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"DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI DEL DEATH METAL"

  • Categoria: Interviste
  • Pubblicato: Mercoledì, 11 Gennaio 2012 07:51
  • Scritto da Mariano "Marius" Somà - Idea e Montaggio di Chiosso Danilo
  • Visite: 1165

   

ecco come tutto iniziò.........

 

 Da: Danilo Chiosso
A: mariusgrinder

Inviato: Venerdì 23 Dicembre 2011 16:51
Oggetto: profilo SEPTYCAL GORGE

CIAO MARIANO,
COME STAI? TUTTO OK?
MI PIACEREBBE MI SCRIVESSI DUE RIGHE DI AGGIORNAMENTO SU SEPTYCAL GORGE, COSA STATE FACENDO, SU APE UNIT E MAGARI COME VEDI LA SCENA BRUTAL GRIND DAL TUO PUNTO DI VISTA....CONSIDERANDO CHE NEGLI ULTIMI ANNI PARECCHIE BAND COME VOI HANNO SUONATO SU PALCHI IMPORTANTI.....LO INTITOLEREI "IL BRUTAL SECONDO MARIUS GRINDER", POI FAI TE.....
 
TE GUSTA?
FAMMI SAPERE
CIAOOO
DANY


ecco la risposta di MARIUS.......un gran lavoro!

 

ATTENZIONE: quanto segue riporta esclusivamente i pensieri e le considerazioni personali dell’individuo Mariano Somà in quanto tale, il quale né è il portavoce della filosofia vital-musicale delle band in cui canta e milita dalla fondazione (Septycal Gorge ed Ape Unit), né, tantomeno, un “mentore” della cosiddetta scena brutal/death/grind, sia essa italiana, sia essa internazionale. Quindi, per cortesia, smanettoni, gossipari, piatoloni e guerrieri da infamate lanciate da dietro un anonimo nickname, contate fino a un miliardo prima di postare la prossima idiozia sul vostro metal forum preferito.


DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI DEL DEATH METAL…

Imbarazzo. Ecco la prima sensazione che ho provato, antecedente ancora all’orrore della pagina bianca, ancora da riempire, non appena Danilo – con cui sono conoscente ed amico ormai da anni – m’ha chiesto di scrivere questo pezzo per voi tutti/e, lettori/lettrici di Blackzine. Chi diavolo sono io per potere dire cos’è la scena death metal, grind, brutal, deathcore e blablabla internazionale? Mi sento come Ercole che sostituisce temporaneamente Atlante, andato a fare un passeggiata nel giardino delle mele d’oro, sostenendo un cosmo intero, costruito e portato avanti da figure decisamente più carismatiche ed incisive del sottoscritto (vuoi mettere un John Tardy degli Obituary rispetto a un Marius dei Septycal Gorge?). Non m’è mai piaciuto sindacare su “cos’è death metal o cosa no”, quasi si trattasse di dogmi teologici, neanche questa musica fosse un Credo ufficiale. Sempre restando in metafore para-religiose, personalmente, più che un evangelista del death metal, mi sento una comparsa d’infimo ordine degli Atti degli Apostoli… Ma, tutto sommato, visto quanto fatto negli ultimi anni, un po’ apostolo del Verbo death-grind mi sento anch’io.

Confusione. Ecco, invece, la seconda caotica, impulsiva, paranoica sensazione. Il che disordina ulteriormente le “death metalliche” e non carte in tavola, che già non erano catalogate con la stessa elegante finezza della Biblioteca Alessandrina degli ultimi due secoli prima di Cristo. Per cui, beh, Dani (e di conseguenza, redazione di Blackzine), grazie di cuore per l’occasione che mi dai per potere mettere in piazza il mio mondo musical-attudinale, il quale altro non è che un pallido riflesso di una scena mondiale, viva, attiva come non mai negli ultimissimi anni.

I Septycal Gorge sono nati in zona Torino nel 2004: le condizioni ambientali e vitali della formazione della band non erano decisamente le migliori; a parte i Mindsnare ed i Cripple Bastards (che comunque… niente male, eh??! Tranquilli, sono cosciente d’avere citato due delle band “patriarche” della scena estrema nostrana e non solo), il Piemonte non aveva mai fatto uscire band dedite a certe sonorità e quelli erano gli anni dove stava esplodendo la moda di mettere il “-core” alla fine di qualsiasi genere musicale del mondo metal. Un fenomeno decisamente interessante, che mi faceva un sacco ridere ai tempi e riflettere oggi: grazie a quella che, superficialmente, poteva essere una semplice moda, l’orecchio di molti ascoltatori di musica più “alternativa” (non nel senso “Cristiano Godano è Dio” del termine…), oltre ad iniziare a forarsi con improbabili dilatatori così anti-estetici ma profondamente cool, ha iniziato ad abituarsi a sonorità “diverse”, magari ritenute “lontane”, un tempo irrise da goliardici pregiudizi, fino ad iniziare, addirittura, a stimarle. Infatti, precedentemente a questi primi anni del Terzo Millennio, un blast-beat, accompagnato da chitarre rocciose dal riffing complicato (per cui non intellegibile al primo ascolto) e da un growl profondo e gutturale, per lo meno in Italia, era automaticamente etichettato come rumore, ignoranza, cacofonia, musica inutile – ovvio, a meno che band, ritenute per qualche motivo inattaccabili, facessero quella stessa cosa: in tal caso era, sempre e a prescindere, “capolavoro”; ad esempio: a parte l’ultimo album, avete mai visto la critica gettare infamia su un qualsiasi disco dei Morbid Angel?
Ancora un altro esempio, questa volta legato all’evoluzione dei tempi e degli ascoltatori. 1998: arriva, nel mercato musicale europeo, e quindi anche in Italia, “Killing on Adrenaline” dei Dying Fetus. Una rivista nostrana (preferisco non fare nomi), la quale da sempre supporta certe sonorità più intransigenti, recensisce il disco, dandogli un voto ampiamente insufficiente, ironizzando sul fatto che non si capisca nulla e ridicolizzando la voce gutturale utilizzata. Oggi “Killing on Adrenaline” è universalmente accettato come album-pietra miliare dei Dying Fetus (pienamentissimamente d’accordo!) e, casualmente, tutto ciò che la medesima band ha fatto dal 2004/2005 in poi, sempre su quella stessa rivista italiana, non ha mai ricevuto voti inferiori al 7,5. C’è bisogno d’aggiungere altro?

Ci sarebbe da scomodare Hegel ed il suo “spirito del tempo”, o zeit geist o genius seculi che dir si voglia, per spiegare le motivazioni più profonde d’un simile cambio d’atteggiamento, soprattutto a livello mainstream: l’esplosione del “qualcosa-core”, infatti, di riflesso, ha provocato una maggiore attenzione, per lo meno a livello di curiosità, verso l’ambito più intransigente del death metal, il brutal, per l’appunto, nonché per l’onorevolissima ed oramai quasi trentennale tradizione grindcore. E’ un qualcosa da accettare e per la quale prendere atto: ricordo che, ai primissimi concerti dei Septycal Gorge, sovente, nel pubblico si presentavano molti ragazzini modaiolescamente autodichiaratisi hXc. Il commento (positivo) a fine concerto, in genere, era: “Wow! Tutti i gruppi brutal mi fanno cagare, ma voi siete proprio in gamba: complimenti!” La mia reazione era un sorriso fra il compiaciuto, l’imbarazzato ed il sornione: in genere ringraziavo, ma non aggiungevo altro, ma è piuttosto implicito che, in qualsiasi momento me lo chiedeste, oggi come allora, potrei elencarvi tranquillamente una decina di brutal bands che, a mio avviso (con tutto l’amore e il rispetto per i miei compagni di gruppo), spaccano molto di più dei Septycal Gorge.

E qua mi fermo, perché rischio di sfociare nel paranoico e/o apparire il classico populista che si finge umile, ma in realtà è spocchioso.
Posso solo dire che questo “spirito dei tempi”, sovente, ha portato risultati stupendi sia a livello più alto ed ampio (sapere che band come Suffocation, Immolation, Nile e Cephalic Carnage possono vivere di musica fa bene al cuore), sia a livello più basso e “localizzato” (il mio tour in America nel 2010 coi Septycal Gorge; la stessa esperienza fatta nel 2009 dai Blasphemer; le date in Giappone ed in Russia dei Putridity… solo per citare alcuni dei casi più eclatanti dell’underground italiano e per non citare gruppi ormai superstars - e lo dico con orgoglio! - come Hour of Penance e Fleshgod Apocalypse), ma anche conseguenze discutibili, se non nefaste (l’immagine e l’abbigliamento d’un certo tipo a tutti i costi, gente conciata come i peggio b-boy della West Coast che prova a fare versi gutturali, ovviamente inalando, perché l’ha sentito fare dai super American hell fuckin’ yeah Waking The Cadaver - nel 1993 lo facevano già i Dead Infection… ed erano [SONO!] polacchi e facevano [FANNO!] goregrind! -, il cosiddetto “brutal” ridotto ad un alternarsi di breakdowns ossessivi e blast fatti a casaccio, ai quali si oppongono, antiteticamente, complessissimi giri in tappin’, sostenuti da gravity blasts e così via).

Vista la lunghissima parentesi dell’ultimo paragrafo, parrebbe quasi d’obbligo parlare della scena deathcore.
Cercherò d’essere conciso: ho un aneddoto ed un’osservazione. Nel 2010, durante il tour estivo negli USA coi Septycal, a Ventura, in California, abbiamo suonato in un locale con band in apertura dedite al suddetto genere: si trattava di ragazzini giovanissimi, pieni di grinta ed entusiasmo ed esteticamente summa di luoghi comuni d’immagine del genere, bravissimi a fare gravity blasts e tappin’ chitarristici intricatissimi, ma incapaci di fare il più classico dei riff groovy, di scuola Pantera, per intenderci, penosamente goffi e fuori tempo quando suonavano roba più lenta e orrendamente fossilizzati su breakdowns sempre identici, suonati piuttosto a caso, incapaci di creare linee vocali e/o timbriche per lo meno accettabili. La quintessenza del degenero di quando certe sonorità giungono nel gotha del mainstream.
Ed ora l’osservazione: non conosco il mondo del deathcore a sufficienza per portare una critica in merito, ma, comunque, non mi ritengo nemmeno una persona chiusa e fossilizzata nel purismo musicale. Ho sempre adorato la sperimentazione e gli ibridi musicali, specie in ambito estremo: mi piacciono i Naked City, ho apprezzato tantissimo i primissimi Dillinger Escape Plan, i Cephalic Carnage sono una delle mie band preferite e, ai tempi, quando uscì nel 2005 “The Healing Process” dei Despised Icon, restai veramente colpito! Fin dall’adolescenza ho ascoltato band definibili hardcore ed ascoltare un ibrido così intelligente fra Converge, Botch, Hatebreed e Cannibal Corpse, con talora voci gutturali tipiche dei Devourment m’aveva colpito più che positivamente: lo vedevo, infatti, come un possibile sviluppo di certa scena estrema, in cui due generi magari apparentemente distanti si fondevano, ma in maniera coesa e composta con cognizione di causa. Questo sviluppo, fatti alla mano, sì, c’è stato, ma, purtroppo, a mio parere, privilegiando l’immagine estetica (da sempre chi ascolta certi generi è piuttosto giovane ed, in primis, viene attratto da chi e da cosa “faccia figo”), a sfavore d’un approccio veramente superficiale alla materia musicale (in ambito deathcore ci sono sicuramente, soprattutto nelle band più note, grandi musicisti con ottime capacità, ma, principalmente, personaggi incapaci di scrivere canzoni in grado di trasmettere qualcosa che non paia la rabbia frustrata di un cagnolino castrato), con la conseguenza d’un vero e proprio sovraffollamento della scena: quando, infatti, si è in tantissimi a sbracciare, proponendo, grosso modo, gli stessi contenuti, è facile che prevalga quello con l’immagine considerabile più vincente o i soldi in tasca per pagarsi un’agenzia che ti metta in tour con, che so io?, i Decrepit Birth. Chi vivrà vedrà: ci vedremo al varco, quando arriverà un nuovo trend.

Infine, mi pare lecito spendere qualche parola per le band in cui milito.

Coi Septycal Gorge, stiamo, da qualche mese, scrivendo nuove canzoni per il terzo disco, il quale uscirà per la prestigiosa label statunitense Brutal Bands (Gorgasm, Devourment, Emeth, Incinerate…): dopo il tour del 2010, con l’avvicinarsi dei trent’anni per un po’ tutta la line up ed il conseguente cambio d’abitudini di vita, talune cose son cambiate; gli ultimi anni, infatti, ci sono serviti, per lo più, per reindirizzarci verso vite più normali, salde ed indipendenti, condizioni fondamentali anche per portare avanti una band che, tutto sommato, è ben avviata. Siamo estremamente entusiasti: posso anticipare che il nuovo disco, contenente un concept sulla cosmogonia (qualcosa di totalmente nuovo per noi, dal punto di vista tematico e delle lyrics), vuole essere un passo avanti; il sound, infatti, sarà sì ancorato alla tradizione del brutal californiano a cui siamo sempre stati ispirati (primi Deeds of Flesh, Disgorge, Decrepit Birth), ma cercherà una maggiore personalità, traendo spunto dall’intera tradizione death metal e dagli ascolti individuali di ciascun membro della band. Sono davvero entusiasta!

Dall’estate 2008, invece, insieme a Los, chitarrista dei Septycal, in questo caso, nelle inedite vesti di batterista, mi diverto con un progetto che sguazza fra noise, powerviolence, grind, sludge ed hardcore, gli Ape Unit: nati per divertirsi insieme ad alcuni amici in zona Cuneo che conosciamo da tanto tempo, nonché per sfogare la mia personale voglia di musica semplice, ignorante, ma d’impatto e composta con cognizione ed attitudine, fra poche settimane registreremo il nostro primissimo album, il quale, nel corso dell’anno, ci porterà a suonare ad uno degli eventi grindcore più importanti a livello mondiale (!) – appena ogni cosa sarà formalmente confermata ed ufficializzata, ovviamente, non mancherò d’informare Blackzine!

Se mi permettete qualche consiglio, soprattutto per quanto riguarda il “made in Italy”, per l’appena cominciato 2012, tenete d’occhio “Architecture of Lust” (Comatose Music), il ritorno dei leggendari brutallari genovesi Antropofagus dopo più di dieci anni, e “Freiheit Macht Frei” (Grindpromotion) dei Jesus Ain’t In Poland, furiosissimo quartetto grind dell’Emilia Romagna!

Spero di non avere annoiato nessuno/a dei coraggiosi/e lettori/lettrici che sono giunti fino a questo punto dell’articolo. Supportate il vostro underground, amate quanto fate e non smettete di crederci. Buon 2012.

Mariano ‘Marius’ Somà