Ci sono band che nascono
in una sala prove. Altre nascono in un annuncio. I CLOUDS ABOVE US nascono invece come una trasformazione lenta, quasi silenziosa. Un organismo che cambia pelle più volte prima di trovare la propria forma attuale.
Tutto parte da Anita, sedici anni e l’idea ostinata di fondare una band metal. Il nome iniziale è diverso, la formazione pure. Poi arrivano i primi compagni di viaggio, tra cui Nicola e Davide. Il progetto attraversa cambi di line-up e momenti di assestamento fino a stratificarsi nella configurazione attuale con Andreo e Daniele. Oggi Anita vive ad Amsterdam, ma resta nel gruppo WhatsApp della band. Un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione quanto le origini siano ancora parte del presente.
Il nome “Clouds Above Us” viene da un amico ed ex membro della primissima formazione, scomparso prematuramente. Viveva sotto le montagne, in un luogo spesso nuvoloso. La frase nasce quasi per gioco, ma diventa subito identitaria. Non viene più cambiata. È un omaggio, un richiamo territoriale e un modo per mantenere viva una memoria condivisa. L’acronimo "CAU" apre poi la porta a ironie interne e giochi di parole come "CAUBOYS". Anche questo è parte del loro linguaggio.
Le nuvole, però, non sono un tema ricorrente nei testi. L’immaginario non si sviluppa come simbolo centrale. L’ultimo EP prende ispirazione da opere come "Aeon Flux", "Ai Confini della Realtà" e "On the Silver Globe". I testi non raccontano il cielo, ma esplorano la condizione umana attraverso lo sguardo del cinema e della serialità. È un modo di filtrare l’esperienza personale attraverso narrazioni esterne, trasformandole in specchi.
La formazione attuale è il risultato di una sequenza quasi cinematografica di incontri. Strap, reduce da esperienze lontane dal metal strutturato e da un passato nello screamo rap su SoundCloud, coinvolge Davide per dare solidità al progetto. Davide, proveniente da un background prog e metalcore, entra definitivamente dopo la chiusura della sua precedente band. Un momento chiave arriva durante una prova in cui viene eseguito Bleed, episodio che segna un punto di svolta tecnico e strutturale per il suono del gruppo.
Poi arriva Andreo, per conoscenze comuni, con un’ossessione dichiarata per il black metal e un percorso ancora embrionale al basso. Suona lo strumento da pochissimo, ma l’attitudine è quella giusta. Con lui il sound diventa più sporco, più metallico, più denso. È un ingresso che cambia la temperatura della band.
L’ultimo tassello è Daniele. Dopo l’uscita dei primi singoli, viene praticamente reclutato durante un aperitivo particolarmente intenso. L’idea prende forma prima ancora di aver suonato insieme. Proveniente dallo shoegaze e da progetti paralleli, Daniele abbraccia il deathcore e le otto corde solo dopo l’ingresso nei CAU, iniziando un percorso di esplorazione nella musica estrema. Il suo contributo apre nuove possibilità melodiche e armoniche, ampliando la palette del gruppo.
Le dinamiche creative riflettono questa natura collettiva. Le idee partono spesso dai beat di Davide e dalle intuizioni melodiche di Daniele. Le strutture nascono in modo embrionale, poi vengono condivise e manipolate in sessioni lunghe di registrazione casalinga e prove. In questa fase, ogni membro interviene con il proprio linguaggio. Andreo costruisce le sue parti come ultimo strato, cercando un equilibrio tra lo strumento e una libertà istintiva. Strap lavora sui testi partendo da suoni che imitano parole, trasformandoli gradualmente in liriche.
Non mancano discussioni. Le personalità sono diverse, e il confronto è parte del metodo. Ogni idea deve avere uno spazio, anche solo per essere esplorata. Il risultato finale è sempre collettivo, anche quando l’innesco è individuale.
Le influenze musicali non coincidono con il suono finale. Davide guarda al deathcore contemporaneo, citando realtà moderne e sfumature diverse del genere. Strap si ispira alla fase di transizione tra il 2016 e il 2020, con riferimenti che talvolta includono flow derivati da rap e dancehall. Daniele porta suggestioni che vanno dallo shoegaze al blackgaze, citando esperienze sonore e ascolti che spaziano tra generi lontani. Andreo integra elementi che attraversano black, elettronica e grind. È una contaminazione continua.
Anche l’estetica visiva segue un percorso coerente con questa filosofia. Gli artwork dei singoli sono realizzati da membri della band o amici stretti, con un forte legame con l’arte analogica e il territorio. Per il primo EP è stato utilizzato un dipinto di un artista amico conosciuto durante una mostra legata a un live. Per uno dei singoli, l’immagine è stata scattata in un luogo simbolico, la Tomba Brion, durante un periodo di accesso limitato. La foto ritrae Anita mentre attraversa lo spazio, quasi fosse parte della scenografia. Il risultato è un’immagine che diventa racconto.
Sul piano produttivo, tutto è indipendente. Le pubblicazioni sono gestite senza etichette, grazie a piattaforme digitali e collettivi. La lentezza nel completare registrazioni e artwork è riconosciuta con autoironia. Anche la promozione sui social è artigianale, a volte goffa, ma autentica.
Il merchandising rispecchia la loro identità. Brutalità sonora e verve autoironica convivono nelle grafiche, spesso autoprodotte tramite una serigrafia amica. Questo permette sperimentazione e libertà creativa.
Dal vivo, i momenti significativi sono molti. Il debutto resta centrale, legato a un collettivo che li ha sostenuti. Ma anche un concerto improvvisato, chiamati a sostituire una band poche ore prima di un grande evento, ha segnato la loro storia. Arrivati all’ultimo minuto, hanno suonato in una venue mai affrontata prima. Dopo il caos sul palco, la serata si è conclusa con la consueta pausa grappa. È diventata una ricorrenza, una sorta di rito che accompagna ogni live e che rappresenta il legame con le radici territoriali.
La scena italiana viene descritta come vivace e collaborativa, con particolare affinità verso l’hardcore DIY. Tra gli eventi che hanno lasciato un segno collettivo viene citato il Venezia Hardcore, percepito come momento significativo per la band.
Guardando avanti, l’intenzione è rendere il suono ancora più raw, più diretto, più viscerale. Senza però rinunciare all’evoluzione. Se una nuova direzione convince, viene seguita. Sono previste collaborazioni che si estendono anche oltre il perimetro del deathcore.
Se questo viaggio avesse un titolo, sarebbe inevitabilmente legato al loro primo EP, RUIN. Ma con spirito ironico potrebbe trasformarsi in un diario alternativo, una cronaca tra musica e territorio, un racconto che unisce memoria, amicizia, improvvisazione e coincidenze.
Un progetto nato per stratificazione, cresciuto attraverso incontri casuali, consolidato da discussioni, aperitivi, prove improvvise e rituali di palco. Un percorso che non punta al cielo come metafora astratta, ma lo usa come sfondo mutevole mentre continua a camminare.
Alessia Buccino