tutti i suoi componenti sono nati e cresciuti dentro quella scena e continuano a farne parte. È proprio nell’underground che Nicolò riconosce una dimensione diretta e autentica, anche se non nasconde un desiderio molto umano: quello di riuscire, prima o poi, a conquistare una certa notorietà e smettere di essere, almeno in parte, invisibile. Non sembra esserci contraddizione fra le due cose. Si può rimanere fedeli al luogo da cui si proviene e, contemporaneamente, desiderare che qualcuno in più ascolti ciò che si ha da dire.
Guardando oggi a Uragano, IVOIRE non sente il bisogno di riscriverne la struttura. Quello che manca, semmai, sono elementi decorativi che possano ampliare ulteriormente il paesaggio: chitarre aggiuntive, droni, dettagli capaci di arricchire le composizioni future. Non è quindi il desiderio di correggere ciò che è stato a guidare il passo successivo, ma la voglia di aggiungere nuove dimensioni a qualcosa che ha già trovato una propria identità.
E infatti il futuro di IVOIRE ha già cominciato a prendere forma. La band vuole portare Uragano davanti a un pubblico il più ampio possibile, guardando anche oltre i propri confini geografici e immaginando la possibilità di spostarsi in altre regioni, fino magari ad arrivare a un mini-tour. Ma soprattutto ci sono già nuovi brani in lavorazione. Il desiderio è quello di inserire elementi blackgaze e parti più energiche, avvicinandosi a un’incisività ancora maggiore, prendendo come riferimento anche la forza di brani come Sotto la Cenere.
È una direzione che sembra quasi naturale. Se Uragano è nato dal vortice, dal dolore, dall’introspezione e da quella prima necessità di mettere ordine nel caos attraverso la musica, il passo successivo non può essere semplicemente la ripetizione di ciò che è già stato. Deve essere un’altra trasformazione. Un altro strato di cenere da attraversare, un’altra forma da trovare.
Forse, alla fine, IVOIRE è proprio questo: il tentativo di trasformare qualcosa che fa male in qualcosa che possa essere ascoltato. La bellezza e la ferita che convivono nell’avorio. La distruzione che non coincide con la fine. Il rumore che nasce dal silenzio. Le registrazioni imperfette conservate perché più vere delle loro versioni corrette. Un disco pronto dal 2022 che ha dovuto aspettare fino al 2026 per trovare finalmente il proprio corpo.

E dentro quell’attesa c’era già tutto.

C’era l’uragano.

 

Alessia Buccino

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