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EMPYRIOS - Zion

Gli EmpYrios ritornano con un nuovo album “Zion”. Il terzo per la precisione; per chi non li conoscesse si tratta di una giovane band italiana riminese, in attività dal 2001. Il genere che propongono è progressive power, più ispirato ai ritmi serrati teutonici. Il sound ricorda molto quello degli ultimi lavori dei Symphony X di “Paradise Lost” e dei connazionali DGM. Questo album, molto

simile al precedente “The Glorious sickness”, ma dotato di maggiore armonicità vocale, non li fa variare dalla granitica strada intrapresa. Il genere è visto e rivisto, ma le undici tracks si presentano molto orecchiabili, anche se come tipico da minutaggo ridondante, non risultano essere noiose e i ritornelli mainstream rimangono incisi nella memoria dando una sensazione di purificazione, in totale contrapposizione con la cover artwork molto tetra realizzata da Silvio Mancini.

 

La prima parte dell’album risulta più valida e scorrevole, mentre nella seconda si esaltano i cliché di un genere che lungo andare nell’ascolto risulta un po’ ripetitivo e privo di mordente. I ritmi forti, la voce melodica e sognante fanno si che questo album sia comunque un buon investimento per la band romagnola. Molto valide le tracks “Masters”, “Unplugged” e la conclusiva “Madman” che risolleva l’ascolto dalle precedenti un po’ calanti. Azzeccatissimi gli assoli di chitarra. Delude invece la title track “Zion”, probabilmente la più banale dell’intero album e buttata su un’armonia ripetitiva, la prima parte della canzone cala nel genere hard rock e questo brano riporta parecchio agli “Alter Bridge” che di prog-power non hanno proprio nulla, la seconda parte del brano invece riprende meglio riportandolo in carreggiata e permettendogli di non fare un grosso scivolone all’interno dell’album completo. Una parentesi per la batteria martellante e ossessiva suonata alla perfezione con un uso maestrale della doppia cassa rendono Dario Ciccioni uno degli strumentisti prog più validi in circolazione. Come tipico nel genere proposto dai nostri il basso assume più una funzione di ritmica che solista.

Con i suoi pregi e i suoi difetti “Zion” dimostra che i tecnicismi non sempre sono fini a loro stessi, ma sporadicamente compongono opere ben riuscite ed emozionali.

Complessivamente risulta un buon album.

Promosso.